venerdì 15 agosto 2008

Il commercio di Mummie

Non di mummie ritrovate in chissà quale anfratto della valle dei re in Egitto parla questo articolo, bensì delle dimenticate vittime della Repubblica Popolare Cinese che si trovano al centro di un macabro commercio, non limitato più ormai all’espianto d’organi.

-Ma che mummie sono quelle cinesi?

Seguendo la prassi ideata dal dottor Gunther von Hagens, è possibile interrompere il processo di decomposizione di un cadavere eseguendo un trattamento di plastificazione. La perfetta conservazione è frutto della cosiddetta «plastinazione», metodo messo a punto a fine anni ’70, che consiste nel sostituire liquidi e grassi con incorruttibili polimeri, rendendo così inalterato l’aspetto d’ogni singola cellula e allo stesso tempo renderla malleabile e modellabile. Le salme dei condannati a morte sono i primi candidati per divenire le mummie del Ventunesimo secolo, orribile oggetto di sfoggio in musei e mostre, come già accaduto negli USA e ora in Europa, sotto il nome di esibizione dall’alto valore educativo. E’ questo il caso della mostra «Bodies, the Exhibition» della compagnia Premier Exhibitions, ove vengono presentati al pubblico venti reperti anatomici, tutti cinesi, tutti muscolosi, tutti di mezza età, tutti senza i segni di debilitanti malattie e fino a poco tempo fa dichiarati “di provenienza legittima, corpi senza famiglia ceduti dalla Dalian Medica University al laboratorio di plastinazione” secondo quanto riportato da Arnie Geller, amministratore delegato della Premier Exhibitions.

Grazie all’inchiesta della Abc sappiamo che le cose vanno diversamente. Il reporter Brian Ross recatosi a Dalian, nella provincia cinese di Liaoning, documenta l’esistenza di un capannone di periferia a sessanta chilometri dall’Università dove le microcamere riprendono una decina di lavoratori mentre vengono sorpresi ad imballare cadaveri e altri resti umani «plastinati» pronti alla spedizione negli Stati Uniti (in foto), nonostante la Cina abbia ufficialmente vietato l’esportazione di cadaveri o di loro parti dal 2006.

Lo stesso Gunter von Hagens, incalzato rivela piangendo: «Ho smesso di aver rapporti con loro quando mi sono trovato tra le mani dei corpi con ancora i segni dei proiettili. Ho preso i cadaveri li ho fatti cremare e da quella volta non ho più usato cadaveri cinesi».

Per approfondire:
Il Giornale 18 maggio 2008
New York Times, 8 agosto 2006
ABC News

domenica 10 agosto 2008

I Laogai, i nuovi Gulag

Le verità di partito e le verità di Wu.

Innanzi tutto: cosa sono i Laogai?
Con il termine “Laogai” si intende una particolare forma di lavoro forzato presente dal 1950 fino ai giorni nostri nella Repubblica Popolare Cinese e istituita per volere di Mao Zedong.
Il Laogai non è un semplice sistema carcerario secondo il Ministero per la Pubblica Sicurezza, il loro scopo è trasformare i criminali in persone che "obbediscono alla legge, rispettano le pubbliche virtù, amano il proprio paese, amano il lavoro duro, e possiedono certi standard educativi e abilità produttive per la costruzione del socialismo"
Il concetto di rieducazione attraverso il lavoro (coatto) compare già in alcuni documenti del 3 agosto 1957.
Nel 1988, il Ministero di Giustizia descrisse gli scopi del sistema dei Laogai in questo modo: "lo scopo principale dei laogai è quello di punire e riformare i criminali. Per definire concretamente le loro funzioni, essi servono in tre campi: punire i criminali e tenerli sotto sorveglianza; riformare i criminali; utilizzare i criminali nel lavoro e nella produzione, creando in tal modo ricchezza per la società".
La realtà dei Laogai tuttavia appare molto diversa da come il governo di Pechino vorrebbe presentarla all’estero sebbene secondo il tifa, che elenca i termini utilizzabili e pubblicabili in Cina, è illegale chiamare i laogai cinesi "campi di concentramento" o anche semplicemente "campi"; questi termini possono riferirsi ai campi nazisti, sovietici, o della Cina nazionalista.
Grazie all’opera di Harry Wu (e non solo), detenuto nei Laogai per 19 anni per aver criticato le politiche del Partito Comunista Cinese e attuale direttore della Laogai Research Foundation, sappiamo molto di più su ciò che realmente accade nei campi di lavoro forzato.
Anche se la legge cinese vieta la tortura per estrarre confessioni, questa pratica è ampiamente diffusa nei Laogai, dove è stato documentato l’uso di bastoni in grado di somministrare scariche elettriche, percosse con manganelli o pugni, uso di manette e catene alle caviglie in modo da causare intenso dolore, sospensione per le braccia, privazione di cibo o sonno o isolamento per periodi prolungati.
Alla Laogai Research Foundation sono noti molti resoconti di prigioneri costretti a lavorare fino a 16-18 ore al giorno per aggiungere le famigerate “quote”. Se le quote non vengono raggiunte, al prigioniero viene diminuito il cibo.
Spesso i prigionieri sono costretti a lavorare in condizioni malsane o pericolose, comprese le miniere di sostanze tossiche.
Un grandissimo numero di persone hanno subito lo stesso trattamento ricevuto da Wu, accusati di essere “elementi controrivoluzionari” vengono arrestati con accuse quali “sovvertimento dell’ordine statale”, “furto di segreti di stato”, “hoolinganismo” o “protesta senza permesso”.
Inoltre in Cina è in vigore un sistema legale per cui chiunque può essere detenuto fino a tre anni in un campo di rieducazione senza che sia necessario un processo.
Per ottenere la detenzione amministrativa è sufficiente la direttiva di un qualsiasi funzionario della sicurezza.
Con il sistema chiamato “Jiuye” poi, qualsiasi detenuto può essere trattenuto ai lavori forzati se i funzionari non giudicano che sia stato “pienamente riabilitato”.
In questo modo una persona può rimanere detenuto anche molto a lungo in un campo di concentramento.
A questo proposito occorre tener presente che la Convenzione 105 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ONU) del 25 giugno 1957 che chiede l'abolizione della condanna ai lavori forzati non è mai stata ratificata dalla Cina.(Link)
Il numero dei Laogai e dei prigionieri è un segreto di stato.
Secondo il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sul Lavoro Forzato e la Detenzione Arbitraria, pubblicato nel 1997 dopo un viaggio in Cina, ci sono 230.000 persone in 280 campi di rieducazione attraverso il lavoro.
La Laogai Research Foundation ha però individuato almeno 1000 campi in Cina e stima il numero dei detenuti fra i 4 e i 6 milioni di persone: dalla creazione del sistema dei Laogai fra i 40 e i 50 milioni di persone vi sono state imprigionate, tanto che in Cina praticamente ogni cittadino è imparentato o conosce qualcuno che è finito nei Laogai.



La Cruda realtà dei Laogai

Purtroppo la macabra realtà dei Laogai non si esaurisce con la violazione dei diritti umani legati al lavoro forzato e alle torture che i detenuti subiscono.
Fin dagli anni '70 ai condannati a morte vengono espiantati gli organi, quasi mai senza il loro permesso, per alimentare l’orrido mercato di cui beneficiano i cinesi più agiati oppure per essere venduti all’estero.
Nonostante venga detto che i prigionieri avrebbero dato il loro consento agli espianti, vi sono prove che indicano che la stragrande maggioranza dei prigionieri e delle famiglie dei prigionieri non avevano dato alcun tipo di consenso all’espianto prima dell’esecuzione.
Addirittura il collagene preso dalla loro pelle viene utilizzato per produrre cosmetici.
In base alle statistiche fornite da organizzazioni come Amnesty International, la Cina da sola giustizia più persone di tutto il resto del mondo messo insieme.
Va aggiunto che, poiché statistiche sono calcolate sulle esecuzione di cui è giunta voce all’estero, esse sono sicuramente di gran lunga inferiori ai dati reali.
Secondo la legge penale cinese vi sono oltre 60 reati capitali, che vanno dall’omicidio al furto, dall’incendio doloso al traffico di droga.
Ricordiamo che Manfred Nowak, rappresentante della Commissione contro la Tortura delle Nazioni Unite, che ispezionò , nel dicembre del 2005, alcune prigioni in Cina, denuncia il continuo abuso della tortura chiedendo al Governo di Pechino anche di eliminare le esecuzioni capitali per crimini non violenti o per ragioni economiche.
Inoltre nel suo rapporto, del 10 marzo 2006, denuncia anche le confessioni estorte con la tortura.
Tortura che non si limita a danneggiare il corpo del detenuto ma anche a dilaniare la sua personalità attraverso il sistema della "riforma del pensiero" ossia il sistematico lavaggio del cervello del detenuto nei Laogai, sistema ideato da Mao Zedong gia nel 1937.
La "riforma del pensiero" si attua mediante l'indottrinamento politico quotidiano e mediante l'autocritica. "Questa autocritica" ha spiegato lo storico Dieter Heinzig, " ha luogo davanti ai sorveglianti ed agli altri detenuti ed e finalizzata a riformare la personalità di chi si auto-accusa".
Innanzitutto si devono elencare ed analizzare le proprie colpe.
Successivamente ci si deve accusare pubblicamente di averle commesse, procedendo alla riforma della propria personalità, per diventare una "nuova persona socialista".

Lo stretto legame fra Laogai ed economia mondiale

Il Partito Comunista cinese ritiene le attività economiche che avvengono nei Laogai un segreto di stato.
Anche se è stato provato che le aziende dei Laogai siano in passivo, a causa della gestione carente e della scarsa motivazione della forza lavoro coatta, le autorità cinesi cercano costantemente di integrare i Laogai nell’economia nazionale e di smerciare i prodotti dei Laogai nel mercato internazionale per guadagnare denaro corrente.
Nonostante ciò la manodopera gratuita e coatta permette di abbassare i prezzi dei prodotti e conquistare i mercati mondiali.
La Laogai Research Foundation e altri gruppi per i diritti umani hanno talvolta individuato alcune merci prodotte nei Laogai sui mercati internazionali.
Anche se molti stati (es. Unione Europea e Stati Uniti d’America) vietano l’importazione di beni prodotti nei Laogai, le autorità cinesi camuffano l’origine di queste merci e rendono impossibile riconoscerle.
A volte perfino merci non marchiate con la dicitura “Made in China” è possibile che siano state prodotte dai prigionieri forzati dei Laogai.
Addirittura alcune multinazionali, che investono o producono in Cina, fanno uso della manodopera dei Laogai per la produzione dei loro prodotti, accecati dalla falsa etica dell’interesse ad ogni costo, nonostante l’impegno preso da governi nazionali e non (Italia, Germania, Usa, Unione Europea) verso la realtà dei Laogai affinché essa possa aver fine.
Purtroppo, come troppo spesso accade, l’impegno diplomatico sembra soffrire di una certa pigrizia e le azioni intraprese si limitano a ben poco, favorendo così gli interessi di chi fa il suo sporco guadagno attraverso lo sfruttamento del lavoro forzato.