giovedì 24 settembre 2009

Una questione che va oltre Cenni

Dunque oggi vorrei spendere qualche parola sulla vicenda che ha visto coinvolto il sindaco di Prato, Roberto Cenni (Pdl).
Iniziamo facendo un passo indietro fino alle elezioni dello scorso 6 e 7 giugno.
Al primo turno il candidato del centrosinistra Massimo Carlesi ottiene solo il 47,50% dei voti.
Roberto Cenni e la sua coalizione di centrodestra si attesta al 45,06%. Nessuno dei due contendenti ottiene il 50%+1, si andrà dunque al ballottaggio.
Per Cenni e i suoi uomini si profila dunque la possibilità di uno storico ribaltone, ma sarà necessario una grande profusione di energia per colmare il gap.
L’occasione tuttavia è troppo golosa e i sostenitori di Cenni danno vita ad un’infiammata campagna elettorale al grido di “cambiamento” e attorno alle problematiche con la comunità cinese.Il tono del confronto si alza ogni giorno di più.
A pochi giorni dalle elezioni Cenni sfodera il suo asso nella manica tappezzando letteralmente la città con il famigerato manifesto “Martini+Carlesi=cinesi”, al quale i diretti interessati rispondono con una lettera aperta.
Fortunatamente per i pratesi la convulsa campagna elettorale risulta essere agli sgoccioli.
Il 21 e 22 giugno le urne danno ragione alla coalizione guidata dal Pdl con il 50,91%.
Il forcing finale ha dunque ottenuto i risultati che si era prefissato, la città di Prato è stata espugnata dal Popolo delle Libertà.
Non è trascorso invero molto tempo da allora eppure Roberto Cenni dà già segni di abbandonare la nave. “La Sasch non produrrà più niente a Prato”, è questa la notizia shock che a qualche elettore avrà fatto venire il rimorso dell’acquirente, soprattutto dopo aver letto dove andrà a finire questa produzione: in Cina. L’azienda d’abbigliamento Sasch appartiene allo stesso sindaco Cenni.
Invero solo lo 0,7% (pari a 100 mila abiti) della produzione avveniva sul suolo italiano, in particolare a Prato, il resto già in Cina. Si potrebbe discutere all’infinito della coerenza di quest’uomo e soprattutto di questo suo gesto che ha il sapore dell’abbandono, tuttavia ritengo il problema sia più organico e di sistema e vada oltre il Cenni stesso, per quanto disapprovi la sua condotta. E’ inutile, l’etica negli affari è una bufala colossale, almeno per come è stata teorizzata fin ora. Buona parte degli imprenditori ha come unico obiettivo fare denaro, non prendiamoci in giro, e non dare lavoro e ottemperare a quel raffinamento umano che attraverso il lavoro si realizza, come riconosciuto dalla Costituzione italiana stessa. Non si chiede all’imprenditore di essere un filantropo, tuttavia in questa società, permeata dagli ideali capitalisti occidentali, l’equilibrio tra queste due componenti, denaro e umanità, si è irrimediabilmente alterato a favore del primo.
Qualcuno parte con l’intenzione di trovare una sintesi fra questi due aspetti, ma poi si trova trascinato da quell’entità concorrenziale chiamata libero mercato a venire meno ai propri propositi, d’altra parte se hai ipotecato l’anima per aprire un’azienda e il concorrente mette a lavorare 100 koreani sottopagati e ottiene un prezzo minore del tuo, rischi veramente di trovarti sul lastrico.
Non si prendano queste mie righe come un invito alla deresponsabilizzazione dell’imprenditore, anzi sono convinto che la modifica del sistema lavoro passi inevitabilmente per una presa di coscienza dell’imprenditore dei suoi doveri umani nei confronti dei suoi lavoratori, tuttavia in un mondo globalizzato, quale quello in cui viviamo, una legge in senso contrario alla concorrenza potrebbe far affondare tutto il sistema produttivo di un paese senza discriminazione alcuna.
Chi ha il vero potere di cambiare le cose è il consumatore, il quale troppe volte è informato male o non sente proprio questo dovere di giudice di un prodotto e della sua azienda.
Dall’uomo passa la sua stessa salvezza, forse è il caso che ognuno di noi dedichi un po’ più di tempo a capire se quello che indossa, mangia o usa sia frutto di una condotta aziendale scorretta o meno e si comporti di conseguenza.

People have the power!

martedì 22 settembre 2009

Alla "guerra fra morti" contrappongo il buonsenso


E’ quasi trascorsa una settimana dall’attentato che è costato la vita a sei soldati italiani in Afghanistan. Solo adesso, dopo la celebrazione dei funerali, mi accingo a scrivere alcune considerazioni in merito a quanto visto e ascoltato attorno a quella che, comunque la si pensi, resta una tragedia, in primis per le famiglie che si sono viste sottrarre una persona cara.
Non parlerò della contraddizione insita nella definizione di “missione di pace”, non giudicherò se sia o meno opportuno l’impegno italiano in quell’area del mondo e neppure se esso venga svolto in maniera più o meno corretta, lascerò che siano altri ad esporsi al posto mio.
Scriverò invece di quei fenomeni che intorno a questa vicenda hanno preso vita.
Abbiamo assistito ad una contrapposizione fra morti, al riaccendersi di un sentimento di rivalsa da parte di chi muore sul posto di lavoro, una sorta di guerra fra eroi "morti".
Proprio in questo sta l’insensatezza di questo conflitto, che altro non ribadisce, se ancora ce ne fosse bisogno, la condizione del popolo italiano perennemente spaccato e diviso, intollerante all’individuo di diverso pensiero e incapace di una sintesi razionale di concezioni dissimili.
Qualcuno una volta invitò a lasciar perdere i morti e a curarsi più di coloro che sono in vita (Luca 9:59-62), in modo che questi non andassero ad ingrossare le fila dei deceduti, per i quali, la condizione umana, impedisce di far qualcosa.
E’ quanto mai inutile discriminare tra i morti, sarebbe assai più intelligente pensare ai vivi e alle loro problematiche.
Il tema delle morti bianche, il quale più volte è stato sollevato in questi giorni, è una di quelle questioni che dovrebbe accumunare le persone e non certo dividerle.
Sollevare tale problema in contrapposizione alla questione militare è sbagliato.
La morte sul lavoro ha una valenza oggettiva e sono in errore quanti rapportandola con altre questioni finiscono per svilirla nel suo valore.
In questo modo non si farà altro che ottenere l’effetto contrario, in quanto le persone avranno l’alibi perfetto per curarsi di un’unica e sola questione, poiché l’una nasce in contrapposizione all’altra.Non crediate che chi oggi omaggia i soldati non sia disposto ad onorare nella stessa maniera chi cade sul lavoro, tuttavia nel momento in cui si deve scegliere necessariamente fra due opzioni che si escludono vicendevolmente ognuno preferirà una causa rispetto ad un’altra, ed è del tutto comprensibile.Così non deve essere. La sicurezza sul posto di lavoro deve accumunare tutti e non precludersi alcun orecchio. Non deve essere affare di Destra né di Sinistra, ma del popolo italiano.Se verrà percorsa questa strada, sono sicuro che un giorno potrò andar fiero di un paese maturo che onora chi muore per aver ottemperato al primo articolo della Costituzione, nella speranza che questo numero possa sempre essere minore nel tempo.

venerdì 18 settembre 2009

Smemorati di Sinistra di D.Luttazzi

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato Satyricon. In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava L'odore dei soldi e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi).
Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2 Carlo Freccero che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (5 miliardi di lire), Fininvest (5 miliardi di lire) e Forza Italia (11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.
Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, durante una visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato «editto bulgaro»: disse alla stampa che Enzo Biagi, Michele Santoro e «quell'altro» avevamo fatto un «uso criminoso» della tv di Stato, pertanto lui si augurava che questo non si ripetesse. Sentire adesso Franceschini che, dopo i recenti attacchi di Berlusconi alla stampa, dice «Non vorrei che si passasse ad attaccare i singoli giornalisti» mi fa quasi tenerezza. Qualcuno avverta Franceschini che è tutto già successo.
Biagi, Santoro e io venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero «autonomamente» di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come «scelta editoriale». Il problema è politico.
La satira dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. Colpisce Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del Pd.
La libertà della satira in tv è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni.
Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Berlusconi nel frattempo ha fatto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani: i giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, erano mandati al confino o peggio. Oggi non uccidono fisicamente gli oppositori, ma ti mandano al «confino mediatico»: ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Un esempio recente: a Berlusconi non piacciono Mieli e Anselmi? Mieli e Anselmi perdono il posto e nessuno fiata. Questa è la minaccia sempre presente.
Tutto origina dall'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. È un capo di governo che ha aziende tv, imprese mediatiche, di assicurazione, di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset.
Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. È un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, questo che state leggendo, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente Lario/Noemi/D'Addario ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno. Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
L'Italia è un Paese in cui vige un «fascismo light» che non mi piace per niente.
L'Italia è un incubo da cui mi auguro gli italiani si sveglino presto.
L'Italia è il Paese che amo.

giovedì 17 settembre 2009

Miss Italia: Il passo dell’oca di Salsomaggiore

Siamo alle soglie del 2010 è ancora, ahi noi, assistiamo a programmi televisivi in cui la donna viene mortificata, ridotta a pura immagine esteriore.
Da pochi giorni è stata insignita del titolo di più bella di Italia Maria Perrusi.
Un concorso, quello di Miss Italia, in cui con ruffianeria s’inducono le donne davanti allo schermo a ritenere preponderante il proprio aspetto.
“La bellezza è un talento”, questo è stato il motto di questa edizione.
In tutta sincerità mi chiedo come l’aspetto esteriore di una persona possa considerarsi tale.
Il dizionario della lingua italiana a proposito della parola talento riporta: “Dote specifica, in quanto propensione verso qualcosa, capacità in un’attività o in un settore”.
Un uomo o una donna talentuosi possono essere bravi a dipingere, a scrivere o scolpire, essere dei buoni barzellettieri se si vuole o possono guidare abilmente una vettura da corsa, ma la bellezza estetica sicuramente non è un talento.
Inoltre è abbastanza indecoroso constatare come lo stesso significato di bellezza sia stato, in riferimento alla donna, limitato all’esteriorità ed è altrettanto imbarazzante notare come lo stesso genere si sia adagiato su tale costrizione.
Discriminare le donne a seconda del proprio aspetto fisico non è soltanto superficiale ma anche irriguardoso e denota scarso intelletto e questo vale per gli uomini come per le donne.
La bellezza di una persona è qualcosa che trascende l’aspetto fisico e che comprende tutte quelle esperienze e capacità che questa porta con sé nella vita.
E’ arrivato il momento che le donne stesse smettano di sottostare al giogo nel quale si sono ficcate e che comprendano che la parità di condizione fra i sessi passa inevitabilmente per la rinuncia a quelle facilitazioni create al fine di tenere sottomesso il gregge.
Il nostro paese, come molti altri, denota su questo aspetto scarsa maturità.
Curarsi del proprio corpo non è un male, anzi è una virtù apprezzabile, tuttavia fondare la propria esistenza su quella nozione distorta di bellezza di cui abbiamo parlato, caduca ed effimera per natura, è sintomo dell’incapacità di pensiero a lungo termine o più semplicemente d’indulgenza verso sé stessi.
Vedere per l’ennesima volta donne spogliate fino al midollo sfilare per mostrare le proprie grazie e per quelle essere giudicate mi ha veramente amareggiato.
In particolare gli organizzatori di Miss Italia e i personaggi coinvolti, più volte si sono esposti per difendere il concorso da accuse simili a quelle mosse da me, dicendo di voler guardare maggiormente l’interiorità delle ragazze, mi domando se non si riferissero alle tonsille, dal momento che definire alcuni abiti succinti sarebbe un eufemismo e che alla fine non trionfi comunque sul giudizio la gradevolezza estetica mi sembra una grossolana balla.
Tuttavia questo non dovrebbe essere affar mio, è la donna che dovrebbe prendere coscienza del proprio valore e rifiutare che simili contenuti vengano trasmessi.

In accordo con quanto detto voglio proporvi la visione di un documentario che io ho apprezzato particolarmente riguardante il tema dell’uso strumentale del corpo femminile nella Tv italiana.



Buona visione