lunedì 28 dicembre 2009

Fabbriche a gestione (A)narchica



Deve essere una sensazione strana passare il Santo – per chi ci crede – Natale in fabbrica. Sicuramente una di quelle esperienze che chi la fabbrica la porta avanti (leggasi alla voce: operai) non vorrebbe mai fare, eppure...

Eppure è quel che è capitato a Pomigliano D'Arco, a Termini Imerese, ai ricercatori dell'Ispra ed agli operai di Agile (ex Eutelia) e che capita ad un sacco di altri operai nel paese. C'è la crisi, dicono. Io però quel che vedo è che la crisi non è uguale per tutti, perché chi aveva prima della crisi – imprenditori, industriali, dirigenti et similia – continua ad avere, chi non aveva prima, a maggior ragione, non ha neanche ora. Insomma, per citare Zulù, il frontman della 99 Posse, i magnaccia dell'economia continuano a fare i magnaccia, e la povera gente finisce sempre più in mezzo alla strada.

In realtà mi sto chiedendo se il problema non sia tanto la crisi in quanto tale ma proprio loro: i “protettori”. Quelli che escono dalle università e diventano subito top manager nell'azienda del papi (no, non il Presidente del Consiglio), oppure quelli che diventano dirigenti senza mai essere passati per la vera “anima” della fabbrica, cioè la catena di montaggio. In questo periodo mi capita spesso di parlare con gli operai, molti dei quali in cassa integrazione o in altre situazioni simili e spesso mi chiedo cosa potrebbe succedere nel caso in cui – per incanto – quelli che una volta si chiamavano “padroni” venissero buttati fuori dalle fabbriche – e quindi dal processo capitalistico-produttivo – che verrebbero così gestite da chi veramente porta avanti il buon nome del signor padrone: gli operai. Sarebbe l'instaurazione di una sorta di dittatura del proletariato teorizzata da Karl Marx all'interno della fabbrica, in pratica.

Non credo di dire niente di così nuovo e sconvolgente, considerando anche che un qualcosa di molto simile è stato teorizzato ed è avvenuto, in varie fasi del più o meno recente passato, sia nel nostro paese che in altre parti del mondo, in particolare – almeno è stata l'esperienza più significativa – in Argentina.

Antonio Gramsci scriveva, ormai moltissimi anni fa, su Ordine Nuovo:
«(...) questo nuovo governo proletario è la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici e della loro espropriazione. Il tipo di stato proletario non è la falsa democrazia borghese, forma ipocrita della dominazione oligarchica finanziaria, ma la democrazia proletaria che realizzerà la libertà delle masse lavoratrici; non il parlamentarismo, ma l'autogoverno delle masse attraverso i propri organi elettivi; non la burocrazia di carriera, ma organi amministrativi creati dalle masse stesse, con la partecipazione reale delle masse all'amministrazione del paese e all'opera socialista di costruzione. La forma concreta dello Stato proletario è il potere dei consigli o di organizzazioni consimili»
In questi nuovi organismi (detti Consigli di Fabbrica):
«L'operaio, entra a far parte come produttore, in conseguenza cioè di un suo carattere universale, in conseguenza della sua posizione e della sua funzione nella società, allo stesso modo che il cittadino entra a far parte dello stato democratico parlamentare.»
Questa teorizzazione veniva a Gramsci – che lo scriveva intorno al 1920 – dalla sua attenzione al mondo ed alle istanze anarchiche, che definivano tali strutture in modo che la figura dell'imprenditore – e la sua utilità sociale, dunque – divenisse completamente inutile. Formularono infatti un tipo di organizzazione orizzontale, senza servi né padroni (fosse stato diversamente non sarebbero stati anarchici, d'altronde) in cui ogni reparto sceglieva un commissario – scelto tra gli operai stessi – il cui compito era quello di esaminare il ciclo di produzione, divenendo così il referente sia verso gli altri reparti – e quindi verso la fabbrica tutta – sia verso il reparto stesso. Pur sembrandolo non era una forma di controllo del commissario sui suoi uomini, ma un controllo degli uomini sul loro commissario. Oltre a ciò, i commissari avevano anche il compito di nominare i consigli di fabbrica ed ovviamente – come tipico della cultura anarchica – il loro incarico poteva essere ridiscusso in qualsiasi momento.

Abbiamo detto che questo tipo di organizzazione rende inutile la presenza dell'imprenditore, il rovescio della medaglia, però, è che per riuscire al meglio in un'organizzazione che deve comunque essere perfetta ed agire senza scricchiolii vari, bisogna che il personale sia formato da persone con elevate capacità tecniche, in grado di coprire e mandare avanti tutto il ciclo di produzione, dalla ricerca delle materie prime per la lavorazione alla commercializzazione del prodotto finito, passando per la tenuta dei conti e dei rapporti con fornitori e clienti. Per applicarlo alla situazione attuale del nostro paese, dunque, ci sarebbe da lavorare parecchio prima di poterne gettare le basi. Ma questa è un'altra storia...

In realtà quel che per ora ho trattato in chiave abbastanza teorica, vede una sua forte applicazione pratica – sostanzialmente ben riuscita – in Argentina, dove l'occupazione delle fabbriche è iniziata intorno al 2001. Quando parlano di “occupazione delle fabbriche” gli argentini non scherzano, non si limitano a presidi davanti agli stabilimenti o a salire su tetti e gru (come nei casi nostrani della Ispra e dell'Innse, quest'ultimo finito positivamente per gli operai, tra l'altro). Quando gli argentini decidiono di occupare una fabbrica ne prendono pieno possesso, come è stato alla Zanon – uno degli esempi più riusciti, come potrete leggere dall'approfondimento che torvate in chiusura di post – alla Bruckman od in tante altre aziende. Le occupazioni in quel periodo – siamo nel pieno della crisi economica – riguardano per lo più piccole aziende in corso di fallimento con in media 38 operai, con tecnologie obsolete e spesso in cattiva condizione per la mancata manutenzione. Non so voi, ma io in queste pochissime righe noto delle forti analogie con la situazione nostrana.

Una volta presa “fisicamente” la fabbrica, bisognava iniziare a fare i conti con i problemi legati alla produzione (approvvigionamento, mancanza di credito, problema manutenzione macchinari et similia), dopodiché si passava ai problemi legati alla commercializzazione. Per far fronte a questi problemi, gli operai-imprenditori trovarono due soluzioni: la socializzazione della fabbrica e l'amministrazione giudiziaria. Con la prima si “democratizzava” il processo decisionale all'interno della fabbrica tramite lo strumento di democratizzazione per antonomasia: l'assemblea, arrivando così a quella struttura organizzativa orizzontale teorizzata dagli anarchici di cui dicevamo precedentemente. Ciò in pratica altro non fa che ricalcare il modus operandi dei Consigli di Fabbrica teorizzati da Gramsci, con la differenza che nel caso argentino spesso si procedeva anche al sequestro dei dirigenti (cosa che non farebbe poi così tanto male neanche in Italia, così, tanto per far capire ai quadri come si vive sotto il giogo del ricatto costante da loro perpetrato). L'amministrazione giudiziaria viene utilizzata proprio per questo, per allontanare – sia fisicamente che in termini di potere decisionale – i dirigenti dalla fabbrica, anche se costituisce solo il primo passo della nuova politica operaistico-imprenditoriale (permetteva di non interrompere la produzione, innanzitutto).

L'utilità di lasciare la fabbrica nelle mani degli operai credo sia evidente: chi meglio di un operaio sa qual'è il miglior modo di portare avanti il proprio lavoro? Certo, come già evidenziato a) in Argentina c'è stato un regime di amministrazione giudiziaria, e quindi una forma di parziale “statalizzazione” di quelle esperienze e b) c'è bisogno per questo di personale decisamente capace e qualificato, ma con un maggior investimento dello Stato – sia in termini “ideologici” cioè in termini di peso che il lavoro ha nell'interesse del governo sia in termini meramente economici, magari con la creazione di leggi ad hoc – credo politiche di questo tipo possano essere tranquillamente portate avanti. D'altronde l'Argentina è lì a testimoniarcelo...
Nel nostro paese poi, un qualcosa di questo tipo potrebbe anche eliminare, o quantomeno limitare, quel mezzo genocidio fatto di gente che la mattina va a lavorare ma che – perlopiù per i tagli che i padroni fanno per diminuire i costi di gestione – non torna più a casa. Perché è scontato dire che se un operaio lavora all'interno della fabbrica ha tutto l'interesse a che in quella fabbrica si rispetti anche la più stupida norma sulla sicurezza. A meno che non sia un pazzo od abbia interessi diversi, naturalmente...

Il modello di fabbrica ivi descritto, in ultima analisi, potrebbe indurci a considerare che, a volerlo fare, una risposta al fallimentare modello capitalista in cui abbiamo vissuto fino ad oggi (e che ci ha portato al sistema ingiusto nel quale viviamo) c'è. Basta volerlo.


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