lunedì 28 dicembre 2009

Fabbriche a gestione (A)narchica



Deve essere una sensazione strana passare il Santo – per chi ci crede – Natale in fabbrica. Sicuramente una di quelle esperienze che chi la fabbrica la porta avanti (leggasi alla voce: operai) non vorrebbe mai fare, eppure...

Eppure è quel che è capitato a Pomigliano D'Arco, a Termini Imerese, ai ricercatori dell'Ispra ed agli operai di Agile (ex Eutelia) e che capita ad un sacco di altri operai nel paese. C'è la crisi, dicono. Io però quel che vedo è che la crisi non è uguale per tutti, perché chi aveva prima della crisi – imprenditori, industriali, dirigenti et similia – continua ad avere, chi non aveva prima, a maggior ragione, non ha neanche ora. Insomma, per citare Zulù, il frontman della 99 Posse, i magnaccia dell'economia continuano a fare i magnaccia, e la povera gente finisce sempre più in mezzo alla strada.

In realtà mi sto chiedendo se il problema non sia tanto la crisi in quanto tale ma proprio loro: i “protettori”. Quelli che escono dalle università e diventano subito top manager nell'azienda del papi (no, non il Presidente del Consiglio), oppure quelli che diventano dirigenti senza mai essere passati per la vera “anima” della fabbrica, cioè la catena di montaggio. In questo periodo mi capita spesso di parlare con gli operai, molti dei quali in cassa integrazione o in altre situazioni simili e spesso mi chiedo cosa potrebbe succedere nel caso in cui – per incanto – quelli che una volta si chiamavano “padroni” venissero buttati fuori dalle fabbriche – e quindi dal processo capitalistico-produttivo – che verrebbero così gestite da chi veramente porta avanti il buon nome del signor padrone: gli operai. Sarebbe l'instaurazione di una sorta di dittatura del proletariato teorizzata da Karl Marx all'interno della fabbrica, in pratica.

Non credo di dire niente di così nuovo e sconvolgente, considerando anche che un qualcosa di molto simile è stato teorizzato ed è avvenuto, in varie fasi del più o meno recente passato, sia nel nostro paese che in altre parti del mondo, in particolare – almeno è stata l'esperienza più significativa – in Argentina.

Antonio Gramsci scriveva, ormai moltissimi anni fa, su Ordine Nuovo:
«(...) questo nuovo governo proletario è la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici e della loro espropriazione. Il tipo di stato proletario non è la falsa democrazia borghese, forma ipocrita della dominazione oligarchica finanziaria, ma la democrazia proletaria che realizzerà la libertà delle masse lavoratrici; non il parlamentarismo, ma l'autogoverno delle masse attraverso i propri organi elettivi; non la burocrazia di carriera, ma organi amministrativi creati dalle masse stesse, con la partecipazione reale delle masse all'amministrazione del paese e all'opera socialista di costruzione. La forma concreta dello Stato proletario è il potere dei consigli o di organizzazioni consimili»
In questi nuovi organismi (detti Consigli di Fabbrica):
«L'operaio, entra a far parte come produttore, in conseguenza cioè di un suo carattere universale, in conseguenza della sua posizione e della sua funzione nella società, allo stesso modo che il cittadino entra a far parte dello stato democratico parlamentare.»
Questa teorizzazione veniva a Gramsci – che lo scriveva intorno al 1920 – dalla sua attenzione al mondo ed alle istanze anarchiche, che definivano tali strutture in modo che la figura dell'imprenditore – e la sua utilità sociale, dunque – divenisse completamente inutile. Formularono infatti un tipo di organizzazione orizzontale, senza servi né padroni (fosse stato diversamente non sarebbero stati anarchici, d'altronde) in cui ogni reparto sceglieva un commissario – scelto tra gli operai stessi – il cui compito era quello di esaminare il ciclo di produzione, divenendo così il referente sia verso gli altri reparti – e quindi verso la fabbrica tutta – sia verso il reparto stesso. Pur sembrandolo non era una forma di controllo del commissario sui suoi uomini, ma un controllo degli uomini sul loro commissario. Oltre a ciò, i commissari avevano anche il compito di nominare i consigli di fabbrica ed ovviamente – come tipico della cultura anarchica – il loro incarico poteva essere ridiscusso in qualsiasi momento.

Abbiamo detto che questo tipo di organizzazione rende inutile la presenza dell'imprenditore, il rovescio della medaglia, però, è che per riuscire al meglio in un'organizzazione che deve comunque essere perfetta ed agire senza scricchiolii vari, bisogna che il personale sia formato da persone con elevate capacità tecniche, in grado di coprire e mandare avanti tutto il ciclo di produzione, dalla ricerca delle materie prime per la lavorazione alla commercializzazione del prodotto finito, passando per la tenuta dei conti e dei rapporti con fornitori e clienti. Per applicarlo alla situazione attuale del nostro paese, dunque, ci sarebbe da lavorare parecchio prima di poterne gettare le basi. Ma questa è un'altra storia...

In realtà quel che per ora ho trattato in chiave abbastanza teorica, vede una sua forte applicazione pratica – sostanzialmente ben riuscita – in Argentina, dove l'occupazione delle fabbriche è iniziata intorno al 2001. Quando parlano di “occupazione delle fabbriche” gli argentini non scherzano, non si limitano a presidi davanti agli stabilimenti o a salire su tetti e gru (come nei casi nostrani della Ispra e dell'Innse, quest'ultimo finito positivamente per gli operai, tra l'altro). Quando gli argentini decidiono di occupare una fabbrica ne prendono pieno possesso, come è stato alla Zanon – uno degli esempi più riusciti, come potrete leggere dall'approfondimento che torvate in chiusura di post – alla Bruckman od in tante altre aziende. Le occupazioni in quel periodo – siamo nel pieno della crisi economica – riguardano per lo più piccole aziende in corso di fallimento con in media 38 operai, con tecnologie obsolete e spesso in cattiva condizione per la mancata manutenzione. Non so voi, ma io in queste pochissime righe noto delle forti analogie con la situazione nostrana.

Una volta presa “fisicamente” la fabbrica, bisognava iniziare a fare i conti con i problemi legati alla produzione (approvvigionamento, mancanza di credito, problema manutenzione macchinari et similia), dopodiché si passava ai problemi legati alla commercializzazione. Per far fronte a questi problemi, gli operai-imprenditori trovarono due soluzioni: la socializzazione della fabbrica e l'amministrazione giudiziaria. Con la prima si “democratizzava” il processo decisionale all'interno della fabbrica tramite lo strumento di democratizzazione per antonomasia: l'assemblea, arrivando così a quella struttura organizzativa orizzontale teorizzata dagli anarchici di cui dicevamo precedentemente. Ciò in pratica altro non fa che ricalcare il modus operandi dei Consigli di Fabbrica teorizzati da Gramsci, con la differenza che nel caso argentino spesso si procedeva anche al sequestro dei dirigenti (cosa che non farebbe poi così tanto male neanche in Italia, così, tanto per far capire ai quadri come si vive sotto il giogo del ricatto costante da loro perpetrato). L'amministrazione giudiziaria viene utilizzata proprio per questo, per allontanare – sia fisicamente che in termini di potere decisionale – i dirigenti dalla fabbrica, anche se costituisce solo il primo passo della nuova politica operaistico-imprenditoriale (permetteva di non interrompere la produzione, innanzitutto).

L'utilità di lasciare la fabbrica nelle mani degli operai credo sia evidente: chi meglio di un operaio sa qual'è il miglior modo di portare avanti il proprio lavoro? Certo, come già evidenziato a) in Argentina c'è stato un regime di amministrazione giudiziaria, e quindi una forma di parziale “statalizzazione” di quelle esperienze e b) c'è bisogno per questo di personale decisamente capace e qualificato, ma con un maggior investimento dello Stato – sia in termini “ideologici” cioè in termini di peso che il lavoro ha nell'interesse del governo sia in termini meramente economici, magari con la creazione di leggi ad hoc – credo politiche di questo tipo possano essere tranquillamente portate avanti. D'altronde l'Argentina è lì a testimoniarcelo...
Nel nostro paese poi, un qualcosa di questo tipo potrebbe anche eliminare, o quantomeno limitare, quel mezzo genocidio fatto di gente che la mattina va a lavorare ma che – perlopiù per i tagli che i padroni fanno per diminuire i costi di gestione – non torna più a casa. Perché è scontato dire che se un operaio lavora all'interno della fabbrica ha tutto l'interesse a che in quella fabbrica si rispetti anche la più stupida norma sulla sicurezza. A meno che non sia un pazzo od abbia interessi diversi, naturalmente...

Il modello di fabbrica ivi descritto, in ultima analisi, potrebbe indurci a considerare che, a volerlo fare, una risposta al fallimentare modello capitalista in cui abbiamo vissuto fino ad oggi (e che ci ha portato al sistema ingiusto nel quale viviamo) c'è. Basta volerlo.


Approfondimenti:


Maria Claudia Falcone

Ieri sera, aspettando la mezzanotte, ho guardato un film che in qualche modo mi ha toccato più di quanto potessi immaginare. Si intitola "La notte delle matite spezzate" e mi ha fatto pensare molto al fatto che della storia dei desaparecidos argentini si parla molto, ma se ne parla sempre come "desaparecidos", come insieme. Non si parla mai, invece, di chi erano quei desaparecidos. Quali erano i loro nomi, i loro sogni, cosa facevano e quant'altro. Per questo, da questo momento, questo blog inizia una sua "rubrica speciale" su queste persone (sperando di riuscire a trovare quanto più materiale possibile). Inizio con lei, Maria Claudia Falcone, considerata il simbolo dei desaparecidos, un pò l'Anna Frank della dittatura argentina.


Maria Claudia Falcone nasce il 16 Agosto 1960 all'Istituto Medico Platense nel parco de La Plata, Buenos Aires, Argentina. Suo padre Jorge Ademar Falcone fu sottosegretario alla Salute Pubblica (1947-1950); sindaco di La Plata (1949-1950) e senatore provinciale (1950-1952) durante il governo di Juan Domingo Perón. Fu arrestato e condannato a morte per aver partecipato alla Revolución Libertadora del 1956, condanna poi evitata per amnistia.

La passione politica doveva essere molto forte in casa Falcone. Perché anche Claudia, come il padre, se ne interessa. Quando arriva al “Colegio de Bellas Artes” si iscrive all'UES (l'Unión Estudiantes Secundarios, l'Unione degli Studenti Superiori) e ne diventa ben presto una leader. Perché Claudia non è solamente la dirigente di un gruppo studentesco. Claudia è convintamente peronista e fa parte del movimento dei Montoneros, il gruppo partigiano – di ispirazione peronista – che in quegli anni fronteggia la dittatura militare argentina ed i gruppi paramilitari di destra sorti in quegli anni espressione armata della dittatura.

Il suo impegno politico – come molti giovani in tutto il mondo in quel periodo – non si limita solo a parlare alle assemblee studentesche. Attraverso i volantini, le scritte sui muri, le petizioni, attraverso l'impegno sociale profuso nei villaggi e nelle aree degradate di La Plata tenta di combattere la sua guerra contro le ingiustizie e contro il regime terrorista e criminale di Jorge Videla, arrivato al potere con un colpo di stato nel 1976.
I giovani argentini in quegli anni erano molto interessati alla politica, e molti di loro – come nel caso di Claudia – la praticavano quotidianamente, che fossero peronisti o appartenessero alla gioventù guevarista avevano tutti un unico, grande, sogno comune: una vita migliore, per tutti.

Nell'inverno del 1975 il movimento studentesco lottava per l'ottenimento di una tariffa ridotta sul biglietto per l'accesso ai mezzi pubblici, il Boleto Estudiantil Secondario, che esisteva già per legge provinciale, ma a La Plata ancora non era stato introdotto. La loro battaglia si concluse il 13 settembre, con una marcia che portò circa 3000 studenti di La Plata sotto il Ministero dei Lavori Pubblici. Neanche la dura repressione poliziesca potè nulla contro la forza di questi giovani. Claudia, naturalmente, fu una delle più attive nell'ottenimento del BES, nonostante non ne avesse alcun bisogno (abitava vicino alla scuola che frequentava). Ma l'idea di combattere per l'ottenimento di un diritto che migliorasse la vita di tutti è uno dei pensieri tipici di persone idealiste come Claudia e molti di quei ragazzi.

In quelle manifestazioni, però, succede qualcosa. Claudia, Panchito, Clara, Pablo, Oracio, Daniel vengono fotografati dalle patotas, le squadracce della polizia politica.

Per loro tutto cambia il 24 marzo del 1976, quando con il golpe contro Isabelita Perón (terza moglie di Juan Domingo) Videla e i suoi prendono il potere, instaurando il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. Un nome come un altro per definire i rastrellamenti ed il genocidio di 30.000 persone avvenuto dal 1976 al 1981. Perché Claudia, Clara, Pablo e gli altri sono solo alcuni dei tristemente noti desaparecidos argentini, quegli uomini, donne e giovani (soprattutto) fatti sparire dal regime solo perché non abbassarono la testa contro il Potere militare.

Claudia sparì – insieme ai suoi compagni – alle 00:30 del 16 settembre 1976 – la “noche de los Lápices” (in italiano “la notte delle matite spezzate”) - quando i militari della Tripla A (l'Alianza Anticomunista Argentina fondata da José López Rega, segretario di fiducia di Juan Domingo Perón) rapirono lei e Maria Clara Ciochini, 18enne dirigente UES di Bahía Blanca che viveva in clandestinità. La Tripla A era un vero e proprio squadrone della morte, braccio militare del regime all'interno della Guerra Sucia, la guerra sporca combattuta in quegli anni nel paese. Claudia aveva compiuto da un mese esatto 16 anni. Solo 16 anni.

Il verbo spagnolo desararecer, come l'italiano “sparire”, è un verbo intransitivo; desaparecidos è un participio intransitivo, usato con il significato di “chi è stato fatto sparire”. Che è proprio quel che successe ai 30.000 argentini.

Claudia e gli altri ragazzi furono portati al “Pozo de Arana”, il campo di concentramento di La Plata e diretto dalla Delegación de Cuatrerismo de Arana, dipendente dalla Comisaría 5.
Definire come “l'inferno sulla terra” quel che subirono (le ragazze furono violentate; i ragazzi subivano scosse elettriche; unghie strappate; colpi su tutto il corpo e la terribile picana elettrica; un pungolo utilizzato dai gauchos argentini negli anni 30 per controllare il bestiame e facilmente riadattabile a strumento di tortura; quasi tutti erano legati con le mani dietro la schiena, con la corda che passava dietro al collo praticamente nudi). Dal “Pozo” - in cui rimangono 7 giorni – Claudia e gli altri iniziarono un tour all'inferno passando per il “Pozo de Banfield” - o Brigada de Investigaciones de Banfield – dove rimasero tre mesi in condizioni ancor più disumane rispetto a quelle che avevano vissuto ad Arana. Talvolta, però, con quella grinta che spesso il popolo argentino tira fuori nei momenti più neri della propria storia (personale e collettiva, evidentemente) Claudia intonava le canzoni dei Sui Generis – un noto duo rock argentino di quegli anni – tra cui “Rasguña las piedras” (“graffia la pietra”, ndr), canzone che richiama il senso di prigionia e desaparición in cui vivevano.

Negli stessi momenti in cui i giovani, le donne, gli uomini che diverranno famosi col nome di desaparecidos venivano torturati, fuori dai campi di concentramento altre donne come la madre di Claudia iniziavano a riunirsi, a girare i vari commissariati, a chiedere che fine avessero fatto i loro figli (o comunque i loro cari). Claudia non era considerata una detenuta (tutti i desaparecidos infatti erano detenuti illegali), per cui la sua carcerazione non risultava in alcun registro. Perché semplicemente, per la legge infame in vigore durante la dittatura, Claudia era desaparecida. Era semplicemente scomparsa. Non poteva essere stata la polizia a prenderla, perché la polizia agiva nel rispetto della legge. Sicuramente a rapirla erano stati i gruppi eversivi, i suoi stessi compagni. O almeno questo è quel che i militari avevano avuto l'ordine di dire alle madri dei desaparecidos, quelle stesse madri che si riuniscono ogni giovedì sera nella piazza principale di Buenos Aires, Plaza de Mayo – dalla quale prendono il nome – per chiedere la reaparición con vida de sus hijos.
Perché i militari in vita hanno prelevato quei ragazzi ed in vita le madres vogliono averli indietro. Perché – come dice Zulù, il frontman della 99 Posse per presentare una canzone dedicata alle Madres de Plaza de Mayo – se gli vogliono restituire un mucchietto di ossa allora devono anche tirare fuori un assassino. E loro (le madres) lo vogliono vedere in galera.

Secondo alcuni testimoni – spesso gli ex carcerieri – molti desaparecidos furono sedati e lanciati nel Rio de la Plata nei famosi vuelos de la muerte, quegli stessi voli che sono stati oggetto di scherno del nostro premier-giullare un po' di tempo fa. Altri ancora furono uccisi alla scuola di addestramento della marina militare ESMA a Buenos Aires (sicuramente il campo di detenzione più celebre, per quanto l'uso di questo termine possa apparire macabro...). Altri ancora venivano gettati nell'Atlantico col ventre squarciato da una coltellata affinché i loro corpi non tornassero più a galla.

Claudia viene giustiziata con un colpo di pistola alla nuca nei sotterranei di Banfield tra l'1 ed il 15 Gennaio 1977. Per la legge argentina risulta ancora desaparecida.

La mano anonima
A mi hija María Claudia, militante de la UES secuestrada durante “La noche de lo lápices”

Mano anónima aleve y asesina,
con sólo tocarteha intenta
domacular tu pureza,
tu inocencia,
por cierto, fracasando.
Tu grandeza de almaes infinita.
Tu generosidad, ilimitada.
Virtudes talesson inmaculables.
La mano anónima, aleve y asesina,
no ha podido mancharte
por mas que lo intentara.
Y esa pureza
constituye tu triunfo.
TU VICTORIA y su derrota.
Has vencido, hija mía,
y tu victoria ha sido apocalíptica.
Aunque tu estés ausente todavía
yo te lloro y te admiro al mismo tiempo.
[Juan Ademar Falcone]




giovedì 24 dicembre 2009

Soppressione volontaria di pianeta.


Più passa il tempo, più vedo i “grandi” della Terra riunirsi in queste mega-riunioni e più mi convinco che prima o poi come definizione di “vertice internazionale” avremo qualcosa di molto simile a: leggi alla voce bluff.
Perché quel che è successo nei giorni scorsi a Copenhagen (o No-hope-naghen, come è stata ribattezzata dagli attivisti dei movimenti di contestazione) non si può considerare nient'altro che per quel che è stato realmente: una riunione dei soliti emissari dei poteri forti dell'economia in politica, i quali ogni tanto hanno questo vizietto di riunirsi in una località a scelta per dare l'idea che si stiano occupando della salvaguardia del pianeta e dell'umanità tutta. A parte che ancora non ho capito per quale motivo si chiamino vertici (le disquisizioni linguistiche le lasciamo però ad altri momenti...), è stata talmente evidente l'inutilità di questa conferenza – termine che mi sembra più appropriato - che i grandi signori del mondo se ne sono scappati nel cuore della notte. Così, come fanno i mariuoli da quattro soldi.

«Nessun impegno vincolante». Potrebbe essere questo il sottotitolo di una eventuale “No-hope-naghen story”. Perché questo è stato il modus operandi nella capitale danese, pieno di “ci impegneremo”, “controlleremo” ed altre tante care belle promesse. Come al solito. D'altronde senza fare promesse da non mantenere non sarebbe stato un vero vertice internazionale.

Mentre i vari Obama, Sarkozy, Wen Jiabao si impegnavano a non impegnarsi, c'era chi – come Ian Fry – non faceva mistero delle lacrime versate al vertice. Perché? Ian Fry è il rappresentante delle isole Tuvalu, destinate a scomparire a causa del surriscaldamento del globo (la popolazione ha per questo chiesto ospitalità alla Nuova Zelanda...) ed è stato probabilmente tra le voci più dure e dissidenti dei giorni scorsi: «Sono sei mesi che abbiamo presentato questo emendamento ed adesso ci viene detto che non c'è abbastanza tempo per discuterlo. Non è possibile che un pugno di senatori (americani, ndr) tenga in mano il destino dell'umanità» dice.

Oltre a Fry, a fare scalpore è stata sicuramente l'area sudamericana. Non tutti, ovviamente:
non certo quel Presidente Lula che pur di continuare a produrre biocarburante firmerebbe qualunque cosa; saranno sicuramente ricordati – invece - i due “nemici dell'impero” per antonomasia: Hugo Chávez Frìas ed Evo Morales il quale, vestito nell'abito tradizionale delle feste degli Indios, ha avuto forse l'unica idea degna di nota di questi giorni: istituire, nell'ambito delle Nazioni Unite, un tribunale ambientale per i crimini contro la Pachamama (la Madre Terra).
Il Presidente venezuelano invece ci ha tenuto a fare il suo “show antimperialista” , denunciando come l'organizzazione poco limpida e non democratica – con documenti che venivano fatti visionare solo ad alcuni dei partecipanti – sia paradigma di come viene amministrata la politica internazionale.

Non c'è stato – invece – l'Obama dei tempi migliori. Il presidente americano – che ormai persegue l'unica politica dell'”obaganda” e della difesa di lobby e potentati vari – si è limitato ad una stantia retorica che fa molto Apocalipse Now (“qui si può o prendere una decisione storica per i nostri figli e nipoti o prendere tempo” è stata l'unica frase memorabile del suo intervento di “ben” 8 minuti...). Il bluff dell'uomo che doveva cambiare il mondo continua. Se non fosse per l'incalcolabile numero di morti che ha fatto inizierei quasi a rimpiangere George W. Bush.
Non contento, il Premio (ig)Nobel per la Pace ha anche definito insufficiente ma comunque un passo avanti straordinario - e qui evito ogni commento – l'accordo. A questo punto sorge però un dubbio: quando dice “insufficiente” sappiamo che si riferisce al destino del nostro pianeta. Non capisco però se con “passo avanti straordinario” si riferisca alla salute del pianeta o ai guadagni delle grandi imprese inquinanti (Shell, Exxon, Monsanto, ecc. cioè le vere vincitrici del vertice).
Ed a proposito di “nomi e cognomi” di chi ci guadagna, bisogna evidenziare come in terra danese si sia anche affrontato il problema delle energie pulite. Peccato che lo si sia affrontato nel verso sbagliato, definendo come “puliti” gli agrocarburanti, cioè una delle cause della crisi alimentare degli ultimi anni e – insieme alla deforestazione – responsabile di oltre il 17% delle emissioni di gas serra (stando all'IPCCC) nonché al terzo posto tra le attività umane responsabili del cambiamento climatico. È stata introdotta in questa lista di “energie amiche dell'ambiente” anche l'energia nucleare, ma solo per il futuro (non so voi ma io la leggo come una “leggera” presa per l'ecologico deretano questa...).

In tutto questo l'Italia si faceva riconoscere, ed anche in questo caso non c'è niente di nuovo: se non facciamo una figura meschina ad ogni vertice internazionale non siamo contenti. Innanzitutto abbiamo bloccato gli accordi, mossa abbastanza prevedibile per un paese che, negli stessi momenti della riunione danese, deliberava sulla creazione di una centrale elettrica a carbone da 1320 megawatt a Saline Joniche in Calabria e che ha raggiunto il colmo quando la nostra Ministra per l'Ambiente – sig.ra Stefania Prestigiacomo – ha ben pensato di mollare i lavori di Copenaghen per tornare in patria e “battezzare” la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati. Quando si è servitori della periferia dell'impero, d'altronde, questi sono i politici che capitano sottomano.

Il non accordo è stato un «patto suicida di distruzione, per mantenere la dipendenza economica da un pugno di Paesi». È stato il grido, disperato, di Lumumba Stanislas Dia-ping, capo negoziatore sudanese che ha guidato il G77 (il blocco dei 130 paesi tra i più poveri del pianeta). Alcuni esponenti del c.d. Primo Mondo hanno storto il naso, hanno parlato di paragone disgustoso quando lo stesso Lumumba ha paragonato i signori che sedevano a quei tavoli e che stavano decretando la morte per surriscaldamento del pianeta ai gerarchi nazisti che idearono i forni crematori per gli ebrei. Ma è risaputo che i paesi ricchi soffrano di un certo imborghesimento e non apprezzino certo chi li critica.

Dicevamo che ogni buon vertice internazionale ha dei “personaggi” che si ripetono, nonostante trascorra il tempo e cambi l'ambientazione. Un personaggio della letteratura classica dei vertici internazionali è l'arrestato. A Copenaghen ce ne sono stati 3, attivisti di Greenpeace, i quali si sono macchiati del reato di lesa maestà: hanno infatti aperto alcuni striscioni – sui quali si potevano leggere slogan come “I politicanti discutono, i politici cambiano le cose” che è stato usato da Greenpeace per dare il benvenuto nel Regno di Danimarca – al ricevimento della Regina. Il giudice li ha condannati a tre settimane di galera. Il vero crimine, però, non lo commettevano i tre attivisti. Il Crimine, quello con la “c” maiuscola appunto, lo stavano commettendo i presidenti ed i funzionari di stato e delle istituzioni sovranazionali, i quali si sono resi correi, assieme alle multinazionali ed alle lobby inquinanti del più grande crimine della storia dell'umanità:soppressione volontaria di pianeta.


Approfondimenti:
Cosa possiamo fare:
Possiamo inviare una e-mail a Barack Obama, Kevin Rudd (Primo Ministro australiano) e ad José Manuel Barroso (Presidente della Commissione Europea) come segno di protesta per il fallimento del vertice [per farlohttp://www.greenpeace.org/international/campaigns/climate-change/changethefuture]


martedì 22 dicembre 2009

Filippo=Giuseppe?

“Il boss Graviano smentisce Spatuzza”, così aveva titolato il Corriere, così come altri giornali, all’indomani della testimonianza di Filippo Graviano al processo di Palermo contro il senatore Dell’Utri. I media che fino al giorno prima avevano esasperato – non a caso vedremo – le parole del pentito Spatuzza, adesso accordano massima autorevolezza alle parole di un mafioso irriducibile.
Ormai i mezzi d’informazione quando si trovano fra le mani una patata bollente di questo calibro applicano più o meno lo stesso protocollo. Esagerare una notizia al fine di non farla sembrare verosimile in modo da far perdere credibilità davanti all’opinione pubblica a chi si è permesso di alterare l’equilibrio del potere, se poi in capo a pochi giorni qualcuno sembra contraddire quanto detto dal primo si crea l’occasione giusta per far perdere quel poco di credibilità rimasta alla persona e alla notizia.
Senza voler essere faziosi andiamo a vedere cosa ha detto Filippo Graviano:
«Non ho mai conosciuto il senatore Dell'Utri né direttamente né indirettamente e quindi non ho mai avuto rapporti con lui».
Può essere vero. Andiamo comunque a leggere quanto testimoniato da Gaspare Spatuzza il 6 ottobre al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava:
"Incontrai Giuseppe Graviano all'interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione... e che non erano come 'quei quattro crasti (cornuti) dei socialisti'.. ".
Occhio a non fare confusione. Giuseppe è il fratello di Filippo, mentre quest’ultimo si occupa dell’aspetto economico, il primo è il braccio armato della famiglia ed è lui ad intrattenere rapporti con il killer Spatuzza.
Aggiunge:"... Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Giuseppe Graviano) il nome di Berlusconi, io all'epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri... mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani".
Graviano Filippo non contraddice le parole di Spatuzza, proprio perché non è una delle persone coinvolte dalle parole del killer. Se c’è qualcuno che può farlo questo è il fratello Giuseppe, il quale si guarda bene sia da far questo che da parlare con i magistrati di qualsiasi altra cosa.
Non è mia intenzione trattare del processo pendente sul senatore Dell’Utri e sul coinvolgimento del premier in questa sede, m’interessa solo evidenziare la responsabilità oggettiva dei media in certe dinamiche di potere, i quali più che informare i cittadini delle notizie cercano di irretirli ed ingannarli per il proprio tornaconto o di chi li stipendia o ricompensa. Un grosso “vergogna”!

sabato 3 ottobre 2009

I dispersi

Ileana Argentin, Paola Binetti, Gino Bucchino, Angelo Capodicasa, Enzo Carra, Lucia Codurelli, Furio Colombo, Sergio D'Antoni, Stefano Esposito, Giuseppe Fioroni, Antonio Gaglione, Dario Ginefra, Oriano Giovanelli, Gero Grassi, Antonio La Forgia, Linda Lanzillotta, Marianna Madia, Angela Mastromauro, Giovanna Melandri, Lapo Pistelli, Massimo Pompili, Fabio Porta, Giacomo Portas.

Lo Scudo Fiscale è legge per soli 20 voti. Il via libera al provvedimento è arrivato dalla Camera con 250 No e 270 Sì e 2 astenuti (Paolo Guzzanti e Giorgio La Malfa).I 29 assenti dell’opposizione (22 PD, 6 UDC, 1 IDV) graziano il governo e la sua legge criminogena. Il vice-capogruppo dell’Italia dei Valori, Fabio Evangelisti, commenta: “Ci è mancato solo un voto. Sarebbe stato meglio avere anche quello. Ma c’era il 96% di presenze, se le altre opposizioni fossero state presenti come noi avremmo vinto”.
Di Pietro (Idv) ribadisce il concetto: "Noi al voto sullo scudo fiscale eravamo presenti in modo pressoché totale e lamentiamo che l'opposizione nel suo complesso non abbia saputo fare quadrato almeno per respingere quella legge. Ma si sa, in Italia ci sono due opposizioni: quella dell'Idv, che è ferma e fa sentire la sua voce, perché ritiene che il governo Berlusconi faccia male al Paese, e poi c'è l'opposizione del giorno dopo, quella che dice che Berlusconi sta al governo per colpa di Di Pietro". "Io - aggiunge il leader di Idv - dico che ci sta per colpa di una opposizione cialtronesca, che rinuncia a fare il suo dovere".
Il Partito Democratico ne esce ancora sostanzialmente con le ossa rotte.
Lontano dall’idea di un partito coeso, sembra essere in balia delle vicende congressuali e delle rivalità interne. Si noti a tal proposito l’assenza di molti esponenti dell’ala rutelliana, sarà un caso?
“A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”.
Ma se l’opposizione si rammarica per l’occasione mancata, la maggioranza non ha di che gioire.
La Russa furibondo: “Ma siamo impazziti? Trenta deputati in meno? Questo è un fatto grave”.In effetti il Pdl ha visto sottrarsi al voto ben 56 dei suoi deputati e la stabilità del governo è stata assicurata solo dalla Lega, 51/60 voti favorevoli, la quale non ha perso l’occasione per guadagnare potere contrattuale nei confronti di Berlusconi. Presto o tardi il Sig.B. dovrà ripagare questa fedeltà.Aggiunge La Russa: “Dovremo fare bene i conti con tutti. Anche con chi si rifugia nelle missioni per giustificare l’assenza grazie ai suoi incarichi istituzionali...”A chi si riferiva il Ministro? Diamo un’occhiata agli elenchi dei deputati Pdl in missione. Oltre al ministro Ronchi mancavano Roberto Menia e Donato Lamorte, entrambi molto vicini a Gianfranco Fini. Fra quelli che poi non hanno partecipato al voto, ecco spuntare un altro deputato un tempo molto legato al presidente della Camera, Manlio Contento, e l’ex ministro Mirko Tremaglia.
Anche a Destra la putrefazione del Frankenstein politico inizia a manifestarsi con chiarezza.

giovedì 24 settembre 2009

Una questione che va oltre Cenni

Dunque oggi vorrei spendere qualche parola sulla vicenda che ha visto coinvolto il sindaco di Prato, Roberto Cenni (Pdl).
Iniziamo facendo un passo indietro fino alle elezioni dello scorso 6 e 7 giugno.
Al primo turno il candidato del centrosinistra Massimo Carlesi ottiene solo il 47,50% dei voti.
Roberto Cenni e la sua coalizione di centrodestra si attesta al 45,06%. Nessuno dei due contendenti ottiene il 50%+1, si andrà dunque al ballottaggio.
Per Cenni e i suoi uomini si profila dunque la possibilità di uno storico ribaltone, ma sarà necessario una grande profusione di energia per colmare il gap.
L’occasione tuttavia è troppo golosa e i sostenitori di Cenni danno vita ad un’infiammata campagna elettorale al grido di “cambiamento” e attorno alle problematiche con la comunità cinese.Il tono del confronto si alza ogni giorno di più.
A pochi giorni dalle elezioni Cenni sfodera il suo asso nella manica tappezzando letteralmente la città con il famigerato manifesto “Martini+Carlesi=cinesi”, al quale i diretti interessati rispondono con una lettera aperta.
Fortunatamente per i pratesi la convulsa campagna elettorale risulta essere agli sgoccioli.
Il 21 e 22 giugno le urne danno ragione alla coalizione guidata dal Pdl con il 50,91%.
Il forcing finale ha dunque ottenuto i risultati che si era prefissato, la città di Prato è stata espugnata dal Popolo delle Libertà.
Non è trascorso invero molto tempo da allora eppure Roberto Cenni dà già segni di abbandonare la nave. “La Sasch non produrrà più niente a Prato”, è questa la notizia shock che a qualche elettore avrà fatto venire il rimorso dell’acquirente, soprattutto dopo aver letto dove andrà a finire questa produzione: in Cina. L’azienda d’abbigliamento Sasch appartiene allo stesso sindaco Cenni.
Invero solo lo 0,7% (pari a 100 mila abiti) della produzione avveniva sul suolo italiano, in particolare a Prato, il resto già in Cina. Si potrebbe discutere all’infinito della coerenza di quest’uomo e soprattutto di questo suo gesto che ha il sapore dell’abbandono, tuttavia ritengo il problema sia più organico e di sistema e vada oltre il Cenni stesso, per quanto disapprovi la sua condotta. E’ inutile, l’etica negli affari è una bufala colossale, almeno per come è stata teorizzata fin ora. Buona parte degli imprenditori ha come unico obiettivo fare denaro, non prendiamoci in giro, e non dare lavoro e ottemperare a quel raffinamento umano che attraverso il lavoro si realizza, come riconosciuto dalla Costituzione italiana stessa. Non si chiede all’imprenditore di essere un filantropo, tuttavia in questa società, permeata dagli ideali capitalisti occidentali, l’equilibrio tra queste due componenti, denaro e umanità, si è irrimediabilmente alterato a favore del primo.
Qualcuno parte con l’intenzione di trovare una sintesi fra questi due aspetti, ma poi si trova trascinato da quell’entità concorrenziale chiamata libero mercato a venire meno ai propri propositi, d’altra parte se hai ipotecato l’anima per aprire un’azienda e il concorrente mette a lavorare 100 koreani sottopagati e ottiene un prezzo minore del tuo, rischi veramente di trovarti sul lastrico.
Non si prendano queste mie righe come un invito alla deresponsabilizzazione dell’imprenditore, anzi sono convinto che la modifica del sistema lavoro passi inevitabilmente per una presa di coscienza dell’imprenditore dei suoi doveri umani nei confronti dei suoi lavoratori, tuttavia in un mondo globalizzato, quale quello in cui viviamo, una legge in senso contrario alla concorrenza potrebbe far affondare tutto il sistema produttivo di un paese senza discriminazione alcuna.
Chi ha il vero potere di cambiare le cose è il consumatore, il quale troppe volte è informato male o non sente proprio questo dovere di giudice di un prodotto e della sua azienda.
Dall’uomo passa la sua stessa salvezza, forse è il caso che ognuno di noi dedichi un po’ più di tempo a capire se quello che indossa, mangia o usa sia frutto di una condotta aziendale scorretta o meno e si comporti di conseguenza.

People have the power!

martedì 22 settembre 2009

Alla "guerra fra morti" contrappongo il buonsenso


E’ quasi trascorsa una settimana dall’attentato che è costato la vita a sei soldati italiani in Afghanistan. Solo adesso, dopo la celebrazione dei funerali, mi accingo a scrivere alcune considerazioni in merito a quanto visto e ascoltato attorno a quella che, comunque la si pensi, resta una tragedia, in primis per le famiglie che si sono viste sottrarre una persona cara.
Non parlerò della contraddizione insita nella definizione di “missione di pace”, non giudicherò se sia o meno opportuno l’impegno italiano in quell’area del mondo e neppure se esso venga svolto in maniera più o meno corretta, lascerò che siano altri ad esporsi al posto mio.
Scriverò invece di quei fenomeni che intorno a questa vicenda hanno preso vita.
Abbiamo assistito ad una contrapposizione fra morti, al riaccendersi di un sentimento di rivalsa da parte di chi muore sul posto di lavoro, una sorta di guerra fra eroi "morti".
Proprio in questo sta l’insensatezza di questo conflitto, che altro non ribadisce, se ancora ce ne fosse bisogno, la condizione del popolo italiano perennemente spaccato e diviso, intollerante all’individuo di diverso pensiero e incapace di una sintesi razionale di concezioni dissimili.
Qualcuno una volta invitò a lasciar perdere i morti e a curarsi più di coloro che sono in vita (Luca 9:59-62), in modo che questi non andassero ad ingrossare le fila dei deceduti, per i quali, la condizione umana, impedisce di far qualcosa.
E’ quanto mai inutile discriminare tra i morti, sarebbe assai più intelligente pensare ai vivi e alle loro problematiche.
Il tema delle morti bianche, il quale più volte è stato sollevato in questi giorni, è una di quelle questioni che dovrebbe accumunare le persone e non certo dividerle.
Sollevare tale problema in contrapposizione alla questione militare è sbagliato.
La morte sul lavoro ha una valenza oggettiva e sono in errore quanti rapportandola con altre questioni finiscono per svilirla nel suo valore.
In questo modo non si farà altro che ottenere l’effetto contrario, in quanto le persone avranno l’alibi perfetto per curarsi di un’unica e sola questione, poiché l’una nasce in contrapposizione all’altra.Non crediate che chi oggi omaggia i soldati non sia disposto ad onorare nella stessa maniera chi cade sul lavoro, tuttavia nel momento in cui si deve scegliere necessariamente fra due opzioni che si escludono vicendevolmente ognuno preferirà una causa rispetto ad un’altra, ed è del tutto comprensibile.Così non deve essere. La sicurezza sul posto di lavoro deve accumunare tutti e non precludersi alcun orecchio. Non deve essere affare di Destra né di Sinistra, ma del popolo italiano.Se verrà percorsa questa strada, sono sicuro che un giorno potrò andar fiero di un paese maturo che onora chi muore per aver ottemperato al primo articolo della Costituzione, nella speranza che questo numero possa sempre essere minore nel tempo.

venerdì 18 settembre 2009

Smemorati di Sinistra di D.Luttazzi

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava L'odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell'altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D'Addario ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
L'Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L'Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L'Italia è il Paese che amo.

giovedì 17 settembre 2009

Miss Italia: Il passo dell’oca di Salsomaggiore

Siamo alle soglie del 2010 è ancora, ahi noi, assistiamo a programmi televisivi in cui la donna viene mortificata, ridotta a pura immagine esteriore.
Da pochi giorni è stata insignita del titolo di più bella di Italia Maria Perrusi.
Un concorso, quello di Miss Italia, in cui con ruffianeria s’inducono le donne davanti allo schermo a ritenere preponderante il proprio aspetto.
“La bellezza è un talento”, questo è stato il motto di questa edizione.
In tutta sincerità mi chiedo come l’aspetto esteriore di una persona possa considerarsi tale.
Il dizionario della lingua italiana a proposito della parola talento riporta: “Dote specifica, in quanto propensione verso qualcosa, capacità in un’attività o in un settore”.
Un uomo o una donna talentuosi possono essere bravi a dipingere, a scrivere o scolpire, essere dei buoni barzellettieri se si vuole o possono guidare abilmente una vettura da corsa, ma la bellezza estetica sicuramente non è un talento.
Inoltre è abbastanza indecoroso constatare come lo stesso significato di bellezza sia stato, in riferimento alla donna, limitato all’esteriorità ed è altrettanto imbarazzante notare come lo stesso genere si sia adagiato su tale costrizione.
Discriminare le donne a seconda del proprio aspetto fisico non è soltanto superficiale ma anche irriguardoso e denota scarso intelletto e questo vale per gli uomini come per le donne.
La bellezza di una persona è qualcosa che trascende l’aspetto fisico e che comprende tutte quelle esperienze e capacità che questa porta con sé nella vita.
E’ arrivato il momento che le donne stesse smettano di sottostare al giogo nel quale si sono ficcate e che comprendano che la parità di condizione fra i sessi passa inevitabilmente per la rinuncia a quelle facilitazioni create al fine di tenere sottomesso il gregge.
Il nostro paese, come molti altri, denota su questo aspetto scarsa maturità.
Curarsi del proprio corpo non è un male, anzi è una virtù apprezzabile, tuttavia fondare la propria esistenza su quella nozione distorta di bellezza di cui abbiamo parlato, caduca ed effimera per natura, è sintomo dell’incapacità di pensiero a lungo termine o più semplicemente d’indulgenza verso sé stessi.
Vedere per l’ennesima volta donne spogliate fino al midollo sfilare per mostrare le proprie grazie e per quelle essere giudicate mi ha veramente amareggiato.
In particolare gli organizzatori di Miss Italia e i personaggi coinvolti, più volte si sono esposti per difendere il concorso da accuse simili a quelle mosse da me, dicendo di voler guardare maggiormente l’interiorità delle ragazze, mi domando se non si riferissero alle tonsille, dal momento che definire alcuni abiti succinti sarebbe un eufemismo e che alla fine non trionfi comunque sul giudizio la gradevolezza estetica mi sembra una grossolana balla.
Tuttavia questo non dovrebbe essere affar mio, è la donna che dovrebbe prendere coscienza del proprio valore e rifiutare che simili contenuti vengano trasmessi.

In accordo con quanto detto voglio proporvi la visione di un documentario che io ho apprezzato particolarmente riguardante il tema dell’uso strumentale del corpo femminile nella Tv italiana.



Buona visione

sabato 11 luglio 2009

Una strage annunciata: 11 luglio 1995 - 11 luglio 2009


Srebrenica (Bosnia-Erzegovina) – la “miniera d'argento”, questo il suo nome tradotto in italiano, qualcosa come 14 anni fa conosceva quello che nei libri di storia è considerato come uno dei più gravi massacri in tempo di pace. Iniziamo però con un passo indietro rispetto a quel tragico 1995. Due anni prima, nel 1993 Srebrenica viene posta sotto il controllo ONU dopo un'offensiva dell'esercito serbo, azione che si rese necessaria al fine di tutelare la popolazione civile bosniaca, quasi completamente di religione musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio occupato dall'esercito serbo-bosniaco. In quegli anni i Balcani erano il fronte caldo del mondo e se pensiamo che da quello stesso territorio che all'epoca gli atlanti etichettavano come “Terra degli slavi del sud” (cioè la Jugoslavia) oggi sono stati creati ben 7 stati (considerando anche il Kosovo, nonostante ciò sia un'operazione ancora controversa) è relativamente semplice capire quali furono i motivi del contendere nell'area. 7.800 le vittime “ufficiali”. Le associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime sostengono che siano un po' di più. Diciamo 10.000. Di questi – qualunque sia la reale cifra – ad oggi sono stati identificati grazie al test del DNA solo 3215 vittime, mentre altre 4000 circa risultano essere scheletri esumati dalle fosse comuni e di cui non si conosce niente.
Nell'estate del 1995 ormai la guerra stava finendo. Lo sapevano tutti. E la conclusione era chiara: 51% del territorio bosniaco ai croato-musulmani ed il restante 49% ai serbo-bosniaci. Ed andava bene a (più o meno) tutti. Andava bene a Slobodan Milošević, allora presidente della Federazione Jugoslava, ad Alija Izetbegovic, presidente della comunità musulmana, ed a Franjo Tudjman, allora presidente della Croazia. Ed ovviamente andava bene alla “comunità internazionale”. Quella stessa comunità internazionale che – permettetemi il termine non propriamente carino – si fece “infinocchiare” da un branco di genocidi del calibro di Radovan Karadžić, l'allora leader politico serbo-bosniaco, arrestato su un autobus a Belgrado il 21 luglio dello scorso anno, sotto le false generalità di Dragan Dabić, in realtà un militare bosniaco caduto in guerra; o di Ratko Mladić, il generale serbo – ancora in libertà – che guidò il genocidio insieme a Naser Orić e che addirittura entrarono nella città l'11 luglio a bordo dei blindati bianchi dell'ONU. Sissignori, avete letto bene. I “cattivi” disponevano dei carri armati dei “buoni”!

Immaginate cosa voglia dire vivere una situazione del genere e vedere l'arrivo dei blindati ONU. Non dico che si stappassero bottiglie di champagne – visto il livello di povertà della popolazione – ma per lo meno qualcuno inneggiò alla fine del conflitto. E quindi pensate a come ci si possa sentire quando da quegli stessi blindati iniziarono a saltare fuori i “cattivi”. Immaginatelo voi, perché quegli uomini e quelle donne, quei bambini e quegli anziani che vissero questa esperienza se ne accorsero solo troppo tardi.
Nessuna spiegazione è stata data da chi si definisce “comunità internazionale”, da chi dovrebbe non permettere le guerre, da chi – anche oggi – grida allo scandalo quando ci sono bombardamenti in questa o quella parte del mondo, forse dimentico che a quel tempo i bombardamenti li faceva lui (o lei, visto che non mi riferisco a nessuno in particolare...). L'unica cosa che si sa è che già dal 30 maggio del 1995 l'Onu dichiarò che le forze di interposizione dei Caschi Blu in Bosnia dovessero farsi da parte. Decisione – perdonate la franchezza – da incapaci che andava ad aggiungersi alla decisione di inviare 4.000 uomini a fronte della richiesta dell'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali di almeno 40.000 unità, possibilmente non equipaggiate con l'armamento leggero con cui si presentarono. Come se non bastasse – per la serie “oltre il danno la beffa” verrebbe da dire – i militari olandesi che non impedirono il genocidio (ma che invece furono tra i primi a filarsela a gambe dallo scenario di guerra, rifugiandosi nella base militare di Protocari) sono stati addirittura premiati con medaglie al valore – che ufficialmente sono passate come ricompense per le critiche subite dalla stampa – per aver permesso il genocidio.

Purtroppo non sono – o per lo meno non sono più – un grande conoscitore dei Balcani; mi ricordo che a quel tempo nonostante avessi solo 9 anni quelle immagini che si vedevano nei tg mi colpirono molto, e forse hanno collaborato a quel che sono diventato oggi (ed al tipo di giornalismo che vorrei fare in futuro...). Una cosa però la so: se alla sbarra ci sono finiti via via i vari Milosevic, Karadizic e prima o poi anche gli altri “esecutori materiali”, c'è chi con la stessa correità se la gode nell'Europa (e non solo lì) che esporta la pace.
Spesso mi viene in mente quella frase cantata dal gruppo napoletano della 99 Posse: “...chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare...”. Già, chi lo fa?

Per approfondire:
Srebrenica2009. Appunti su un genocidio.

Il massacro di Srebrenica: cronaca di una strage.
Il governo premia con una medaglia i Caschi Blu che a Srebrenica non impedirono il genocidio

Andrea Intonti.

Liberate Laura ed Euna


Intenti ostili”.

Nessuno sa in realtà cosa voglia dire, ma sta di fatto che da ormai 115 giorni è l'accusa con cui Laura Ling e Euna Lee, giornaliste di Current tv, sono detenute nelle carceri della Corea del Nord. L'articolo 63 del Codice penale nordcoreano prevede dai cinque ai dieci anni di prigione per gli stranieri che raccolgono illegalmente notizie nel paese. E se stai indagando – come le due giornaliste, rispettivamente di origine coreana e cinese ma di passaporto statunitense - sul traffico di giovani donne nordcoreane oltre il confine con la Cina, probabilmente, a qualcuno stai dando fastidio. Parecchio fastidio.
Qualora l'accusa di essere entrate illegalmente su suolo nordcoreano venisse considerata valida, e secondo la legge nordcoreana non c'è la possibilità di ricorrere in appello, le due giornaliste sarebbero costrette a 10 anni di lavori forzati.

Non so se a voi è mai capitato di guardare il programma Vanguard su Current Tv (se non l'avete mai fatto o siete di quelli che ogni volta che prendono il telecomando in mano gli cade riaccendete quella scatoletta infernale ed andate sul canale 130 di Sky, vi assicuro che ne vale davvero la pena...), i Vanguard-journalist - di cui Laura Ling è vicepresidente - svolgono il loro lavoro “con sole inchieste sul campo” - che è poi anche lo slogan che hanno scelto per il programma – e quindi potete immaginare che tipo di difficoltà ne possano derivare. Appena sono venuto a conoscenza di questa notizia mi è venuta in mente subito la mai – da me – troppo compianta Ilaria Alpi, ed i problemi che quel tipo di giornalismo comporta. In questo caso poi mi sento particolarmente vicino alle due Vanguard-journalist sia perché – ripeto – credo che Current Tv sia la miglior cosa capitata nel palinsesto televisivo italiano, e sia perché quel modo di fare giornalismo è quel giornalismo che vorrei fare io una volta “abilitato”. Inshallah, direbbe qualche amico al di là del Mediterraneo. Diciamo che quel tipo di giornalismo – per venire incontro a chi non avesse mai visto Current – è molto simile a quello che fa Fabrizio Gatti (altra standing ovation personale) su L'Espresso o su Repubblica, con l'unica differenza che a Current Tv non si usa infiltrarsi nelle storie che si vuole raccontare.

Noi siamo sempre i primi a mobilitarci, siamo sempre i primi ad andare in soccorso di chi ha bisogno, checché se ne dica e se ne pensi. Per questo vi chiedo di fare il possibile affinché si possa fare pressione su governi ed opinione pubblica mondiale affinché Laura ed Euna possano tornare libere ed a svolgere il loro meraviglioso lavoro. Vediamo di non smentirci.

Qui trovate il sito aperto per raccontare cosa sta accadendo a Laura ed Euna: http://www.lauraandeuna.com/
Qui un piccolissimo excursus sul loro lavoro a Current Tv: http://www.lauraandeuna.com/bios/
Qui alcuni dei loro reportage: http://www.lauraandeuna.com/videos/
E qui come poterle aiutare: http://www.lauraandeuna.com/how-to-help/

Articolo di Andrea Intonti

venerdì 26 giugno 2009

Mi indigno



E io che pensavo che la realtà fosse una e una sola!!!

Mi sbagliavo,mi sbagliavo di molto.

A quanto pare viviamo in un mondo che non è unico,quantomeno è duplice,forse triplice.

Ma forse questo succede solo da noi,da noi in Italia.

Da noi si combatte la mafia ma poi si finisce per mandare i mafiosi al governo.

Da noi si combattono i corruttori ma si finisce per condannare il corrotto e non il corruttore.

Da noi si piangono i morti,i morti sotto le macerie di un palazzo,un palazzo che non doveva crollare e poi si finisce per dare l'appalto agli stessi costruttori per ri-tirarlo su.

Da noi si ricerca la libertà di stampa e di opinione ma si finisce per fare leggi per imbavagliare chi vuole dire la sua.

E' recente,recentissima,la censura del Tg1,in teoria il telegiornale più importante d'Italia,nei confronti di indagini e accuse che riguardano un noto politico-imprenditore.

E' recente la censura,da parte di molti telegiornali,delle proteste dei terremotati d'Abruzzo.

E potrei continuare ancora con notizie simili.

Sono recenti,anch'essi recentissimi,gli elogi al governo per cose presunte,per parole,voci,opinioni che,almeno fino ad oggi,non sono stati tradotti in realtà.

E' proprio la "non traduzione in realtà" a dar vita alla duplicità-triplicità del nostro paese.

La realtà non si discute,le opinioni e tutto ciò che è aleatorio si.

Il problema arriva quando qualcuno(tv,giornali,politici politicizzanti veri) vuole far passare per vero qualcosa che non lo è.

Si vogliono riempire le teste di tanta gente poco attenta con parolone importanti,con concetti astrusi ma pomposi,con fatti non-fatti e stupidaggini varie solo per tenerli a bada. Si vogliono comprare consensi con promesse irrealizzabili. Si vogliono vendere sogni che non esistono nemmeno nelle notti più felici.

Questa pratica,purtroppo,sembra dilagare e sembra,ancora "più" purtroppo,dare dei frutti.

I consensi si moltiplicano,la gente annuisce a tutto senza capire. Il cervello dov'è?

Come non capire che quello che ci vogliono far credere è tutto un bluff?

Come non indignarsi davanti all'ennesima presa di culo? Come non indignarsi davanti alla politica delle vallette-veline-letterine-letteronze?

Come non indignarsi davanti alla politica dei soldi e non della gente?

La politica delle canzoni,dello spettacolo,dei festini nelle ville?

Come non indignarsi anche davanti a chi,nei tg,da un giorno a un altro dipinge un paese diverso? Come non capire che ci sta prendendo per il culo chi,il giorno prima delle elezioni,ci mostra la gente in crisi e,il giorno dopo se ha vinto il "suo amico",ci mostra una nazione ricca,prospera e felice?

Come non indignarsi per i continui attacchi alla magistratura? Come non indignarsi se un giorno i giudici sono degli Dei,se ti assolvono,e poi il giorno dopo son politicamente orientati,se ti condannano?

Ma io mi indigno. Mi indigno si. Io credo che la realtà sia una sola. Se la gente muore di fame,muore davvero. Non muore oggi e domani è ricca. Se i giudici sono infami,sono infami oggi e domani. Se le veline sono stupide e solo "trombabili", il giorno dopo non sono intelligenti e pronte per governare l' Italia.

Ma il consenso aumenta. E non m'indigno per questo. Per questo mi stupisco. Mi indigno per chi vende i propri sogni. Per chi vende la propria libertà. Per chi torna indietro con gli anni. Per chi vuole le ronde. Per chi fa il saluto romano. Per chi mina la mia libertà di opinione,di stampa.

Mi indigno perché vorrei un paese forte,felice,sano,onesto. Mi indigno perché vorrei un'Italia come "costituzione comanda".


Articolo di Manuel Bianconi

Cluedo, il gioco dell’informazione.

In Italia nutriamo un morboso interesse verso le vicende di cronaca nera, subiamo ineluttabilmente il fascino del caso delittuoso irrisolto, un bel cadavere morto in circostanze da cluedo stimola la nostra fantasia. Possiamo dubitare di questo o quest’altro, infarcirci la bocca di termini investigativi e per una volta indossare i panni di Sherlock Holmes, Maigret, Derrick e Clouseau.
Chi non conosce i nomi di Raffaele Sollecito, Amanda Knok, Annamaria Franzoni e Alberto Stasi?
Li abbiamo uditi in mille special, telegiornali e programmi tv di prima e seconda serata, abbiamo assistito ad un processo parallelo ad uso e consumo del teleutente, una sorta di reality di nuova generazione. D’altra parte quando un format funziona, perché non introdurlo massicciamente nel palinsesto? Forse perché non è opportuno assecondare ogni malcostume del telespettatore, come invece da anni a questa parte si sta facendo. Ma non era di questo che volevo parlarvi.
Herald Estenhan, Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, Daniele Moroni, Cosimo Cafueri. Questi nomi vi dicono qualcosa? Immagino di no, anche se in realtà dovrebbero.
Questi sono i sei nomi dei responsabili dell’incendio della fabbrica ThyssenKrupp nel quale persero la vita otto operai il 6 dicembre 2007.
Il processo è iniziato da tempo ma nessun inviato fuori o dentro l’aula del tribunale, non una riga in più di quelle dovute, tutto sta accadendo nel silenzio più totale. Uccidere per esser venuti meno alle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro non è entusiasmante come beccare il maggiordomo con ancora in mano il candelabro grondante di sangue. Non è più un gioco macabro di società, è solo una disgrazia da dimenticare presto e della quale non parlare sui media per non togliere spazio a ben più blasonato caso. La legge dello cher non fa eccezioni, uccide ella stessa chi è morto in maniera poco appetibile.

venerdì 19 giugno 2009

Il ciunguettio verde di Teheran


Vince Moussavi. Anzi no, vince Ahmadinejad.
Questo è quel che deve aver sentito ogni cittadino iraniano nei giorni scorsi, quando dopo le elezioni - la cui affluenza, secondo le tendenze iraniane, è stata altissima (85%) qualcuno ha deciso di riconfermare lo "spazzino del popolo".
Che ci siano stati brogli ed imbrogli è ormai chiaro ed internazionalmente riconosciuto.

Il malumore creato dalla politica portata avanti durante il suo primo mandato è indice dell'impossibilità di una nuova vittoria di Ahmadinejad, e la tiepida reazione dei governi occidentali è assolutamente vergognosa. O meglio: è vergognoso come i governi "democratici" occidentali, sempre pronti e prodighi di esportazioni del "loro" mondo non stiano muovendo un dito in questa occasione. Tanto meno lo sta facendo "sant'Obama", che probabilmente ancora non ha capito se comportarsi da falco come il suo predecessore Bush o colomba. L'unica cosa che ha capito, evidentemente, è che fare la voce grossa con chi in poco tempo può costruire la bomba atomica - o già ce l'ha come gli israeliani, non per nulla "amici per la pelle" degli yankee - non è poi così conveniente.

Laddove manca la "voce del Potere", però, arriva la voce del contro-potere. O meglio, il cinguettio. Eh sì, perché laddove è stata tappata la bocca - o rotta la penna, fate un pò voi - ai giornalisti, i giovani iraniani si sono attrezzati con quell'opera di citizen journalism che noi in occidente ancora stentiamo realmente a capire.
Twitter (che Google Translate mi traduce - quando si dice i casi della vita - sia con "cinguettio" che con "agitazione") infatti si sta rivelando la vera "arma" in mano all'opposizione. Un'arma talmente potente da sfuggire anche alla censura della rete. Come? Beh, semplicissimo: Twitter permette di pubblicare piccoli post tramite sms! Geniale vero? E' l'unico modo che i giovani iraniani - i
cespugli come hanno voluto ribattezzarsi prendendo nome dall'epiteto con il quale Ahmadinejad li aveva apostrofati alcuni giorni fa - hanno per far capire al mondo intero che loro un secondo mandato dello "spazzino del popolo" non lo vogliono. A patto che di là - o meglio di qua, in occidente - ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli e, perché no, ad aiutarli. La rete oggi può arrivare laddove i media classici non possono, ed è per questo che noi blogger occidentali "impegnati" dovremmo diventare cassa di risonanza delle manifestazioni. Io tenterò - quando possibile - di pubblicare aggiornamenti e notizie, ma se volete veramente un'esperienza live andate sul blog di Andrew Sullivan, il quale pubblica i post da Twitter.

Ma chi e perché ha iniziato la protesta? Chi c'è dietro? Dietro Moussavi non saprei, molti commentatori filogovernativi parlano di Rasfanjani - l'ex presidente sconfitto 4 anni fa proprio da Ahmadinejad. Dietro Ahmadinejad c'è l'ayatollah Khamenei, vero leader del paese da oltre 20 anni. Qualcuno potrebbe anche pensare che la questione sia esclusivamente iraniana. Invece - come giustamente fa notare Lucio Caracciolo su Repubblica di oggi - il vincitore di queste elezioni sarà colui che siederà allo stesso tavolo con Obama per spostare le pedine sul tavolo medio-orientale. Ed Ahmadinejad - o per meglio dire, il suo burattinaio Khamenei - non poteva lasciare questa ghiotta possibilità al suo arcinemico Mossavi (o Rafsanjani).

Articolo di Andrea Intonti.

La Foresta di Sherwood si assume l'impegno di raccogliere quanto più materiale possibile sulla vicenda preservandolo e diffondendolo. Presto di seguito a queste parole incominceranno a comparire quante più informazioni saremo in grado di farvi pervenire.

ARTICOLI: (tradotti in italiano)
Teheran, racconto shock e raccapricciante [si sconsiglia la lettura a persone impressionabili] 24 Giugno 09

VIDEO: (se alcuni venissero oscurati fatecelo sapere, abbiamo una copia di ognuno in un database)
Giovani studenti feriti a morte dai miliziani [si sconsiglia la visione a persone impressionabili] 22 Giugno 09
Manifestante ferito gravemente ad un braccio [si sconsiglia la visione a persone impressionabili] 20 Giugno 09
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