lunedì 28 dicembre 2009

Fabbriche a gestione (A)narchica



Deve essere una sensazione strana passare il Santo – per chi ci crede – Natale in fabbrica. Sicuramente una di quelle esperienze che chi la fabbrica la porta avanti (leggasi alla voce: operai) non vorrebbe mai fare, eppure...

Eppure è quel che è capitato a Pomigliano D'Arco, a Termini Imerese, ai ricercatori dell'Ispra ed agli operai di Agile (ex Eutelia) e che capita ad un sacco di altri operai nel paese. C'è la crisi, dicono. Io però quel che vedo è che la crisi non è uguale per tutti, perché chi aveva prima della crisi – imprenditori, industriali, dirigenti et similia – continua ad avere, chi non aveva prima, a maggior ragione, non ha neanche ora. Insomma, per citare Zulù, il frontman della 99 Posse, i magnaccia dell'economia continuano a fare i magnaccia, e la povera gente finisce sempre più in mezzo alla strada.

In realtà mi sto chiedendo se il problema non sia tanto la crisi in quanto tale ma proprio loro: i “protettori”. Quelli che escono dalle università e diventano subito top manager nell'azienda del papi (no, non il Presidente del Consiglio), oppure quelli che diventano dirigenti senza mai essere passati per la vera “anima” della fabbrica, cioè la catena di montaggio. In questo periodo mi capita spesso di parlare con gli operai, molti dei quali in cassa integrazione o in altre situazioni simili e spesso mi chiedo cosa potrebbe succedere nel caso in cui – per incanto – quelli che una volta si chiamavano “padroni” venissero buttati fuori dalle fabbriche – e quindi dal processo capitalistico-produttivo – che verrebbero così gestite da chi veramente porta avanti il buon nome del signor padrone: gli operai. Sarebbe l'instaurazione di una sorta di dittatura del proletariato teorizzata da Karl Marx all'interno della fabbrica, in pratica.

Non credo di dire niente di così nuovo e sconvolgente, considerando anche che un qualcosa di molto simile è stato teorizzato ed è avvenuto, in varie fasi del più o meno recente passato, sia nel nostro paese che in altre parti del mondo, in particolare – almeno è stata l'esperienza più significativa – in Argentina.

Antonio Gramsci scriveva, ormai moltissimi anni fa, su Ordine Nuovo:
«(...) questo nuovo governo proletario è la dittatura del proletariato industriale e dei contadini poveri, che deve essere lo strumento della soppressione sistematica delle classi sfruttatrici e della loro espropriazione. Il tipo di stato proletario non è la falsa democrazia borghese, forma ipocrita della dominazione oligarchica finanziaria, ma la democrazia proletaria che realizzerà la libertà delle masse lavoratrici; non il parlamentarismo, ma l'autogoverno delle masse attraverso i propri organi elettivi; non la burocrazia di carriera, ma organi amministrativi creati dalle masse stesse, con la partecipazione reale delle masse all'amministrazione del paese e all'opera socialista di costruzione. La forma concreta dello Stato proletario è il potere dei consigli o di organizzazioni consimili»
In questi nuovi organismi (detti Consigli di Fabbrica):
«L'operaio, entra a far parte come produttore, in conseguenza cioè di un suo carattere universale, in conseguenza della sua posizione e della sua funzione nella società, allo stesso modo che il cittadino entra a far parte dello stato democratico parlamentare.»
Questa teorizzazione veniva a Gramsci – che lo scriveva intorno al 1920 – dalla sua attenzione al mondo ed alle istanze anarchiche, che definivano tali strutture in modo che la figura dell'imprenditore – e la sua utilità sociale, dunque – divenisse completamente inutile. Formularono infatti un tipo di organizzazione orizzontale, senza servi né padroni (fosse stato diversamente non sarebbero stati anarchici, d'altronde) in cui ogni reparto sceglieva un commissario – scelto tra gli operai stessi – il cui compito era quello di esaminare il ciclo di produzione, divenendo così il referente sia verso gli altri reparti – e quindi verso la fabbrica tutta – sia verso il reparto stesso. Pur sembrandolo non era una forma di controllo del commissario sui suoi uomini, ma un controllo degli uomini sul loro commissario. Oltre a ciò, i commissari avevano anche il compito di nominare i consigli di fabbrica ed ovviamente – come tipico della cultura anarchica – il loro incarico poteva essere ridiscusso in qualsiasi momento.

Abbiamo detto che questo tipo di organizzazione rende inutile la presenza dell'imprenditore, il rovescio della medaglia, però, è che per riuscire al meglio in un'organizzazione che deve comunque essere perfetta ed agire senza scricchiolii vari, bisogna che il personale sia formato da persone con elevate capacità tecniche, in grado di coprire e mandare avanti tutto il ciclo di produzione, dalla ricerca delle materie prime per la lavorazione alla commercializzazione del prodotto finito, passando per la tenuta dei conti e dei rapporti con fornitori e clienti. Per applicarlo alla situazione attuale del nostro paese, dunque, ci sarebbe da lavorare parecchio prima di poterne gettare le basi. Ma questa è un'altra storia...

In realtà quel che per ora ho trattato in chiave abbastanza teorica, vede una sua forte applicazione pratica – sostanzialmente ben riuscita – in Argentina, dove l'occupazione delle fabbriche è iniziata intorno al 2001. Quando parlano di “occupazione delle fabbriche” gli argentini non scherzano, non si limitano a presidi davanti agli stabilimenti o a salire su tetti e gru (come nei casi nostrani della Ispra e dell'Innse, quest'ultimo finito positivamente per gli operai, tra l'altro). Quando gli argentini decidiono di occupare una fabbrica ne prendono pieno possesso, come è stato alla Zanon – uno degli esempi più riusciti, come potrete leggere dall'approfondimento che torvate in chiusura di post – alla Bruckman od in tante altre aziende. Le occupazioni in quel periodo – siamo nel pieno della crisi economica – riguardano per lo più piccole aziende in corso di fallimento con in media 38 operai, con tecnologie obsolete e spesso in cattiva condizione per la mancata manutenzione. Non so voi, ma io in queste pochissime righe noto delle forti analogie con la situazione nostrana.

Una volta presa “fisicamente” la fabbrica, bisognava iniziare a fare i conti con i problemi legati alla produzione (approvvigionamento, mancanza di credito, problema manutenzione macchinari et similia), dopodiché si passava ai problemi legati alla commercializzazione. Per far fronte a questi problemi, gli operai-imprenditori trovarono due soluzioni: la socializzazione della fabbrica e l'amministrazione giudiziaria. Con la prima si “democratizzava” il processo decisionale all'interno della fabbrica tramite lo strumento di democratizzazione per antonomasia: l'assemblea, arrivando così a quella struttura organizzativa orizzontale teorizzata dagli anarchici di cui dicevamo precedentemente. Ciò in pratica altro non fa che ricalcare il modus operandi dei Consigli di Fabbrica teorizzati da Gramsci, con la differenza che nel caso argentino spesso si procedeva anche al sequestro dei dirigenti (cosa che non farebbe poi così tanto male neanche in Italia, così, tanto per far capire ai quadri come si vive sotto il giogo del ricatto costante da loro perpetrato). L'amministrazione giudiziaria viene utilizzata proprio per questo, per allontanare – sia fisicamente che in termini di potere decisionale – i dirigenti dalla fabbrica, anche se costituisce solo il primo passo della nuova politica operaistico-imprenditoriale (permetteva di non interrompere la produzione, innanzitutto).

L'utilità di lasciare la fabbrica nelle mani degli operai credo sia evidente: chi meglio di un operaio sa qual'è il miglior modo di portare avanti il proprio lavoro? Certo, come già evidenziato a) in Argentina c'è stato un regime di amministrazione giudiziaria, e quindi una forma di parziale “statalizzazione” di quelle esperienze e b) c'è bisogno per questo di personale decisamente capace e qualificato, ma con un maggior investimento dello Stato – sia in termini “ideologici” cioè in termini di peso che il lavoro ha nell'interesse del governo sia in termini meramente economici, magari con la creazione di leggi ad hoc – credo politiche di questo tipo possano essere tranquillamente portate avanti. D'altronde l'Argentina è lì a testimoniarcelo...
Nel nostro paese poi, un qualcosa di questo tipo potrebbe anche eliminare, o quantomeno limitare, quel mezzo genocidio fatto di gente che la mattina va a lavorare ma che – perlopiù per i tagli che i padroni fanno per diminuire i costi di gestione – non torna più a casa. Perché è scontato dire che se un operaio lavora all'interno della fabbrica ha tutto l'interesse a che in quella fabbrica si rispetti anche la più stupida norma sulla sicurezza. A meno che non sia un pazzo od abbia interessi diversi, naturalmente...

Il modello di fabbrica ivi descritto, in ultima analisi, potrebbe indurci a considerare che, a volerlo fare, una risposta al fallimentare modello capitalista in cui abbiamo vissuto fino ad oggi (e che ci ha portato al sistema ingiusto nel quale viviamo) c'è. Basta volerlo.


Approfondimenti:


Maria Claudia Falcone

Ieri sera, aspettando la mezzanotte, ho guardato un film che in qualche modo mi ha toccato più di quanto potessi immaginare. Si intitola "La notte delle matite spezzate" e mi ha fatto pensare molto al fatto che della storia dei desaparecidos argentini si parla molto, ma se ne parla sempre come "desaparecidos", come insieme. Non si parla mai, invece, di chi erano quei desaparecidos. Quali erano i loro nomi, i loro sogni, cosa facevano e quant'altro. Per questo, da questo momento, questo blog inizia una sua "rubrica speciale" su queste persone (sperando di riuscire a trovare quanto più materiale possibile). Inizio con lei, Maria Claudia Falcone, considerata il simbolo dei desaparecidos, un pò l'Anna Frank della dittatura argentina.


Maria Claudia Falcone nasce il 16 Agosto 1960 all'Istituto Medico Platense nel parco de La Plata, Buenos Aires, Argentina. Suo padre Jorge Ademar Falcone fu sottosegretario alla Salute Pubblica (1947-1950); sindaco di La Plata (1949-1950) e senatore provinciale (1950-1952) durante il governo di Juan Domingo Perón. Fu arrestato e condannato a morte per aver partecipato alla Revolución Libertadora del 1956, condanna poi evitata per amnistia.

La passione politica doveva essere molto forte in casa Falcone. Perché anche Claudia, come il padre, se ne interessa. Quando arriva al “Colegio de Bellas Artes” si iscrive all'UES (l'Unión Estudiantes Secundarios, l'Unione degli Studenti Superiori) e ne diventa ben presto una leader. Perché Claudia non è solamente la dirigente di un gruppo studentesco. Claudia è convintamente peronista e fa parte del movimento dei Montoneros, il gruppo partigiano – di ispirazione peronista – che in quegli anni fronteggia la dittatura militare argentina ed i gruppi paramilitari di destra sorti in quegli anni espressione armata della dittatura.

Il suo impegno politico – come molti giovani in tutto il mondo in quel periodo – non si limita solo a parlare alle assemblee studentesche. Attraverso i volantini, le scritte sui muri, le petizioni, attraverso l'impegno sociale profuso nei villaggi e nelle aree degradate di La Plata tenta di combattere la sua guerra contro le ingiustizie e contro il regime terrorista e criminale di Jorge Videla, arrivato al potere con un colpo di stato nel 1976.
I giovani argentini in quegli anni erano molto interessati alla politica, e molti di loro – come nel caso di Claudia – la praticavano quotidianamente, che fossero peronisti o appartenessero alla gioventù guevarista avevano tutti un unico, grande, sogno comune: una vita migliore, per tutti.

Nell'inverno del 1975 il movimento studentesco lottava per l'ottenimento di una tariffa ridotta sul biglietto per l'accesso ai mezzi pubblici, il Boleto Estudiantil Secondario, che esisteva già per legge provinciale, ma a La Plata ancora non era stato introdotto. La loro battaglia si concluse il 13 settembre, con una marcia che portò circa 3000 studenti di La Plata sotto il Ministero dei Lavori Pubblici. Neanche la dura repressione poliziesca potè nulla contro la forza di questi giovani. Claudia, naturalmente, fu una delle più attive nell'ottenimento del BES, nonostante non ne avesse alcun bisogno (abitava vicino alla scuola che frequentava). Ma l'idea di combattere per l'ottenimento di un diritto che migliorasse la vita di tutti è uno dei pensieri tipici di persone idealiste come Claudia e molti di quei ragazzi.

In quelle manifestazioni, però, succede qualcosa. Claudia, Panchito, Clara, Pablo, Oracio, Daniel vengono fotografati dalle patotas, le squadracce della polizia politica.

Per loro tutto cambia il 24 marzo del 1976, quando con il golpe contro Isabelita Perón (terza moglie di Juan Domingo) Videla e i suoi prendono il potere, instaurando il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. Un nome come un altro per definire i rastrellamenti ed il genocidio di 30.000 persone avvenuto dal 1976 al 1981. Perché Claudia, Clara, Pablo e gli altri sono solo alcuni dei tristemente noti desaparecidos argentini, quegli uomini, donne e giovani (soprattutto) fatti sparire dal regime solo perché non abbassarono la testa contro il Potere militare.

Claudia sparì – insieme ai suoi compagni – alle 00:30 del 16 settembre 1976 – la “noche de los Lápices” (in italiano “la notte delle matite spezzate”) - quando i militari della Tripla A (l'Alianza Anticomunista Argentina fondata da José López Rega, segretario di fiducia di Juan Domingo Perón) rapirono lei e Maria Clara Ciochini, 18enne dirigente UES di Bahía Blanca che viveva in clandestinità. La Tripla A era un vero e proprio squadrone della morte, braccio militare del regime all'interno della Guerra Sucia, la guerra sporca combattuta in quegli anni nel paese. Claudia aveva compiuto da un mese esatto 16 anni. Solo 16 anni.

Il verbo spagnolo desararecer, come l'italiano “sparire”, è un verbo intransitivo; desaparecidos è un participio intransitivo, usato con il significato di “chi è stato fatto sparire”. Che è proprio quel che successe ai 30.000 argentini.

Claudia e gli altri ragazzi furono portati al “Pozo de Arana”, il campo di concentramento di La Plata e diretto dalla Delegación de Cuatrerismo de Arana, dipendente dalla Comisaría 5.
Definire come “l'inferno sulla terra” quel che subirono (le ragazze furono violentate; i ragazzi subivano scosse elettriche; unghie strappate; colpi su tutto il corpo e la terribile picana elettrica; un pungolo utilizzato dai gauchos argentini negli anni 30 per controllare il bestiame e facilmente riadattabile a strumento di tortura; quasi tutti erano legati con le mani dietro la schiena, con la corda che passava dietro al collo praticamente nudi). Dal “Pozo” - in cui rimangono 7 giorni – Claudia e gli altri iniziarono un tour all'inferno passando per il “Pozo de Banfield” - o Brigada de Investigaciones de Banfield – dove rimasero tre mesi in condizioni ancor più disumane rispetto a quelle che avevano vissuto ad Arana. Talvolta, però, con quella grinta che spesso il popolo argentino tira fuori nei momenti più neri della propria storia (personale e collettiva, evidentemente) Claudia intonava le canzoni dei Sui Generis – un noto duo rock argentino di quegli anni – tra cui “Rasguña las piedras” (“graffia la pietra”, ndr), canzone che richiama il senso di prigionia e desaparición in cui vivevano.

Negli stessi momenti in cui i giovani, le donne, gli uomini che diverranno famosi col nome di desaparecidos venivano torturati, fuori dai campi di concentramento altre donne come la madre di Claudia iniziavano a riunirsi, a girare i vari commissariati, a chiedere che fine avessero fatto i loro figli (o comunque i loro cari). Claudia non era considerata una detenuta (tutti i desaparecidos infatti erano detenuti illegali), per cui la sua carcerazione non risultava in alcun registro. Perché semplicemente, per la legge infame in vigore durante la dittatura, Claudia era desaparecida. Era semplicemente scomparsa. Non poteva essere stata la polizia a prenderla, perché la polizia agiva nel rispetto della legge. Sicuramente a rapirla erano stati i gruppi eversivi, i suoi stessi compagni. O almeno questo è quel che i militari avevano avuto l'ordine di dire alle madri dei desaparecidos, quelle stesse madri che si riuniscono ogni giovedì sera nella piazza principale di Buenos Aires, Plaza de Mayo – dalla quale prendono il nome – per chiedere la reaparición con vida de sus hijos.
Perché i militari in vita hanno prelevato quei ragazzi ed in vita le madres vogliono averli indietro. Perché – come dice Zulù, il frontman della 99 Posse per presentare una canzone dedicata alle Madres de Plaza de Mayo – se gli vogliono restituire un mucchietto di ossa allora devono anche tirare fuori un assassino. E loro (le madres) lo vogliono vedere in galera.

Secondo alcuni testimoni – spesso gli ex carcerieri – molti desaparecidos furono sedati e lanciati nel Rio de la Plata nei famosi vuelos de la muerte, quegli stessi voli che sono stati oggetto di scherno del nostro premier-giullare un po' di tempo fa. Altri ancora furono uccisi alla scuola di addestramento della marina militare ESMA a Buenos Aires (sicuramente il campo di detenzione più celebre, per quanto l'uso di questo termine possa apparire macabro...). Altri ancora venivano gettati nell'Atlantico col ventre squarciato da una coltellata affinché i loro corpi non tornassero più a galla.

Claudia viene giustiziata con un colpo di pistola alla nuca nei sotterranei di Banfield tra l'1 ed il 15 Gennaio 1977. Per la legge argentina risulta ancora desaparecida.

La mano anonima
A mi hija María Claudia, militante de la UES secuestrada durante “La noche de lo lápices”

Mano anónima aleve y asesina,
con sólo tocarteha intenta
domacular tu pureza,
tu inocencia,
por cierto, fracasando.
Tu grandeza de almaes infinita.
Tu generosidad, ilimitada.
Virtudes talesson inmaculables.
La mano anónima, aleve y asesina,
no ha podido mancharte
por mas que lo intentara.
Y esa pureza
constituye tu triunfo.
TU VICTORIA y su derrota.
Has vencido, hija mía,
y tu victoria ha sido apocalíptica.
Aunque tu estés ausente todavía
yo te lloro y te admiro al mismo tiempo.
[Juan Ademar Falcone]




giovedì 24 dicembre 2009

Soppressione volontaria di pianeta.


Più passa il tempo, più vedo i “grandi” della Terra riunirsi in queste mega-riunioni e più mi convinco che prima o poi come definizione di “vertice internazionale” avremo qualcosa di molto simile a: leggi alla voce bluff.
Perché quel che è successo nei giorni scorsi a Copenhagen (o No-hope-naghen, come è stata ribattezzata dagli attivisti dei movimenti di contestazione) non si può considerare nient'altro che per quel che è stato realmente: una riunione dei soliti emissari dei poteri forti dell'economia in politica, i quali ogni tanto hanno questo vizietto di riunirsi in una località a scelta per dare l'idea che si stiano occupando della salvaguardia del pianeta e dell'umanità tutta. A parte che ancora non ho capito per quale motivo si chiamino vertici (le disquisizioni linguistiche le lasciamo però ad altri momenti...), è stata talmente evidente l'inutilità di questa conferenza – termine che mi sembra più appropriato - che i grandi signori del mondo se ne sono scappati nel cuore della notte. Così, come fanno i mariuoli da quattro soldi.

«Nessun impegno vincolante». Potrebbe essere questo il sottotitolo di una eventuale “No-hope-naghen story”. Perché questo è stato il modus operandi nella capitale danese, pieno di “ci impegneremo”, “controlleremo” ed altre tante care belle promesse. Come al solito. D'altronde senza fare promesse da non mantenere non sarebbe stato un vero vertice internazionale.

Mentre i vari Obama, Sarkozy, Wen Jiabao si impegnavano a non impegnarsi, c'era chi – come Ian Fry – non faceva mistero delle lacrime versate al vertice. Perché? Ian Fry è il rappresentante delle isole Tuvalu, destinate a scomparire a causa del surriscaldamento del globo (la popolazione ha per questo chiesto ospitalità alla Nuova Zelanda...) ed è stato probabilmente tra le voci più dure e dissidenti dei giorni scorsi: «Sono sei mesi che abbiamo presentato questo emendamento ed adesso ci viene detto che non c'è abbastanza tempo per discuterlo. Non è possibile che un pugno di senatori (americani, ndr) tenga in mano il destino dell'umanità» dice.

Oltre a Fry, a fare scalpore è stata sicuramente l'area sudamericana. Non tutti, ovviamente:
non certo quel Presidente Lula che pur di continuare a produrre biocarburante firmerebbe qualunque cosa; saranno sicuramente ricordati – invece - i due “nemici dell'impero” per antonomasia: Hugo Chávez Frìas ed Evo Morales il quale, vestito nell'abito tradizionale delle feste degli Indios, ha avuto forse l'unica idea degna di nota di questi giorni: istituire, nell'ambito delle Nazioni Unite, un tribunale ambientale per i crimini contro la Pachamama (la Madre Terra).
Il Presidente venezuelano invece ci ha tenuto a fare il suo “show antimperialista” , denunciando come l'organizzazione poco limpida e non democratica – con documenti che venivano fatti visionare solo ad alcuni dei partecipanti – sia paradigma di come viene amministrata la politica internazionale.

Non c'è stato – invece – l'Obama dei tempi migliori. Il presidente americano – che ormai persegue l'unica politica dell'”obaganda” e della difesa di lobby e potentati vari – si è limitato ad una stantia retorica che fa molto Apocalipse Now (“qui si può o prendere una decisione storica per i nostri figli e nipoti o prendere tempo” è stata l'unica frase memorabile del suo intervento di “ben” 8 minuti...). Il bluff dell'uomo che doveva cambiare il mondo continua. Se non fosse per l'incalcolabile numero di morti che ha fatto inizierei quasi a rimpiangere George W. Bush.
Non contento, il Premio (ig)Nobel per la Pace ha anche definito insufficiente ma comunque un passo avanti straordinario - e qui evito ogni commento – l'accordo. A questo punto sorge però un dubbio: quando dice “insufficiente” sappiamo che si riferisce al destino del nostro pianeta. Non capisco però se con “passo avanti straordinario” si riferisca alla salute del pianeta o ai guadagni delle grandi imprese inquinanti (Shell, Exxon, Monsanto, ecc. cioè le vere vincitrici del vertice).
Ed a proposito di “nomi e cognomi” di chi ci guadagna, bisogna evidenziare come in terra danese si sia anche affrontato il problema delle energie pulite. Peccato che lo si sia affrontato nel verso sbagliato, definendo come “puliti” gli agrocarburanti, cioè una delle cause della crisi alimentare degli ultimi anni e – insieme alla deforestazione – responsabile di oltre il 17% delle emissioni di gas serra (stando all'IPCCC) nonché al terzo posto tra le attività umane responsabili del cambiamento climatico. È stata introdotta in questa lista di “energie amiche dell'ambiente” anche l'energia nucleare, ma solo per il futuro (non so voi ma io la leggo come una “leggera” presa per l'ecologico deretano questa...).

In tutto questo l'Italia si faceva riconoscere, ed anche in questo caso non c'è niente di nuovo: se non facciamo una figura meschina ad ogni vertice internazionale non siamo contenti. Innanzitutto abbiamo bloccato gli accordi, mossa abbastanza prevedibile per un paese che, negli stessi momenti della riunione danese, deliberava sulla creazione di una centrale elettrica a carbone da 1320 megawatt a Saline Joniche in Calabria e che ha raggiunto il colmo quando la nostra Ministra per l'Ambiente – sig.ra Stefania Prestigiacomo – ha ben pensato di mollare i lavori di Copenaghen per tornare in patria e “battezzare” la nuova bicicletta elettrica prodotta dalla Ducati. Quando si è servitori della periferia dell'impero, d'altronde, questi sono i politici che capitano sottomano.

Il non accordo è stato un «patto suicida di distruzione, per mantenere la dipendenza economica da un pugno di Paesi». È stato il grido, disperato, di Lumumba Stanislas Dia-ping, capo negoziatore sudanese che ha guidato il G77 (il blocco dei 130 paesi tra i più poveri del pianeta). Alcuni esponenti del c.d. Primo Mondo hanno storto il naso, hanno parlato di paragone disgustoso quando lo stesso Lumumba ha paragonato i signori che sedevano a quei tavoli e che stavano decretando la morte per surriscaldamento del pianeta ai gerarchi nazisti che idearono i forni crematori per gli ebrei. Ma è risaputo che i paesi ricchi soffrano di un certo imborghesimento e non apprezzino certo chi li critica.

Dicevamo che ogni buon vertice internazionale ha dei “personaggi” che si ripetono, nonostante trascorra il tempo e cambi l'ambientazione. Un personaggio della letteratura classica dei vertici internazionali è l'arrestato. A Copenaghen ce ne sono stati 3, attivisti di Greenpeace, i quali si sono macchiati del reato di lesa maestà: hanno infatti aperto alcuni striscioni – sui quali si potevano leggere slogan come “I politicanti discutono, i politici cambiano le cose” che è stato usato da Greenpeace per dare il benvenuto nel Regno di Danimarca – al ricevimento della Regina. Il giudice li ha condannati a tre settimane di galera. Il vero crimine, però, non lo commettevano i tre attivisti. Il Crimine, quello con la “c” maiuscola appunto, lo stavano commettendo i presidenti ed i funzionari di stato e delle istituzioni sovranazionali, i quali si sono resi correi, assieme alle multinazionali ed alle lobby inquinanti del più grande crimine della storia dell'umanità:soppressione volontaria di pianeta.


Approfondimenti:
Cosa possiamo fare:
Possiamo inviare una e-mail a Barack Obama, Kevin Rudd (Primo Ministro australiano) e ad José Manuel Barroso (Presidente della Commissione Europea) come segno di protesta per il fallimento del vertice [per farlohttp://www.greenpeace.org/international/campaigns/climate-change/changethefuture]


martedì 22 dicembre 2009

Filippo=Giuseppe?

“Il boss Graviano smentisce Spatuzza”, così aveva titolato il Corriere, così come altri giornali, all’indomani della testimonianza di Filippo Graviano al processo di Palermo contro il senatore Dell’Utri. I media che fino al giorno prima avevano esasperato – non a caso vedremo – le parole del pentito Spatuzza, adesso accordano massima autorevolezza alle parole di un mafioso irriducibile.
Ormai i mezzi d’informazione quando si trovano fra le mani una patata bollente di questo calibro applicano più o meno lo stesso protocollo. Esagerare una notizia al fine di non farla sembrare verosimile in modo da far perdere credibilità davanti all’opinione pubblica a chi si è permesso di alterare l’equilibrio del potere, se poi in capo a pochi giorni qualcuno sembra contraddire quanto detto dal primo si crea l’occasione giusta per far perdere quel poco di credibilità rimasta alla persona e alla notizia.
Senza voler essere faziosi andiamo a vedere cosa ha detto Filippo Graviano:
«Non ho mai conosciuto il senatore Dell'Utri né direttamente né indirettamente e quindi non ho mai avuto rapporti con lui».
Può essere vero. Andiamo comunque a leggere quanto testimoniato da Gaspare Spatuzza il 6 ottobre al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai sostituti Nino Di Matteo e Lia Sava:
"Incontrai Giuseppe Graviano all'interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. E mi spiega che si era chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione... e che non erano come 'quei quattro crasti (cornuti) dei socialisti'.. ".
Occhio a non fare confusione. Giuseppe è il fratello di Filippo, mentre quest’ultimo si occupa dell’aspetto economico, il primo è il braccio armato della famiglia ed è lui ad intrattenere rapporti con il killer Spatuzza.
Aggiunge:"... Tutto questo grazie a Berlusconi, la persona che aveva portato avanti questa cosa diciamo, mi fa (Giuseppe Graviano) il nome di Berlusconi, io all'epoca non conoscevo Berlusconi, quindi gli dissi se era quello del Canale 5 e mi disse che era quello del Canale 5.. Giuseppe Graviano mi disse che la persona grazie alla quale avevamo ottenuto tutto era Berlusconi e c'era di mezzo un nostro compaesano, Dell'Utri... mi disse anche che ci eravamo messi il Paese nelle mani".
Graviano Filippo non contraddice le parole di Spatuzza, proprio perché non è una delle persone coinvolte dalle parole del killer. Se c’è qualcuno che può farlo questo è il fratello Giuseppe, il quale si guarda bene sia da far questo che da parlare con i magistrati di qualsiasi altra cosa.
Non è mia intenzione trattare del processo pendente sul senatore Dell’Utri e sul coinvolgimento del premier in questa sede, m’interessa solo evidenziare la responsabilità oggettiva dei media in certe dinamiche di potere, i quali più che informare i cittadini delle notizie cercano di irretirli ed ingannarli per il proprio tornaconto o di chi li stipendia o ricompensa. Un grosso “vergogna”!