martedì 22 settembre 2009

Alla "guerra fra morti" contrappongo il buonsenso


E’ quasi trascorsa una settimana dall’attentato che è costato la vita a sei soldati italiani in Afghanistan. Solo adesso, dopo la celebrazione dei funerali, mi accingo a scrivere alcune considerazioni in merito a quanto visto e ascoltato attorno a quella che, comunque la si pensi, resta una tragedia, in primis per le famiglie che si sono viste sottrarre una persona cara.
Non parlerò della contraddizione insita nella definizione di “missione di pace”, non giudicherò se sia o meno opportuno l’impegno italiano in quell’area del mondo e neppure se esso venga svolto in maniera più o meno corretta, lascerò che siano altri ad esporsi al posto mio.
Scriverò invece di quei fenomeni che intorno a questa vicenda hanno preso vita.
Abbiamo assistito ad una contrapposizione fra morti, al riaccendersi di un sentimento di rivalsa da parte di chi muore sul posto di lavoro, una sorta di guerra fra eroi "morti".
Proprio in questo sta l’insensatezza di questo conflitto, che altro non ribadisce, se ancora ce ne fosse bisogno, la condizione del popolo italiano perennemente spaccato e diviso, intollerante all’individuo di diverso pensiero e incapace di una sintesi razionale di concezioni dissimili.
Qualcuno una volta invitò a lasciar perdere i morti e a curarsi più di coloro che sono in vita (Luca 9:59-62), in modo che questi non andassero ad ingrossare le fila dei deceduti, per i quali, la condizione umana, impedisce di far qualcosa.
E’ quanto mai inutile discriminare tra i morti, sarebbe assai più intelligente pensare ai vivi e alle loro problematiche.
Il tema delle morti bianche, il quale più volte è stato sollevato in questi giorni, è una di quelle questioni che dovrebbe accumunare le persone e non certo dividerle.
Sollevare tale problema in contrapposizione alla questione militare è sbagliato.
La morte sul lavoro ha una valenza oggettiva e sono in errore quanti rapportandola con altre questioni finiscono per svilirla nel suo valore.
In questo modo non si farà altro che ottenere l’effetto contrario, in quanto le persone avranno l’alibi perfetto per curarsi di un’unica e sola questione, poiché l’una nasce in contrapposizione all’altra.Non crediate che chi oggi omaggia i soldati non sia disposto ad onorare nella stessa maniera chi cade sul lavoro, tuttavia nel momento in cui si deve scegliere necessariamente fra due opzioni che si escludono vicendevolmente ognuno preferirà una causa rispetto ad un’altra, ed è del tutto comprensibile.Così non deve essere. La sicurezza sul posto di lavoro deve accumunare tutti e non precludersi alcun orecchio. Non deve essere affare di Destra né di Sinistra, ma del popolo italiano.Se verrà percorsa questa strada, sono sicuro che un giorno potrò andar fiero di un paese maturo che onora chi muore per aver ottemperato al primo articolo della Costituzione, nella speranza che questo numero possa sempre essere minore nel tempo.

1 commento:

Manuel ha detto...

Quando si parla di morti ci vuole,più o meno sempre,rispetto.
Poco cambia tra morti sul lavoro,morti in incidenti,morti in attentanti,morti di malattia.
In Italia manca quella "cultura minima" che ci deve,o dovrebbe,portare sulla strada del buon senso. In Italia si strumentalizza tutto. L'uomo di sinistra vede,nei morti in un attentato, il pretesto per cessare l'azione militare. L'uomo di desta vede,sempre negli stessi morti,il pretesto per onorare il corpo militare e,allo stesso tempo,il motivo per intensificarla. Altri,di destra o di sinistra,se ne fregano. Altri ancora,non si sa se di destra o di sinistra,pensano ai morti sul lavoro(dei quali magari si parla troppo poco)e pensano che i militari siano da mettere sullo stesso pian(e quindi..se non parli di quei morti non parli nemmeno di questi).
Ma,a parer mio,in certe situazioni ci vuole rispetto. Che muoia la persona più beata o il peggior bastardo ci vuole comunque rispetto perchè ci sarà sempre una madre,una moglie,dei figli,dei fratelli..che piangeranno quella morte.
Perchè pensare che "il mio morto" sia migliore del tuo?