giovedì 18 agosto 2011

Ma cos'è questo calcio?


Volgo lo sguardo verso il salotto che s'illumina a
intermittenza, sullo schermo del televisore s'alternano le immagini del Trofeo Tim e mi chiedo: ma cos'è questo calcio? Un corpo privo di spirito, in gran parte svuotatodei valori sportivi e specchio di una società fragile, egoista e individualista come quella italiana. A questa conclusione sono giunto mentre si svolgono, in quel cantuccio luminoso della stanza accanto, i calci di rigore fra Inter e Juventus.

Non prendetemi però per una di quelle persone che odia il mondo del pallone a prescindere (e ne conosco qualcuna), pur accorgendomi un po' dell'irrazionalità di avere una squadra del cuore io stesso ne ho avuto e ne ho tuttora ora una. Ma non per questo verserò un singolo obolo che possa rafforzare uno status quo, che se ci si pensa un attimo, è abbastanza ridicolo e che poco ha a che fare con lo sport. Tanto per chiarezza lo sport non è un hobby per tenersi in forma, non si limita alla mera performance, ma è uno modo di vivere. Peccato che il dizionario stesso, a dispetto di ciò che i vari responsabili di questo mondo affermino (con molta poca convinzione e forse più per dovere), recita una lapidaria definizione:

"L'insieme delle attività, individuali o collettive, che impegnano e sviluppano determinate capacità psicomotorie, svolte anche a fini ricreativi o salutari"
Che le cose stiano diversamente ne sono bene consapevoli coloro che per vocazione hanno scelto di praticare sport che poco siano stati contaminati dal buisness e che abbiano mantenuto le loro radici se vogliamo "spirituali". Alpinismo, atletica leggera, arti marziali, sport acquatici...tanto per citare i primi che mi si presentano all'attenzione.
Lo spo
rt insegna qualcosa da portare all'interno della propria quotidianità, un qualcosa che in un modo o nell'altro trasforma e conferisce nuova forma alla mente e allo spirito di chi lo pratica. E cosa c'è da pensare sul contributo del calcio di quest'oggi alla formazione di un individuo e più in generale di un cittadino italiano quanto in un momento di sprofondamento generale della nazione, i calciatori, per mezzo della loro associazione (Aic) proprio loro che guadagnano ciascuno quanto 75 o più operai che si spezzano la schiena, stanno a sindacare a chi tocchi pagare quelli che per loro sono granelli e vizi? (calcolo fatto per una media di 1.5 milioni di ingaggio all'anno)

"Sui contratti fatti sulla base dell'accordo vecchio che è scaduto è indicata una cifra lorda e una cifra netta e società e calciatori possono aver stabilito a quale cifra fare riferimento. Se l'accordo fa riferimento al lordo, la tassa è carico del calciatore, se fa riferimento al netto è a carico della società" (Leo Grosso vicepresidente dell'Aic, l'Associazione italiana calciatori, ai microfoni di Sky Sport 24)
Cosa si prova per non pagare, per non fare la propria parte, e ancora ci soprendiamo ingenuamente di come i calciatori, come altri sportivi, non abbiano più il plurievocato "attaccamento alla maglia".
Non vengono trasmessi valori, c'è materia e non sostanza e quanto ci troviamo sotto gli occhi è solo il frutto dell'educazione che a questi individui è stata impartita dal nostro paese e dalla nostra cultura occidentale improntata al profitto e alla sopraffazione sociale.
Per quanto mi riguarda possono emigrare allegramente all'estero, un vero campione non è quello che ha delle prestazioni eccezionali, ma quello che ha veramente fatto proprio il significato dello sport e nel calcio d'oggi, salvo rare mosche bianche, c'è pochissimo da vedere (quindi perché pagare?).

L'unico che ha saputo, come spesso gli accade, distinguersi è stato Cesare Prandelli (c.t della nazionale): "Non c’è niente da dire: il dato di fatto è che siamo dentro una crisi paurosa, il Paese affronta un’emergenza eccezionale e chiede uno sforzo a tutti per uscirne e non crollare. La solidarietà non si può pretendere da chi arriva con fatica a fine mese, i soldi si chiedono a chi può permettersi di darli. Mi sembra normale".
A lui va il mio personalissimo plauso.

lunedì 16 agosto 2010

La Legge del Dragone

16 Agosto 2010, la Cina supera il Giappone nel ranking delle potenze economiche e si va a collocare al secondo posto dietro gli Stati Uniti. Il “paese dragone” come piace chiamarlo ad alcune testate giornalistiche, volendo mostrare forse un’assurda nobiltà ferina di un paese che invece è solo l’espressione di una violenza animale, si trova sempre più nella posizione di dettare la propria legge anche fuori dai propri confini territoriali. La Cina ad oggi è il primo esportatore mondiale, grazie al lavoro coatto prodotto nei Laogai e al miliardo e 300 milioni di individui costretti in condizioni di povertà e di disagio (popolazione totale: 1.336.920.000 persone) che permettono all’élite governativa crescite da 10 punti percentuali di PIL.

Il denaro dell’esportazioni poi va ad essere nuovamente investito con il proposito di alterare o congelare equilibri internazionali anche a dispetto di evidenti violazioni dei diritti umani. Non è segreto infatti l’appoggio cinese ad Omar al Bashir responsabile delle stragi in Darfur, in virtù del legame economico che lega la Cina all’acquisto di circa due terzi del petrolio sudanese.

Oggi come mai dobbiamo trovarci a fare i conti con il modello cinese, non solo dobbiamo avere il coraggio di controllarlo e non permettergli che attraverso l’accettazione passiva possa dilagare in Europa e in Italia, ma è nostro dovere anche contrapporre a questo un modello alternativo non basato sulla discriminazione di censo e sul puro interesse economico.

Il modello non solo finanziario ma anche culturale attualmente dominante un po’ ovunque, ha portato alla nascita della realtà aberrante della Cina e porterà inevitabilmente per costituzione intrinseca alla venuta al mondo di nuovi mostri; non vi sono altre plausibili evoluzioni.

E’ necessario un cambiamento drastico, un moto d’orgoglio che si opponga all’accettazione dello status quo, peraltro imposto da un’entità straniera e disumana, e che ridefinisca l’azione economica, politica ed umana.

sabato 31 luglio 2010

Sindrome della morte improvvisa dello Yunnan

Yunnan, Sud-Ovest della Cina. Per decenni morti inspiegabili si sono susseguite nei villaggi rurali della regione. Viene stimato che negli ultimi trent’anni ben 400 persone siano decedute in seguito alla “Yunnan Sudden Death Syndrome”. La sindrome è caratterizzata da nausea, vertigini, palpitazioni, crisi epilettiche; infine sopraggiunge la morte per arresto cardiaco.
Dal 2005 al 2010 il Centro cinese per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione si è impegnato per scoprire le cause di questi decessi improvvisi.
Sostiene Robert Fontaine, un epidemiologo dell’élite di ricerca: «Questo raggruppamento di morti è molto evidente nei villaggi in periodi di tempo molto brevi, in particolare in estate». In effetti le morti sospette riconducibili alla sindrome si sono verificate quasi interamente (il 90%) tra i mesi di giugno ed agosto, in quella che viene chiamata “stagione delle piogge di mezza estate” e ad un’altitudine di 1800-2400m.
Nonostante le difficoltà in cui si sono trovati ad operare i ricercatori – difficoltà di comunicazione dovute al cinese dialettale degli abitanti dei villaggi, sepolture affrettate che non hanno reso possibile alcuna autopsia e le precipitazioni estremamente abbondanti del periodo – questi erano comunque riusciti a restringere il campo.
La maggior parte delle vittime della Yunnan Sudden Death Syndrome” avevano bevuto acqua di superficie, erano andati incontro a stress emotivo ed avevano mangiato funghi (La Provincia è infatti celebre per la sua varietà di funghi, alcuni dei quali vengono esportati a prezzi elevati costituendo l’unica fonte di sostentamento delle famiglie dei villaggi rurali.
Quelli che non sono oggetto di vendita o scambio vengono consumati come alimento durante la stagione della raccolta, la quale copre proprio i mesi delle morti sospette).

L'attenzione dei ricercatori si è spostata dunque proprio verso questi ultimi fino a che, nel 2008, viene ritrovato un fungo relativamente sconosciuto battezzato con il nome di “Little White”.Esso non veniva commercializzato poiché troppo piccolo e dallo scarso valore economico, perciò andava a costituire la dieta di queste famiglie.
Il “Piccolo Bianco” appartiene al genere Trogia e ha tre amino-acidi tossici, e nonostante il divieto imposto all’uso di questo fungo abbia drasticamente ridotto i casi della Yunnan Sudden Death Syndrome” il mistero è lontano dall’essere risolto.
Le tossine presenti nel fungo, infatti, non sono mortali e tutt’ora non è dimostrato che siano in grado di innescare arresti cardiaci.
C’è poi un altro particolare: tutte le vittime colpite dalla sindrome presentavano alti livelli di bario.

Il bario è un elemento chimico (Ba) che fa parte dei metalli alcalino-terrosi, una delle sue peculiarità, oltre la tossicità, è la sua capacità di diffondersi dal suolo nei funghi. Piccole quantità di bario solubile in acqua possono indurre in una persona difficoltà di respirazione, aumento della pressione sanguigna, variazione del ritmo cardiaco, irritazione dello stomaco, debolezza muscolare, cambiamenti nei riflessi nervosi, gonfiamento di cervello e fegato, danni a cuore e reni.
Nonostante non sia certo che il bario nelle vittime sia stato assunto per mezzo dei funghi, è utile fare alcune constatazioni per capire come questo possa essere venuto a contatto con gli abitanti dello Yunnan.
Viene fatto utilizzo di bario nelle industrie di gas e petrolio per la creazione di “fango perforante”. Proprio negli scorsi giorni è stato raggiunto l’accordo fra Cina e Myanmar sul fissaggio di 2.000 km di gasdotto che passa per Ruili Kunming e nelle province cinesi di Yunnan e Guizhou, oltre il comune di Chongqing. Inoltre per evitare lo stretto di Malacca e gli atti di pirateria alle proprie imbarcazioni-cargo di idrocarburi, il governo di Pechino ha deciso di dislocare il proprio traffico petrolifero sul fiume Mekong, il quale prima di attraversare Laos, Thailandia, Cambogia e la parte più meridionale del Vietnam, passa proprio dalla regione cinese dello Yunnan.
Purtroppo al momento con i mezzi a mia disposizione non è stato possibile sapere se i progetti citati fossero già in parte in atto o meno prima di oggi, tuttavia paiono essere dei buoni candidati, tenendo a mente le norme di sicurezza sul lavoro della Repubblica Popolare Cinese, come responsabili della Yunnan Sudden Death Syndrome”, o almeno dell’anomala quantità di bario nelle vittime.

martedì 27 aprile 2010

Due pesi due misure (atomiche)

A me piace molto Maurizio Crozza. Lo trovo uno dei pochi professionisti (definirlo comico mi sembra decisamente riduttivo) che, con la satira – che sto iniziando a considerare come la miglior arma per smuovere le coscienze sociali di un popolo – prova a darci degli stimoli per tenere allenate le sinapsi.
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.

Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.

Innanzitutto ancora un passo indietro.

26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.

A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no? Vuoi vedere che esiste energia nucleare “buona” - solitamente filo-americana – ed energia nucleare “cattiva”, che sicuramente sarà quella iraniana?

Ma parafrasando il De André de “La mia ora di libertà” potremmo dire che non ci sono nucleari buoni.
Oppure, letta al contrario, se è cattivo quello iraniano deve essere cattivo anche il nostro. O no?

E veniamo così alla seconda data che presentavo all'inizio: il 14 agosto del 2002.
Anche in questo caso, però, dobbiamo partire un po' prima. Più o meno mezzo secolo prima.
Tra il 1951 ed il 1953 l'Iran è governato dal democratico Mohammad Mossadeq, il quale fa una cosa che a “certe persone” non piace: così come Omar Torrijos voleva che Panama tornasse ai panamensi (e per questo fu ucciso con un incidente aereo nel 1981), il Primo Ministro iraniano aveva un'unica idea in testa: che il petrolio, di cui l'Iran è sempre stato ricco, portasse vantaggi agli iraniani e non alle multinazionali petrolifere occidentali (si pensi alla nazionalizzazione dell'Anglo-Iranian Oil Company). Per questo fu destituito dalle forze anglo-americane ed al suo posto venne messo lo Scià Mohammad Reza Palhavi grazie ad un'operazione coperta dai servizi segreti americani e britannici (la c.d. “Operazione Ajax”).

Con il ritorno di Teheran sotto l'influenza a stelle e strisce però, gli americani non trovano solo il petrolio, perché da quel momento in poi in Iran iniziò a circolare anche il nucleare. Sono sempre stati così gli Stati Uniti: prima creano dei gruppi per resistere ad un nemico e poi, quando quell'amico non gli serve più, iniziano a definirlo “terrorista”. Un po' quello che successe con Saddam Hussein, che in gioventù aveva anche collaborato con la CIA.
E veniamo alla stretta attualità (più o meno...).

Siamo nel 2002, ed in quel 14 agosto, a Washington, c'è una conferenza stampa in cui il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (l'autoproclamato Parlamento in esilio) capeggiato dai Mujahadeen-e-Khalq (MEK) annuncia che l'Iran si sta munendo della bomba atomica.
Fin qui niente di strano ed eccezionale. Però...

Però poi, facendo una piccola ricerca su quello che per gli americani rimane ancora ufficialmente un gruppo terroristico (il MEK, appunto), si scopre che prima a dirigerlo c'erano i servizi segreti dell'ex leader iracheno che, con la sua morte, sono passati direttamente sotto la tutela della Central Intelligence Agency (la CIA).
Ricordiamoci che questo è un gruppo dissidente, cioè un gruppo contrario all'attuale regime iraniano: è solo un caso, dunque, che – stando ai maggiori esperti – il prossimo fronte della “guerra al terrore” si aprirà proprio tra le strade che videro, negli anni '70, la rivoluzione verde?  

E se, come può apparire ovvio ad una lettura geopolitica più esperta, la guerra in Iraq – che tutti noi crediamo sia fatta per il petrolio – non sia solo un'azione di disturbo su vasta scala, utile a dislocare tutto il necessario (uomini e mezzi) per portare alla luce un conflitto che gli Stati Uniti portano segretamente avanti dal 2002 (proprio grazie al MEK ed ai velivoli aerei senza pilota)?

Daniel Pipes, firma del New York Post e tra le principali figure del neoconservatorismo americano (uno che ha lavorato sotto l'amministrazione Bush padre e che si schierò a favore dell'intervento americano in Vietnam, quindi non esattamente il tipo di fonte “politicamente” a me più vicina), scrive:

«Il MEK non è il tipico gruppo ostile all'Occidente, ma un'organizzazione con una forte presenza politica nelle capitali occidentali, con oltre 3.000 soldati di base in Iraq, e che è dedita a un solo obiettivo: abbattere il suo “arcinemico”, la Repubblica islamica dell'Iran».

Non so a voi, ma a me – alla fine – rimangono ancora delle domande, su connessioni che non riesco a trovare:

  1. Se le informazioni principali sull'atomica iraniana sono state fornite da un gruppo dichiaratamente ostile al suo regime, quanto di quel che viene riportato in esse contenuto è attendibile ed obiettivo e quanto derivante dalla posizione politica contraria al regime degli ayatollah?
  2. Perché gli Stati Uniti, prima di occuparsi del nucleare iraniano, non si occupano di quello – ben più pericoloso perché attivo da molto più tempo – di Israele?
  3. La differenza tra il nucleare iraniano e quello israeliano ed italiano, è dunque di natura politica, per cui gli alleati estadounidensi dispongono di un nucleare “democratico” ed i nemici di uno “dittatoriale”?
Arrivati alla fine, a ben vedere, mi sa che qualche connessione inizio a trovarla...

sabato 24 aprile 2010

Chi vuole la morte di Joy?





Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi”.

È questo lo scarno comunicato con cui Massimiliano D'Alessio ed Eugenio Losco, gli avvocati di Joy, la ragazza nigeriana che da circa un anno – come più volte scritto anche su questo blog – passa la propria vita trasferita da un Cie all'altro.
Arrivata in Italia nel 2002 per fare la parrucchiera (lavoro che svolgeva già in Nigeria) ma costretta fin da subito a prostituirsi, il 12 aprile avrebbe dovuto finalmente lasciare questi lager del XXI secolo per tornare a godere di quella condizione che il governo italiano vuole togliere a tutti coloro che non hanno la (s)fortuna di avere il marchio “di pura razza italiana”, cioè la libertà.
«Se l'è cavata» - dice – l'avvocato Losco ad Apcom «ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano». A cosa si riferisce l'avvocato?

Innanzitutto si riferisce al fatto che sabato 17 aprile Joy ha tentato di togliersi la vita ingerendo un intero flacone di sapone (è stata trasportata in ospedale per una lavanda gastrica) ed alla morte – avvenuta lo scorso gennaio nel carcere di San Vittore – di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna di primo grado nel processo per direttissima a seguito della “rivolta” nel lager di Ponte Galeria nella quale è stata coinvolta anche Joy.
Quello di Joy non è un tentato suicidio. È il tentativo, da parte (diretta od indiretta) degli apparati repressivi dello Stato di tapparle la bocca. Così, come una certa parte deviata della nostra società fa con le persone "scomode", e Joy - che è diventata il simbolo di tutt* i rinchiusi nei Cie - lo è senza ombra di dubbio.

In merito agli “altri fatti”, quelli che riguardano il tentato stupro da parte dell'ispettore capo Vittorio Addesso, il Gip Guido Salvini ha fissato per l'8 giugno l'incidente probatorio per l'audizione di Joy.


Comunque andranno a finire queste due storie rimane un'unica, costante, questione: i Cie devono chiudere, senza se e senza ma.

p.s. Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome [chi volesse saperne di più su Joy può cliccare qui: http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/post/2010/04/23/chi-vuole-la-morte-di-joy].

martedì 20 aprile 2010

Dove non arriva la legge arriva la comunità

Troppe volte siamo stati costretti a constatare l’indicente prevalere della logica dell’interesse nella politica e nelle istituzioni. Provvedimenti necessari ed ispirati al comune senso di giustizia e umanità vengono prorogati all’infinito invocando il nome dell’equilibrio nazionale ed internazionale, si glissa sulle atrocità e le aberrazioni che in alcuni paesi vengono compiute e perpetrate, quasi come se succedendo lontano, alle volte neanche troppo, fossero giustificatamente ignorabili, dimenticando di come quei diritti universali sanciti nel dicembre del 1948 siano il fondamento stesso della vita dell’uomo su questo pianeta.
Nel momento in cui il Parlamento eletto dai cittadini si astiene dal legiferare contrapponendo, a volte neanche alla luce del sole, la politica dell’interesse, prevalentemente economico, giunge il tempo per le coscienze intorpidite dal disinteresse di riappropriarsi del potere concesso per propria sovranità. Le leggi vengono fatte dal Parlamento, in virtù di un potere che non è dei parlamentari (in quanto tali), ma è del popolo italiano, il quale serba in seno la potenzialità di legiferare senza l’ausilio di vesti istituzionali e di palazzi.
Il popolo si autodetermina a prescindere dalle leggi che lo regolano.
Tenendo bene a mente questo principio ogni cittadino può giungere là dove la legge non può o non vuole arrivare. Noi della Foresta di Sherwood più volte abbiamo sottolineato la necessità di un cambiamento in questo senso, soprattutto nei confronti di un nuovo atteggiamento verso la nazione cinese per le plurime violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, già trattate ampiamente nel blog e alla cui lettura vi rimando. I provvedimenti che il nostro governo non vuole prendere li prenderemo noi, inficiando ciò che realmente trattiene i nostri politici da prendere un’iniziativa decisa e che ottura le orecchie dei capi di stato in questione, l’interesse economico.

Non comprate prodotti provenienti dalla Cina!
Non abbiate sulla coscienza morte e sofferenza!

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Ps: tanto per ricordarvi di quali violazioni stia parlando…


martedì 2 marzo 2010

De la gente che se scanna per un matto che commanna

«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare. Per guardare in alcuni aspetti del futuro non occorrono proiezioni di supercomputer. Molto del millennio che sta per iniziare può essere visto dal modo in cui ci prendiamo cura oggi dei nostri bambini. Il mondo di domani sarà influenzato dalla scienza e dalla tecnologia, ma soprattutto sta già prendendo forma nei corpi e nelle menti dei nostri figli».

Sono le parole pronunciate da Kofi Annan, l'ex Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 1997.
«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare», una gran bella frase, ma solo questo. Solo una frase. Basta guardarsi un po' in giro per capire questo: bambini obesi che passano le giornate davanti alla televisione in America, bambini costretti a prostituirsi e vivere per strada in Brasile, in Africa ed in gran parte del mondo. Tutti accomunati da un unico particolare: non aver voluto la vita che stanno vivendo.

Mogbwemo (Sierra Leone) - «Maniche corte o maniche lunghe?» no, non è la richiesta di una mamma di fronte ai capricci del figlio incapace di scegliere come vestirsi. È la richiesta degli uomini del RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito che, al grido di “Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo” imperversò in Sierra Leone tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Ciò che succedeva dopo la domanda era sempre la stessa, identica, cosa: l'amputazione. Delle braccia nel primo caso o delle sole mani nel secondo. Quando in questa situazione si trovavano – come si trovano tutt'ora – dei bambini, l'amputazione non era solo una mera questione fisica, era anche – e soprattutto – amputazione dell'infanzia.

Il rapporto tra i bambini e la guerra nasce nella notte dei tempi: che siano esse vittime o complici dei carnefici fa poca differenza. Il trauma è lo stesso. Ai tempi delle campagne napoleoniche li chiamavano “enfants perdus”, bambini perduti. Erano tamburini che davano il ritmo ai soldati in prima linea e, come tali, i più esposti al fuoco di artiglieria. Poi la guerra si evolve, e i compiti dei bambini in guerra mutano: gli appartenenti alla Hitlerjugend, ad esempio, archetipi del moderno kamikaze, avevano il compito di saltare sui carri armati nemici cercando di infilare le bombe a mano nelle feritoie; le immagini dei bambini palestinesi che sfidano i carri armati sionisti armati di sole pietre sono ben presenti nella memoria di ciascuno di noi.
Secondo il Rapporto Globale sui bambini soldato del 2008 sono più di 250.000 i minori che prendono parte ai combattimenti in giro per il mondo. Che siano soldati o semplici “assistenti”, francamente, credo faccia poca differenza.

Come si evolve la “carriera” di un bambino soldato.
Spesso i bambini – e le bambine, visto che la guerra non ha mai fatto problemi di genere – vengono presi durante le razzie dell'esercito o delle truppe ribelli, la cui differenza è spesso impercettibile, nei loro villaggi. I più piccoli – dai 4 ai 6 anni – svolgono tipicamente il ruolo di sentinelle: completamente nudi vengono lasciati nelle foreste o nei campi, con il compito di strillare, correre o far finta di giocare, ed avvisare l'esercito di appartenenza alle prime avvisaglie di presenza nemica nelle vicinanze. Non è difficile immaginarlo: questo stesso metodo è utilizzato anche dalla criminalità organizzata nostrana. Cambiano le latitudini, ma le abitudini in guerra rimangono sempre le stesse evidentemente.
Arrivati all'età massima per ricoprire tale ruolo, se si è ancora in vita si diventa militari a tutti gli effetti. L'iniziazione arriva, per tutti, tra i 7 e gli 11 anni.
Per le ragazze è un po' diverso, perché – salvo alcuni non proprio eccezionali casi – le femmine non sono buone per fare la guerra e quindi, a partire dai 10 anni, vengono sfruttate come manovalanza nelle retrovie (cucinare, lavare le divise) e, nella quasi totalità dei casi vengono utilizzate per soddisfare i desideri sessuali delle truppe “adulte”.
Non fa alcuna differenza se fai parte degli eserciti ribelli o dell'esercito regolare: è questo quel che ti aspetta.

Quando non vengono rapiti, può anche capitare che alcuni bambini decidano di arruolarsi volontariamente, anche se in una scelta del genere non c'è nulla di volontario:

«Presero mio padre e lo misero in cella. Poi mi chiesero se volevo andare con loro. Ho detto di sì, perché volevo proteggere mio padre, ero sicuro che altrimenti lo avrebbero ucciso. Avevo 6 anni. Mi presero e portarono via assieme a molti altri bambini. Eravamo circa 175 e l'addestramento durò tre mesi, poi ci mandarono al fronte».
Sono le parole di John, uno dei ragazzi “riabilitati” dai programmi specifici dell'Unicef o delle tante Ong che si adoperano per restituire agli ex bambini soldato la vita che gli è stata portata via da una guerra in cui – vittime o carnefici – si sono ritrovati senza volerlo.
Come John ce ne sono tanti, tantissimi. Come Kalami, che dai 9 ai 15 anni ha combattuto in uno dei gruppi armati che si massacrano nella Repubblica Democratica del Congo: «Ci veniva ordinato di uccidere persone costringendole a restare all'interno delle loro case mentre noi le bruciavamo. Abbiamo persino dovuto sotterrarne alcune vive. Un giorno, io ed i miei amici siamo stati costretti dal nostro comandante ad uccidere tutti i componenti di una famiglia, tagliarne i corpi e mangiarli».

Vengono plagiati dai comandanti, i quali puntano sulla sete di vendetta dei bambini verso chi gli ha sterminato la famiglia e distrutto tutto ciò che avevano (in Africa, per esempio, l'80% dei bambini soldato ha assistito ad un'azione armata intorno alla propria casa ed il 60% ha perso la propria famiglia a causa del conflitto). Difficilmente, quando vengono rapiti, i genitori si ribellano: è scegliere tra la vita e la morte dei propri figli, e tutti i genitori, a qualunque latitudine e da qualunque classe sociale provengano, sceglieranno sempre per la vita. Un esercito di bambini, poi, è decisamente più conveniente di uno di militari esperti: non vengono pagati, sono facilmente indottrinabili (e quindi più fedeli), e quando muoiono è più facile trovarne validi ricambi. I bambini poi, è risaputo, si adattano subito alle situazioni e, non avendo alternative con le quali fare comparazioni, dopo non molto tempo inizieranno a considerare la guerra come la situazione “normale” e non è raro sentire, nelle parole dei "reduci", la soddisfazione che avevano, quando erano al fronte, per essere parte di una situazione simile.
Per questi motivi vengono utilizzati spesso in fasi pericolose delle missioni, quali l'attraversamento dei campi minati o l'intrufolarsi nei territori nemici per spiarli. La creazione delle armi automatiche (un bambino di 10 anni può tranquillamente essere equipaggiato con un AK-47), nonché il mercato occidentale del genere guerrafondaio dei film, si dimostra sempre più alleato dei signori della guerra africani: come dice Ishmael Beah - un ex bambino soldato autore di un meraviglioso, seppur difficile libro come "Memorie di un soldato bambino" - quando era ancora arruolato nell'esercito della Sierra Leone passava le serate a guardare film di Rambo o dello stesso genere, sperando di poter applicare quelle stesse tecniche il prima possibile.

La “geografia” dei bambini soldato.
È sicuramente l'Africa la “patria” dei bambini soldato: escludendo il caso limite dell'LRA, l'Esercito di Resistenza del Signore di stanza tra il nord dell'Uganda e in alcune parti del Sudan, composto per intero da bambini soldato, negli altri conflitti il numero di bambini utilizzati nei vari ambiti della guerra ha percentuali sempre a due cifre. Così come ruolo fondamentale ricoprono in molte zone del Medio Oriente (con punte del 70% nell'Intifada palestinese), dell'Asia e dell'America Latina (dove per lo più vengono arruolati nelle fila dei movimenti di liberazione nazionale). È quasi una costante, nei paesi poveri in cui si creano situazioni di guerra, trovare tra le truppe anche bambini piccolissimi, bambini che nel resto del mondo la guerra la giocano, non la fanno.
Uso regolare ne veniva fatto dai Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia o dalle Tigri Tamil cingalesi, ma non è difficile vederli immolarsi nei mercati afghani od iracheni, disposti per somme che a noi paiono irrisorie a trasportare bombe o a divenirlo essi stessi (10 dollari per posizionare un IED, un Improvised Explosive Devices, in Afghanistan sono visti come una fortuna, là dove la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno).

Questa pratica, però, non è da legare all'arretratezza culturale con cui il circuito dei media mainstream ci presenta le popolazioni non occidentali: Canada, Stati Uniti, Australia, Olanda e Gran Bretagna vedono di buon occhio militari “under 18”. Naturalmente non si parla di reclute di 6-7 anni, ma come spiegare le 4.991 unità non maggiorenni dell'esercito di sua maestà se non con quelle stesse parole che si userebbero – e che si usano – quando queste notizie vengono dai “terroristi” afghani, arabi o di qualunque altra etnia/popolazione/religione “barbara”?

Le bambine soldato.
Nascere femmina, in Africa, ha sempre significato avere davanti una vita più difficile, ma d'altronde è così in tutte le società maschiliste, in cui la donna è vista ancora come mera proprietà dell'uomo. Le bambine soldato non fanno eccezione, anzi. Non solo vengono impiegate in ruoli di retroguardia, ma spesso sono utilizzate in prima linea come spie (circa il 30% degli eserciti mondiali ha delle bambine tra i propri componenti). Si arruolano per scappare dalla vita di strada, che incontrano però sotto le armi, costrette come sono a diventare le “mogli” dei comandanti ed a subire ripetute violenze sessuali da parte dei maschi. Ciò le espone a due rischi: contrarre l'HIV/AIDS od altre malattie a trasmissione sessuale, cosa che le fa relegare ai margini delle società cui appartengono (in particolare in quell'Africa in cui la donna è vista spesso solo nella sua funzione riproduttrice) o rimanere incinte, andando così incontro all'espulsione dalle loro comunità, perché non solo queste ragazze si uniscono ai ribelli, ma fanno anche figli con i comandanti. Anche questo, come nel caso delle sentinelle, non è un concetto tanto difficile da comprendere: ancora oggi, nelle società che si dicono evolute come la nostra, non è difficile incontrare chi sostiene la correità delle ragazze stuprate.

Jasmine, 16enne al tempo della “reintroduzione in società” (dodicenne al tempo dell'arruolamento da parte di un gruppo armato mayi-mayi del Kivu meridionale, Repubblica Democratica del Congo) e madre di un bambino di 4 mesi, ha raccontato ai ricercatori di Amnesty International:

«Quando i mayi-mayi attaccarono il mio villaggio, scappammo tutti via. Durante la fuga, i soldati catturarono alcune ragazze, anche quelle molto giovani. Una volta che sei nelle loro mani, sei costretta a “sposare” uno di loro, non importa se è vecchio come tuo padre o se è giovane, se è bello o brutto...sei costretta ad accettare. Se ti rifiuti, ti uccidono. È accaduto a una delle mie amiche. Ti sgozzano come galline e neanche seppelliscono i corpi».
Questo aspetto non fa altro che aggiungersi a tutta quella violenza – fisica e psicologica – che bambini e bambine subiscono in guerra. Non solo devono accettare di vedersi mutilati, marchiati a fuoco, di aver passato un infanzia all'insegna della violenza e sotto l'effetto di droghe (come la “brown brown”, cocaina tagliata con polvere da sparo), ma devono sottostare per anni, anche una volta lontani da scenari bellici, a traumi psicologici ed incubi continui. Tutto questo si riversa poi sulla loro vita sociale: la difficoltà di risocializzazione è talmente alta che, spesso, i ragazzi non riescono a farsi quella vita "normale" che non hanno mai avuto. Per le ragazze, anche in questo caso, è peggio: non solo devono sottostare ad atrocità ben peggiori dei maschi, ma non vengono neanche adeguatamente aiutate nella difficilissima opera di ricostruzione del proprio Io, interiore e sociale, e spesso finiscono col diventare prostitute.

Anche quando il recupero sembra terminato, non è detto che questi ragazzi tornino – o in molti casi, facciano ingresso per la prima volta – in una vita che si può considerare “normale”: nei centri di recupero – nei quali spesso si fanno disegnare o rappresentare con armi giocattolo le scene di guerra a cui hanno preso parte realmente – il tempo massimo di transizione è di due mesi. Poi i ragazzi vengono inviati nuovamente alle loro comunità di origine (spesso inesistenti) che in alcuni casi equivale a rimetterli nelle mani delle milizie, oppure vengono adottati o da altri parenti, come nel caso di Ishmael, adottato da uno zio prima del trasferimento nella vita “normale” negli Stati Uniti, oppure vengono direttamente sradicati dalle loro comunità ed inviati, per adozione, a famiglie in luoghi lontani dalla guerra anche se, come abbiamo visto, i fantasmi del loro passato non hanno problemi ad attraversare oceani o a farsi trasvolate da una parte all'altra del mondo.

Il diritto internazionale.
Nonostante, come abbiamo visto in precedenza, il problema dei bambini soldato sia un problema antico, la sua risoluzione normativa è una questione di cui ci si occupa da non tantissimo tempo. Il primo documento internazionale in cui si inizia a parlare di questo problema sono le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, anche se queste si limitavano a stabilire (artt. 23 e 24 della IV Convenzione) norme a tutela dei minori sotto i 15 anni, senza entrare nello specifico della questione “minori e guerra”. Per farlo ci vorranno circa 30 anni: i Protocolli Supplementari a tali convenzioni indicano chiaramente i 15 anni come l'età minima per l'arruolamento e l'uso dei bambini in situazione di conflitto armato, sia che i minori siano impiegati da eserciti regolari che da “insorti”. Siamo nel 1977, e forse molto si deve alla spinta dei movimenti pacifisti. L'art. 77 del Protocollo Supplementare I recita:

«Le parti in conflitto porranno in essere tutte le misure attuabili affinché i bambini che non hanno raggiunto l'età di 15 anni non prendano direttamente parte nelle ostilità e, in particolare, si asterranno dal loro reclutamento nelle forze armate. Nel reclutamento fra quelle persone che hanno raggiunto l'etè di 15 anni, ma che non hanno raggiunto l'età di 18 anni, le parti in conflitto cercheranno di dare la priorità a coloro che sono più grandi (comma 2). Se, in casi eccezionali, malgrado le disposizioni del comma 2, i bambini che non hanno raggiunto l'età di 15 anni prendono direttamente parte nelle ostilità e vengono catturati dalla parte avversa, continueranno a trarre beneficio dalla protezione speciale prevista da questo articolo, e non sono prigionieri di guerra (comma 3)». Per quanto riguarda i conflitti non internazionali, quindi la maggior parte delle guerre attuali (guerre inter-etniche, inter-religiose et alia) è fatto divieto alle parti in conflitto di reclutare bambini al di sotto dei 15 anni, sia che essi svolgano un ruolo attivo (come soldati) sia che il loro ruolo sia passivo (come cuochi, sentinelle e simili). Ma, come sappiamo, le convenzioni internazionali rimangono spesso solo pezzi di carta, e non solo per il volere dei “terroristi barbari” ma anche, e soprattutto, per l'ostracismo delle forze “pacifiche e democratiche” dell'Occidente che, in molti casi, hanno più di un interesse nei conflitti in corso.

Una svolta si è avuta nel 1997, quando le principali Ong impegnate nella tutela e nella protezione dei diritti dell'infanzia nei conflitti armati e l'Unicef si riunirono a Città del Capo per creare gli omonimi principi, nei quali si ridefinisce il ruolo di “bambino soldato”, che da quel momento si riferisce a tutte le bambine ed i bambini al di sotto dei 18 anni che hanno preso parte in qualsiasi modo in un conflitto armato, inserendo anche coloro che hanno subito un reclutamento forzato per motivi sessuali e/o per matrimoni forzati.
Tale cambiamento è stato fondamentale per l'accesso ai programmi di riabilitazione anche per quei bambini che sono impegnati nei conflitti con ruoli diversi da quello del “combattente”.

Dieci anni dopo, a Parigi, l'Unicef ed il Governo francese organizzano la conferenza internazionale “Free children from war – liberiamo i bambini dalla guerra”, dove i 58 Paesi presenti si sono impegnati formulando ben due documenti:

  • Gli impegni di Parigi”: un insieme di principi legali ed operativi necessari agli Stati per proteggere i bambini dal reclutamento o dall'uso nei conflitti armati e che vanno ad implementare e completare l'apparato normativo esistente;
  • I principi di Parigi”: un dettagliato documento comprendente principi in merito a: protezione dal reclutamento o dall'uso nei conflitti armati, rilascio e reintegro nella vita “civile”; in tale documento è anche evidenziata chiaramente l'esigenza di creare una politica di lungo periodo per la prevenzione del reclutamento e per la definitiva cessazione della partecipazione dei bambini ai conflitti armati.
Oggi l'opera di divulgazione affidata agli ex bambini soldato è fondamentale per far comprendere all'Occidente, quello stesso Occidente che si riempie la bocca di parole come “pace”, “libertà”, “democrazia” le sue responsabilità in quanto correo di signori della guerra e governi-fantoccio necessari per mantenere lo status di “paese ricco” di cui i paesi occidentali si fregiano. Se poi questo status è mantenuto sulla pelle dei bambini beh...forse, dopo aver integrato la definizione di “bambino soldato”, alla prossima conferenza internazionale ci sarà da aggiornare anche quella di “terrorista”, aggiungendo alla lista di gruppi quali Al Quaeda, Sendero Luminoso, Pkk anche i nomi di quei paesi che permettono – sia perché coinvolti, sia perché “distratti” - tutto questo. Ma solitamente le colpe dei paesi occidentali passano sotto il nome di “missione di pace”.