giovedì 20 novembre 2008

Orecchie da mercante e testamento biologico

Il recente caso di Eluana Englaro ha fatto riaffiorare il dibattito - perché in Italia, va ricordato, si riesce a discutere di determinati argomenti solo sotto la spinta emozionale dei casi di cronaca, con il risultato scontato che, una volta venuta meno questa, tutto rimanga esattamente com’era prima - riguardo l’eutanasia, la quale coinvolge la società civile sin dagli albori della medicina moderna.
Anzi tutto dobbiamo fare alcune distinzioni tra le varie forme di “morte dolce”.
L’eutanasia può essere considerata volontaria nel caso sia richiesta e autorizzata dalla persona malata in evidente stato di coscienza.
Inoltre, si parla di eutanasia attiva nel caso in cui la morte sia provocata in maniera diretta, per esempio mediante la somministrazione di sostanze tossiche, mentre si definisce eutanasia passiva la pratica secondo cui la morte sopraggiunge in via indiretta, generalmente ottenuta interrompendo le cure indispensabili alla sopravvivenza del malato.
Infine, nel caso in cui non vi sia intervento di terzi si parla di suicidio assistito.

La possibilità di un diritto alla morte in determinate circostanze è quanto meno necessaria.
Ogni persona dovrebbe avere il diritto di scegliere riguardo la propria esistenza in casi particolari considerando che spesso l’eutanasia è l’unica via per risparmiare una sofferenza atroce – non solo fisica alle volte - a individui affetti da malattie incurabili.
Ovviamente i casi possono essere i più disparati: ad esempio, se una persona è in stato vegetativo irreversibile, come Eluana dal 1992, non avrà certo la facoltà e la consapevolezza di scegliere – possibilità che comunque le sarebbe preclusa in ogni caso.
Una decisione presa dai familiari non potrà essere mai considerata come “volontà” della sua stessa persona; questo è necessario ricordarlo.
La soluzione – non felice certo - del problema consisterebbe nello stabilire la propria volontà nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali in un testamento biologico.
Nessuna responsabilità graverebbe più sui familiari, i quali oggigiorno si devono necessariamente interrogare su una scelta disgraziata.
Un dolore risparmiato a chi già patisce per la sorte di una persona cara.
Pensate anche solo al dolore che deve aver accompagnato la scelta di Beppino Englaro e come lui molte altre persone.


Come mai allora non è ancora stato proposto alcunché di simile al testamento biologico?
La risposta non è facile.
Da una parte c’è sicuramente l’influenza della Chiesa Cattolica negli affari politici italiani, è innegabile.
La Chiesa ritiene ogni forma di eutanasia, attiva o passiva, volontaria o no, allo stesso livello del suicidio o, addirittura, dell’omicidio, e, allo stesso tempo, afferma di fare attenzione alla distinzione tra eutanasia e rinuncia all’accanimento terapeutico, ossia nel caso in cui la morte sia ritenuta imminente e inevitabile.
Fondamentalmente l’eutanasia è ritenuta moralmente inaccettabile.
Dall’altra c’è una responsabilità oggettiva da parte del mondo politico, il quale si preoccupa più di non perdere il voto dei cattolici che di affrontare temi scottanti non più prorogabili, rimanendo impantanato in una situazione che mette ogni giorno più in evidenza i limiti della politica nostrana.
Lo Stato Italiano è probabilmente lontano dalla soluzione del problema, ma tutti sono invitati alla riflessione su ciò che effettivamente è giusto e cosa no.

Si pensi ad esempio al caso di Piergiorgio Welby datato 2006, quando l’ammalato chiese che gli fosse staccato il respiratore che lo teneva in vita, scrivendo una lettera al presidente della Repubblica.
Il 20 dicembre Welby è morto a causa di insufficienza respiratoria causata dal distacco del respiratore dal suo medico anestesista.
A seguito di indagini e processi il medico è stato ritenuto non colpevole, ma la vicenda non ha mancato di suscitare polemiche.
A un esame superficiale si può pensare al distacco del respiratore come “interruzione di vita”.
Però, riflettendoci su, viene da pensare: “Ma, effettivamente, vivere attaccati a una macchina e senza la possibilità di muoversi (Welby era ammalato di distrofia muscolare), di parlare... significa davvero vivere?”

Aricolo scritto a quattro mani da Elena Lucatelli e Mirko Duradoni.

giovedì 13 novembre 2008

Free Blogger



La Foresta di Sherwood aderisce all'iniziativa lanciata da Beppe Grillo nel suo blog contro la proposta di legge avanzata da Franco Ricardo Levi (Pd) presso la VII Commissione Cultura della Camera dei deputati in data 6 Novembre 2008.

Cosa comporta la proposta di legge Levi/Veltroni?

- ogni blog è equiparato a un prodotto editoriale
- ogni blog che pubblica Adsense di Google o banner può risponderne all'Agenzia delle Entrate
- ogni blog deve iscriversi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione)
- ogni blog è soggetto alle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa
- ogni blog che non si iscrive al ROC può essere denuciato per il reato di "stampa clandestina": due anni di carcere e sanzioni economiche.

Ci troviamo davanti ad un ennesimo tentativo di controllare l'informazione circolante sul web e di soggiogarla, parimenti all'informazione audio-televisiva e cartacea, agli interessi della politica italiana.
Ciò non può che destare la nostra più profonda preoccupazione per il futuro di una società che rischia di vedersi privata del più potente alleato nella ricerca di un'informazione veramente plurale.
Non a caso le voci più scomode del mondo del giornalismo, quelle che stimolano una riflessione forte, hanno trovato nel web l'unico luogo dove potersi ancora esprimere.

Noi abbiamo aderito, fatelo anche voi.


Anche il vignettista si è dato da fare


e c'è chi al progetto vuol dedicarsi

Articoli per approfondire:

La Camera manda avanti il DDl anti-blog, Luca Spinelli
"No all'ammazza blog" di Antonio Di Pietro | 10 Novembre 2008
Grillo e Travaglio sulla proposta di legge Levi, detta "ammazzablogger"


Free Blogger

domenica 9 novembre 2008

Il potere delle Parole

Non tutti forse ne siamo consci ma nel parlare le persone esercitano una forma di potere simbolico capace di modificare gli atteggiamenti di chi ci sta attorno.
E’ necessario prendere atto di questo potere e imparare ad usarlo per perseguire l’ideale di un linguaggio spoglio di elementi involontariamente dannosi, denigratori o ad accezione negativa (o volutamente spacciati per involontari).

Per farvi capire meglio eccovi un esempio:
“Sul campo di gioco c’è una vera e propria battaglia”
Il gergo bellico applicato allo sport, anche se non fatto intenzionalmente, ha una forte connotazione violenta, la quale sarebbe d’uopo fosse presente nella minor misura possibile affinché le persone si rapportino allo sport in maniera corretta.
Questo è uno dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Progetto de “La Foresta di Sherwood” è la creazione di un dizionario etico che sostituisca i termini considerati in precedenza con termini neutri, che non favoriscano la formazione di atteggiamenti negativi o potenzialmente dannosi.

Ognuno di voi può dare il proprio contributo alla causa riportando quelle parole che secondo la propria opinione rientrano fra quelle precedentemente considerate e magari proponendo un termine o una locuzione sostitutiva.


Aspettiamo le vostre idee.

giovedì 6 novembre 2008

Risposta al Senatore Guzzanti

All'interrogazione proposta del senatore paolo Guzzanti (Pdl) sul suo blog ho voluto rispondere così:

“è ammissibile o non ammissibile, in una democrazia ipotetica, che il capo di un governo nomini ministro persone che hanno il solo e unico merito di averlo servito, emozionato, soddisfatto personalmente?”


Andiamo a vederla questa democrazia ipotetica.
Assumendo per vero quanto supposto esisterebbe il concreto rischio di scadere nella sudditanza di queste persone nei confronti del capo del governo che le ha ricambiate del loro operato extra-politico.
Queste persone sarebbero sicuramente più reticenti, volontariamente o meno, nel garantire al popolo ipotetico il controllo di derive anti-democratiche o di azioni non nell’interesse della nazione (democratica).
Sarebbero bensì più propense a mettere in atto provvedimenti nell’interesse della persona del premier.

Non va dimenticato che circondarsi di persone fedeli alla propria persona era usanza di Re, Imperatori e di statisti totalitari molto meno ipotetici.
Tale usanza aveva lo scopo di assicurarsi un potere e un governo di tipo personale, cosa che con la democrazia ha veramente poco a che fare, ne converrà senatore.

Senza voler scendere nella sterile polemica sull’attuale premier e senza voler supporre che il Presidente Silvio Berlusconi miri a farsi Cesare del XXI° secolo, l’usanza di nominare suddette persone deve destare la preoccupazione di tutta la democrazia italiana.
I valori della democrazia non sono proprietà di nessun partito, ma dell’intero popolo italiano.
In nessun caso si possono fare eccezioni neppure nei confronti dell’uomo più ben intenzionato del nostro mondo non ipotetico.

Veniamo alla sua domanda senatore: è ammissibile o meno?
No, non lo è affatto e anzi la invito a fare i nomi di queste persone, che si sappia almeno chi siano costoro e perchè ricoprano l’attuale posizione, spezzando così l’ostico velo dell’omertà che fra tutti gli schiaramenti regna sovrana, ahimè.

Mirko Duradoni

venerdì 24 ottobre 2008

La politica della violenza

Da un'intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale,
22 ottobre 2008

“Maroni dovrebbe fare quello che feci io quando ero ministro dell'Interno. In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito... Lasciar fare gli universitari. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.”

Francesco Cossiga

Le parole di quello che fu l’ottavo presidente della Repubblica italiana (1985-1992) sono quanto di più inconciliabile possa essere proferito in un paese democratico, quale la nostra Italia.
Si dirada così la nebbia sugli accadimenti dell'11 marzo 1977, quando egli era a capo del dicastero degli interni.
Nella zona universitaria di Bologna nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell'ordine trovò la morte il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso.
Alle successive proteste degli studenti, Cossiga rispose mandando veicoli trasporto truppa blindati nella zona universitaria.
A seguito di ciò - ed a seguito della morte della militante di sinistra romana Giorgiana Masi sul lungotevere - per protesta dagli studenti il suo nome venne scritto sui muri della case con una kappa iniziale ed usando la doppia esse delle SS naziste, disponendo le esse a mo' di svastica o usando storpiare il nome in kossino assassiga.
Viene spontaneo chiedersi se una persona del genere possa ancora sedersi in parlamento, in virtù della propria posizione di senatore a vita, dopo i crimini e la violenza della quale si è macchiato in passato e che oggi vorrebbe riproporre.
Egli rappresenta una minaccia concreta a chi pacificamente fa proprio il diritto democratico di manifestare il proprio pensiero.
Che si prendano dunque dei provvedimenti.
Che si salvi la dignità della democrazia italiana.

Per approfondire:
Intervista completa a Cossiga 22-10-08
Moti studenteschi 1977
Denuncia a Cossiga di Assirelli Luca

martedì 21 ottobre 2008

Tg italiani, i nuovi adulatori


L’autorità di garanzia per le comunicazioni denuncia la disparità di trattamento fra Governo e opposizioni in materia d’informazione nei telegiornali italiani.
In testa ai trasgressori troviamo i notiziari Mediaset, per i quali il rispetto dei principi di “correttezza e parità di trattamento” in qualsiasi momento dell’anno sembra venire meno.


Impressiona per ragioni diverse ai dati sopracitati il tempo dedicato alle opposizioni.
Risulta fortemente penalizzata la voce di gruppi quali Radicali, Udc e sinistra extraparlamentare.
I primi ottengono ben 9 secondi per l’intero mese di maggio all’interno del Tg4 e 26 su Studio Aperto.
In Rai le cose non vanno meglio.
38 secondi dedicati ai Verdi sempre nel mese di maggio.
Peggio va al Partito Socialista che in Rai non ottiene considerazione neppure per un secondo nello stesso mese.
In questo scenario desolante Casini avrà di che gioire del solo secondo che ottiene al Tg3 a maggio, per i tre secondi di agosto e per i cinque di settembre.

La Difesa dei direttori

“Non è vero che abbiamo esagerato” questa la risposta unanime dei direttori dei telegiornali intervistati.
“In periodi di emergenza il governo parla, dice, rassicura, prende provvedimenti. E’ normale che sia così” dice Mauro Mazza direttore del tg2.
Sulla stessa linea si pone Giorgio Mulè direttore di Studio Aperto secondo il quale i dati sarebbero influenzati dall’attualità.
Inevitabile chiedersi allora su cosa le forze minoritarie debbano formare il proprio pensiero e le proprie opinioni dal momento che l’attualità e ciò che succede nel mondo sembra sia ad unico usufrutto dell’attenzione di Palazzo Chigi.
Che le minoranze vivano rinchiuse in uno sgabuzzino senza finestre sul mondo esterno?
Forse le cose non vanno proprio così.
Che ogni componente politica, per non dire ogni uomo comune, goda della propria opinione sugli accadimenti recenti pare asserzione fin troppo scontata.
Che ognuna di queste dia vita ad una pluralità di pareri dovrebbe essere cosa auspicabile.
Di una sola voce vive solo l’assolutismo.
I servizi d’informazione pubblica dovrebbero tenere in maggior conto questo principio e anzi
rimpolpare la fibra di una democrazia martoriata riportando per il giusto tempo la voce anche di chi dissente dalla corrente.

L’estero ci guarda

A differenza dell’informazione italiana per la quale le notizie dall’estero si sono adagiate comodamente sulla cronaca rosa e sul pettegolezzo, i paesi stranieri guardano ancora con occhio fermo alle nostre vicissitudini.
Il Financial Times sostiene che in Italia Berlusconi riceva dai media, televisioni e molti giornali, "un'adulazione vicina ai livelli Nordcoreani" (Guy Dinmore).


Un’affermazione certo forte, sicuramente esagerata per i diretti interessati -si è mai visto qualcuno scagliarsi contro il proprio stesso operato?- ma che dipinge in maniera esemplare lo stato della nostra informazione, dove al pluralismo e al confronto d’idee diverse si preferisce la presentazione piatta - a volte celebrativa- della mainstream.

Un trend questo che non può che trovarci in disaccordo e che noi della Foresta di Sherwood avverseremo informando.


Vignetta di Ciaramelli Alarico

Scrivi alla Foresta

Vuoi inviare un tuo articolo alla Foresta di Sherwood?

Invia una mail all'indirizzo: laforestadisherwood@ymail.com
con allegato il tuo articolo.

Ricordati di inserire all'interno della tua mail:
-il tuo nome e cognome
-il tuo consenso a pubblicare l'articolo
Al più presto riceverai una mail di risposta riguardo l'eventuale pubblicazione del tuo articolo.




sabato 18 ottobre 2008

Università e Legge 133

16-10-08

Il Governo Berlusconi durante i mesi estivi dell’anno 2008 ha approvato il DL 112, convertito poi in Legge 133 il 6 Agosto.

-Cosa prevedono il decreto e la legge in questione?

Una serie di misure economiche atte a ridurre le sovvenzioni agli apparati pubblici, in particolar modo all’Università statale, per la quale si stima che i tagli raggiungono 1 miliardo e 500 milioni di euro in 5 anni. Un duro colpo per molti Atenei italiani che già da molti anni non versano in ottime condizioni economiche (vedi Siena e Firenze). Tuttavia il mondo universitario “sembra” avere un’alternativa al sicuro fallimento di molti dei suoi complessi. L’articolo 16 della Legge 133 prevede infatti la Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università”

-Cosa significa?

“In attuazione dell'articolo 33 della Costituzione […] le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato” liberando così lo Stato dall’onore della sovvenzione. Tutto ciò porterebbe ad una serie di conseguenze fra le quali la scomparsa del tetto massimo del 20% del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) per le tasse universitarie che si trasformerebbero da contribuzione a reale fonte di sostentamento per la gestione economica dell’Ateneo, determinandone un brusco innalzamento. Incremento che probabilmente non sarebbe sostenibile per una cospicua fetta della popolazione studentesca che si troverebbe a dover rinunciare al proprio diritto all’istruzione contrariamente a quanto stabilito nell’Art.34 della Costituzione italiana. In presenza di un'amministrazione universitaria inefficiente (i bilanci in rosso sono a testimonianza di ciò), suscita stupore che il governo abbia deciso di non agire minimamente sotto questo aspetto, quanto su quello di privare gli atenei della loro più importante fonte di sostentamento. La legge 133 ha introdotto inoltre un pesante blocco del turn-over del personale docente e tecnico-amministrativo, il quale stabilisce un limite massimo di nuove assunzioni a fronte dei pensionamenti. Esso limita il turn-over a uno su dieci per il 2009 e uno su cinque per il 2010. In parole povere, il prossimo anno per dieci persone che escono lavorativamente dal sistema universitario ne entrerà solo una, senza distinzione alcuna fra personale docente e personale amministrativo. L’ingresso dei privati sancito dalla Legge 133 condiziona non solo l’aspetto economico dell’Ateneo, come già detto, ma anche aspetti ben più cardinali quali la Ricerca e la Didattica.

-In che modo?

Questi aspetti verranno fortemente influenzati dalle logiche di mercato per le quali il sapere si valuta in base alla produttività di ciò che ne verrà fuori. Alcuni settori quali quelli dell’area tecnico-scientifica e medica avranno sì la possibilità di fare Ricerca, ma non più libera, dovranno infatti sottostare alle condizioni imposte dagli enti privati in materia. Altri più sfortunatamente, come i settori dell’area umanistico-sociale, non producendo alcunché di “vendibile” vedranno con tutta probabilità ridurre a zero i propri orizzonti di Ricerca.In un paese quale l’Italia che per quanto concerne la Ricerca scientifica si trova in una situazione di forte ritardo (investendo il solo 1.1% del PIL) sia rispetto ai principali paesi industriali che ad alcune economie europee di minori dimensioni come quella svedese e finlandese, un taglio così consistente non può apparire altro che autolesionista.

- e i Ricercatori?

I giovani ricercatori italiani sono spesso tra i migliori al mondo, sono invidiati dai centri di ricerca internazionali - che infatti fanno poca fatica ad accaparrarseli - hanno una cultura di base generalmente più ampia, nonostante la vergognosa disorganizzazione dell'Università italiana e, come ricompensa, sono pagati cifre miserevoli e sono condannati al precariato a vita. La situazione si fa ancora più drammatica per i giovani professori che tentano di scalare le baronie universitarie per trasmettere un sapere decente agli studenti.I professori a contratto, precari permanenti, sono pagati dagli 0€ a 600€ per due mesi di corso universitario. Per fare un paragone in Germania la cifra sale a 2000-3000€. Per ovvie ragioni i professori, e con loro i corsi, scompaiono.

Partecipa all'iniziativa:



Copia e incolla nel tuo sito o blog il codice in basso.




Per approfondire:
Legge 133
La repubblica (Firenze) 30-09-08
Corriere Fiorentino 26-09-08
La ricerca scientifica in Italia
Lezioni-protesta, meccanica quantistica di fronte Montecitorio

venerdì 15 agosto 2008

Il commercio di Mummie

Non di mummie ritrovate in chissà quale anfratto della valle dei re in Egitto parla questo articolo, bensì delle dimenticate vittime della Repubblica Popolare Cinese che si trovano al centro di un macabro commercio, non limitato più ormai all’espianto d’organi.

-Ma che mummie sono quelle cinesi?

Seguendo la prassi ideata dal dottor Gunther von Hagens, è possibile interrompere il processo di decomposizione di un cadavere eseguendo un trattamento di plastificazione. La perfetta conservazione è frutto della cosiddetta «plastinazione», metodo messo a punto a fine anni ’70, che consiste nel sostituire liquidi e grassi con incorruttibili polimeri, rendendo così inalterato l’aspetto d’ogni singola cellula e allo stesso tempo renderla malleabile e modellabile. Le salme dei condannati a morte sono i primi candidati per divenire le mummie del Ventunesimo secolo, orribile oggetto di sfoggio in musei e mostre, come già accaduto negli USA e ora in Europa, sotto il nome di esibizione dall’alto valore educativo. E’ questo il caso della mostra «Bodies, the Exhibition» della compagnia Premier Exhibitions, ove vengono presentati al pubblico venti reperti anatomici, tutti cinesi, tutti muscolosi, tutti di mezza età, tutti senza i segni di debilitanti malattie e fino a poco tempo fa dichiarati “di provenienza legittima, corpi senza famiglia ceduti dalla Dalian Medica University al laboratorio di plastinazione” secondo quanto riportato da Arnie Geller, amministratore delegato della Premier Exhibitions.

Grazie all’inchiesta della Abc sappiamo che le cose vanno diversamente. Il reporter Brian Ross recatosi a Dalian, nella provincia cinese di Liaoning, documenta l’esistenza di un capannone di periferia a sessanta chilometri dall’Università dove le microcamere riprendono una decina di lavoratori mentre vengono sorpresi ad imballare cadaveri e altri resti umani «plastinati» pronti alla spedizione negli Stati Uniti (in foto), nonostante la Cina abbia ufficialmente vietato l’esportazione di cadaveri o di loro parti dal 2006.

Lo stesso Gunter von Hagens, incalzato rivela piangendo: «Ho smesso di aver rapporti con loro quando mi sono trovato tra le mani dei corpi con ancora i segni dei proiettili. Ho preso i cadaveri li ho fatti cremare e da quella volta non ho più usato cadaveri cinesi».

Per approfondire:
Il Giornale 18 maggio 2008
New York Times, 8 agosto 2006
ABC News

domenica 10 agosto 2008

I Laogai, i nuovi Gulag

Le verità di partito e le verità di Wu.

Innanzi tutto: cosa sono i Laogai?
Con il termine “Laogai” si intende una particolare forma di lavoro forzato presente dal 1950 fino ai giorni nostri nella Repubblica Popolare Cinese e istituita per volere di Mao Zedong.
Il Laogai non è un semplice sistema carcerario secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che "obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo"
Il concetto di rieducazione attraverso il lavoro (coatto) compare già in alcuni documenti del 3 agosto 1957.
Nel 1988, il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei Laogai in questo modo: "lo scopo principale dei laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società".
La realtà dei Laogai tuttavia appare molto diversa da come il governo di Pechino vorrebbe presentarla all’estero sebbene secondo il tifa, che elenca i termini utilizzabili e pubblicabili in Cina, è illegale chiamare i laogai cinesi "campi di concentramento" o anche semplicemente "campi"; questi termini possono riferirsi ai campi nazisti, sovietici, o della Cina nazionalista.
Grazie all’opera di Harry Wu (e non solo), detenuto nei Laogai per 19 anni per aver criticato le politiche del Partito Comunista Cinese e attuale direttore della Laogai Research Foundation, sappiamo molto di più su ciò che realmente accade nei campi di lavoro forzato.
Anche se la legge cinese vieta la tortura per estrarre confessioni, questa pratica è ampiamente diffusa nei Laogai, dove è stato documentato l’uso di bastoni in grado di somministrare scariche elettriche, percosse con manganelli o pugni, uso di manette e catene alle caviglie in modo da causare intenso dolore, sospensione per le braccia, privazione di cibo o sonno o isolamento per periodi prolungati.
Alla Laogai Research Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”. Se le quote non vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo.
Spesso i prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose, comprese le miniere di sostanze tossiche.
Un grandissimo numero di persone hanno subito lo stesso trattamento ricevuto da Wu, accusati di essere “elementi controrivoluzionari” vengono arrestati con accuse quali “sovvertimento dell’ordine statale”, “furto di segreti di stato”, “hoolinganismo” o “protesta senza permesso”.
Inoltre in Cina è in vigore un sistema legale per cui chiunque può essere detenuto fino a tre anni in un campo di rieducazione senza che sia necessario un processo.
Per ottenere la detenzione amministrativa è sufficiente la direttiva di un qualsiasi funzionario della sicurezza.
Con il sistema chiamato “Jiuye” poi, qualsiasi detenuto può essere trattenuto ai lavori forzati se i funzionari non giudicano che sia stato “pienamente riabilitato”.
In questo modo una persona può rimanere detenuto anche molto a lungo in un campo di concentramento.
A questo proposito occorre tener presente che la Convenzione 105 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ONU) del 25 giugno 1957 che chiede l'abolizione della condanna ai lavori forzati non è mai stata ratificata dalla Cina.(Link)
Il numero dei Laogai e dei prigionieri è un segreto di stato.
Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997 dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di rieducazione attraverso il lavoro.
La Laogai Research Foundation ha però individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4 e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito nei Laogai.



La Cruda realtà dei Laogai

Purtroppo la macabra realtà dei Laogai non si esaurisce con la violazione dei diritti umani legati al lavoro forzato e alle torture che i detenuti subiscono.
Fin dagli anni '70 ai condannati a morte vengono espiantati gli organi, quasi mai senza il loro permesso, per alimentare l’orrido mercato di cui beneficiano i cinesi più agiati oppure per essere venduti all’estero.
Nonostante venga detto che i prigionieri avrebbero dato il loro consento agli espianti, vi sono prove che indicano che la stragrande maggioranza dei prigionieri e delle famiglie dei prigionieri non avevano dato alcun tipo di consenso all’espianto prima dell’esecuzione.
Addirittura il collagene preso dalla loro pelle viene utilizzato per produrre cosmetici.
In base alle statistiche fornite da organizzazioni come Amnesty International, la Cina da sola giustizia più persone di tutto il resto del mondo messo insieme.
Va aggiunto che, poiché statistiche sono calcolate sulle esecuzione di cui è giunta voce all’estero, esse sono sicuramente di gran lunga inferiori ai dati reali.
Secondo la legge penale cinese vi sono oltre 60 reati capitali, che vanno dall’omicidio al furto, dall’incendio doloso al traffico di droga.
Ricordiamo che Manfred Nowak, rappresentante della Commissione contro la Tortura delle Nazioni Unite, che ispezionò , nel dicembre del 2005, alcune prigioni in Cina, denuncia il continuo abuso della tortura chiedendo al Governo di Pechino anche di eliminare le esecuzioni capitali per crimini non violenti o per ragioni economiche.
Inoltre nel suo rapporto, del 10 marzo 2006, denuncia anche le confessioni estorte con la tortura.
Tortura che non si limita a danneggiare il corpo del detenuto ma anche a dilaniare la sua personalità attraverso il sistema della "riforma del pensiero" ossia il sistematico lavaggio del cervello del detenuto nei Laogai, sistema ideato da Mao Zedong gia nel 1937.
La "riforma del pensiero" si attua mediante l'indottrinamento politico quotidiano e mediante l'autocritica. "Questa autocritica" ha spiegato lo storico Dieter Heinzig, " ha luogo davanti ai sorveglianti ed agli altri detenuti ed e finalizzata a riformare la personalità di chi si auto-accusa".
Innanzitutto si devono elencare ed analizzare le proprie colpe.
Successivamente ci si deve accusare pubblicamente di averle commesse, procedendo alla riforma della propria personalità, per diventare una "nuova persona socialista".

Lo stretto legame fra Laogai ed economia mondiale

Il Partito Comunista cinese ritiene le attività economiche che avvengono nei Laogai un segreto di stato.
Anche se è stato provato che le aziende dei Laogai siano in passivo, a causa della gestione carente e della scarsa motivazione della forza lavoro coatta, le autorità cinesi cercano costantemente di integrare i Laogai nell’economia nazionale e di smerciare i prodotti dei Laogai nel mercato internazionale per guadagnare denaro corrente.
Nonostante ciò la manodopera gratuita e coatta permette di abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali.
La Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali.
Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle.
A volte perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai.
Addirittura alcune multinazionali, che investono o producono in Cina, fanno uso della manodopera dei Laogai per la produzione dei loro prodotti, accecati dalla falsa etica dell’interesse ad ogni costo, nonostante l’impegno preso da governi nazionali e non (Italia, Germania, Usa, Unione Europea) verso la realtà dei Laogai affinché essa possa aver fine.
Purtroppo, come troppo spesso accade, l’impegno diplomatico sembra soffrire di una certa pigrizia e le azioni intraprese si limitano a ben poco, favorendo così gli interessi di chi fa il suo sporco guadagno attraverso lo sfruttamento del lavoro forzato.

martedì 27 maggio 2008

Perché l’Occidente non boicotterà le Olimpiadi.

Le inattaccabili ragioni della Realpolitik.

L’8 Agosto 2008, data fortunata del calendario cinese (08/08/08), si apriranno a Pechino i ventinovesimi giochi olimpici. Allo stadio Nido d’uccello sfileranno le bandiere delle nazioni di tutto il mondo. Dell’Italia e della Francia, della Germania e della Gran Bretagna, dell’India, del Canada, del Giappone e, ovviamente, degli Stati Uniti d’America. Non ci sarà, invece, la bandiera tibetana. È possibile immaginare che questa sventolerà in qualche contromanifestazione in Occidente o in Oriente.

A partire da quella data la rivolta in Tibet, che ha occupato grandi spazi nei nostri telegiornali, sarà dimenticata, in attesa di altro di cui parlare. Gli appelli al boicottaggio, in nome del diritto internazionale, dell’autodeterminazione dei popoli, della democrazia e della libertà cadranno, come sassi in uno stagno. Qualche onda prima della calma.

Sarà così avvenuto il trionfo della Realpolitik, del realismo politico. Perché, parliamoci francamente, nessuno ha mai avuto l’intenzione di boicottare i giochi. Qualche governante solerte idealista o in disperato affanno di popolarità, vedere Sarkozy, ha provato a fare la voce grossa. Prima che le lungimiranti menti degli affari esteri lo riportassero a più miti consigli.

Nel dubbio, imperversato sui media, se “restare o meno a casa”, si può vedere l’ennesimo capitolo dell’ancestrale lotta, nelle relazioni internazionali, tra realismo ed idealismo.

Ad un Occidente paladino della democrazia, fautore di pace, fiero delle proprie libertà e dei propri diritti civili si contrappone la Cina. Post - totalitarismo spietato, nuova gigantesca tigre asiatica, treno e opportunità di mezza economia globale, paese in enorme sviluppo e colmo di enormi contraddizioni dopo il passaggio indolore dal maoismo al mercatismo. Soprattutto dittatura feroce, oppressore di uno tra i popoli istintivamente più simpatici al mondo, i pacifici buddhisti tibetani.


Per gli idealisti militanti, non solo anima pensante di una estrema sinistra in testacoda dopo il crollo del comunismo, ma anche fieri e coerenti liberali o addirittura novelli Dottor Stranamore, fautori dello scontro ad ogni costo, la risposta a questa contrapposizione è apparsa luminosa sul grande schermo della storia. Boicottare le Olimpiadi, senza se e senza ma.

L’anima realista, mente razionale delle relazioni tra stati, pur consapevole che lo stereotipo di grigio occidentale, cinico e sporco di sangue, non avrebbe avuto un grande incremento di popolarità, si è invece insinuata nei palazzi del potere prendendo la sofferta decisione. Alle Olimpiadi ci andiamo, tutti.

Questa scelta ha una fondatissima logica razionale. Per spiegarla è necessario partire da due precedenti storici. Il 24 Dicembre del 1979, mentre in Occidente si festeggiava il Natale, l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan. Pensando bene di giocarla al mondo intero mentre questo aspettava l’arrivo di Santa Claus. Nel 1980, come per incanto, 65 nazioni non parteciparono alle Olimpiadi di Mosca. Quattro anni dopo, mentre i propri soldati erano impelagati a Kabul, fu il blocco comunista a boicottare i giochi di Los Angeles.

Ebbene, questi due precedenti, dimostrano che è possibile boicottare i giochi. Ma dimostrano anche che è impossibile boicottare questi giochi. Senza addentrarsi nei particolari gli Stati Uniti e l’URSS erano i capofila di due blocchi antagonisti e assolutamente non interdipendenti. La cortina di ferro esisteva davvero. Non fisicamente, ma nel mondo cifrato dell’economia. Era in sostanza più facile che un cammello passasse dalla cruna di un ago che una Cadillac da Washington a Mosca, o una Trabant nel percorso inverso (cosa che comunque non avrebbe voluto nessuno!).

L’Occidente e la Cina invece sono oggi due entità strettamente interdipendenti e, verosimilmente lo saranno ancora di più in futuro. La tigre cinese esporterà in America e in Europa. Noi, con i nostri prodotti di qualità, solleticheremo i palati della nuova sterminata borghesia mandarina.

La soluzione al problema, al vile problema economico, per gli idealisti è presto detta. Nessuno ci va, tutti ci perdiamo un po’. E sbollita la rabbia la Cina tornerà da noi e noi da loro.

Grande constatazione che però non convince un solo governante. Qui arriva conclusione della logica razionale del realismo. Un modo per affrontarla è la teoria dei giochi. Ideata, tra gli altri, da John Nash (qualcuno ricorderà il suo personaggio in A Beatiful Mind).

Immaginiamo due prigionieri A e B, i quali non possono comunicarsi e prendono le proprie decisioni uno all’insaputa dell’altro. Essi sono accusati del solito delitto ed hanno una sola alternativa. Confessare o non confessare. Ora, ad entrambi gli individui il giudice assicura o minaccia secondo la seguente tabella.


Confessare

Non confessare

Confessare

A 6anni B 6anni

A 0 anni B 10 anni

Non Confessare

A 10 anni B 0anni

A 4 anni B 4 anni


È evidente che la migliore soluzione per entrambi sarebbe collaborare, trovare il modo di mettersi d’accordo per non confessare entrambi, in modo da prendere a parità di condizioni il minimo della pena. Ma A e B non possono comunicare, quindi si trovano in una situazione ben diversa. A sa benissimo che se non confessa e B è onesto nei suoi confronti sarà il massimo per entrambi. A tuttavia non è un idealista, non si fida di B. E sa altrettanto bene che se non confessa e B decide di tendergli un tranello passerà 10 anni della sua vita in carcere, mentre B, in libertà, magari, se la fa con sua moglie. Pertanto A, allettato dalla moglie di B, dalla libertà e tenendo conto che, male che gli vada, si prenderà 6 anni evitandone comunque 10 confesserà. Farà la cosa meno conveniente per entrambi ma più conveniente singolarmente. Proverà a truffare B. Se B è razionale, ovviamente, farà il solito ragionamento.


Adesso immaginiamo che ad A e a B si aggiungano C,D,E,F,G,H,I e soprattutto il cattivissimo J. E che questi si chiamino Usa, Germania, Francia, Italia, Spagna, Giappone, India, Canada, Brasile e la cattivissima Russia. Questi stati, di comune accordo decidono di collaborare (non confessare) e boicottano le Olimpiadi in Cina. Ma la diplomazia, pur essendo comunicativa, non esclude l’inganno. Così, all’ultimo secondo utile, mentre gli altri stanno a casa sui propri divani, uno stato a caso, la Russia, di tratto non collabora (confessa), va alle Olimpiadi e dal giorno dopo diventa il più importante partner economico, militare e strategico della Cina.

La scelta del boicottaggio, idealmente splendida, si traduce in una perdita di forza clamorosa. Gli ideali democratici, di libertà e quant’altro invece di incrementare si indeboliscono. A tutto vantaggio di un blocco solido, compattato da questa solidarietà, temibilissimo, antidemocratico. Ed eventualmente di altri paesi che hanno deciso di fare i furbi.

Come è facile capire non è solo una questione di vile denaro, ma di tutti gli interessi in gioco. Anche e soprattutto dei più nobili; la democrazia, la libertà.

Ecco dunque perché l’Occidente non boicotterà le Olimpiadi.

Questa amara conclusione tuttavia non toglie che la questione tibetana resti latente negli affari interni ed esteri cinesi.

Il terremoto nel Sichuan, con la sua devastante carica di morte, da questo punto di vista è stato provvidenziale per Pechino. Facendo letteralmente sprofondare nel silenzio le rivendicazioni dei monaci buddhisti. Allo stesso tempo però, il terremoto ha dimostrato la grande debolezza interna cinese. Un enorme, gigantesco castello di legno, incapace di resistere nelle proprie infrastrutture politiche ed ingegneristiche alle pressioni interne. L’Occidente può quindi dormire sonni tranquilli, la Cina, ancora per qualche anno, non spaventa più del dovuto. Già questo dovrebbe essere un ulteriore sprono ad evitare inutili provocazioni.

Il problema Olimpiadi, se mai c’è stato, è sorto a monte. Nel momento dell’assegnazione. Oggi non si può tornare indietro.

Tuttavia, per quanto questo mancato boicottaggio possa, solo apparentemente, rappresentare una sconfitta per il messaggio universale della democrazia, gli idealisti delusi possono consolarsi. Non è vero che gli appelli, le manifestazioni, i sollevamenti della cosiddetta società civile transnazionale sono inutili.

Le pietre in uno stagno creano solo delle onde. Ma tante pietre, con il tempo, lo stagno lo possono riempire.


Ringrazio l'autore dell'articolo, Matteo Vannacci, per il lavoro svolto e la sua volontà di pubblicarlo in questo spazio.