lunedì 16 agosto 2010

La Legge del Dragone

16 Agosto 2010, la Cina supera il Giappone nel ranking delle potenze economiche e si va a collocare al secondo posto dietro gli Stati Uniti. Il “paese dragone” come piace chiamarlo ad alcune testate giornalistiche, volendo mostrare forse un’assurda nobiltà ferina di un paese che invece è solo l’espressione di una violenza animale, si trova sempre più nella posizione di dettare la propria legge anche fuori dai propri confini territoriali. La Cina ad oggi è il primo esportatore mondiale, grazie al lavoro coatto prodotto nei Laogai e al miliardo e 300 milioni di individui costretti in condizioni di povertà e di disagio (popolazione totale: 1.336.920.000 persone) che permettono all’élite governativa crescite da 10 punti percentuali di PIL.

Il denaro dell’esportazioni poi va ad essere nuovamente investito con il proposito di alterare o congelare equilibri internazionali anche a dispetto di evidenti violazioni dei diritti umani. Non è segreto infatti l’appoggio cinese ad Omar al Bashir responsabile delle stragi in Darfur, in virtù del legame economico che lega la Cina all’acquisto di circa due terzi del petrolio sudanese.

Oggi come mai dobbiamo trovarci a fare i conti con il modello cinese, non solo dobbiamo avere il coraggio di controllarlo e non permettergli che attraverso l’accettazione passiva possa dilagare in Europa e in Italia, ma è nostro dovere anche contrapporre a questo un modello alternativo non basato sulla discriminazione di censo e sul puro interesse economico.

Il modello non solo finanziario ma anche culturale attualmente dominante un po’ ovunque, ha portato alla nascita della realtà aberrante della Cina e porterà inevitabilmente per costituzione intrinseca alla venuta al mondo di nuovi mostri; non vi sono altre plausibili evoluzioni.

E’ necessario un cambiamento drastico, un moto d’orgoglio che si opponga all’accettazione dello status quo, peraltro imposto da un’entità straniera e disumana, e che ridefinisca l’azione economica, politica ed umana.

sabato 31 luglio 2010

Sindrome della morte improvvisa dello Yunnan

Yunnan, Sud-Ovest della Cina. Per decenni morti inspiegabili si sono susseguite nei villaggi rurali della regione. Viene stimato che negli ultimi trent’anni ben 400 persone siano decedute in seguito alla “Yunnan Sudden Death Syndrome”. La sindrome è caratterizzata da nausea, vertigini, palpitazioni, crisi epilettiche; infine sopraggiunge la morte per arresto cardiaco.
Dal 2005 al 2010 il Centro cinese per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione si è impegnato per scoprire le cause di questi decessi improvvisi.
Sostiene Robert Fontaine, un epidemiologo dell’élite di ricerca: «Questo raggruppamento di morti è molto evidente nei villaggi in periodi di tempo molto brevi, in particolare in estate». In effetti le morti sospette riconducibili alla sindrome si sono verificate quasi interamente (il 90%) tra i mesi di giugno ed agosto, in quella che viene chiamata “stagione delle piogge di mezza estate” e ad un’altitudine di 1800-2400m.
Nonostante le difficoltà in cui si sono trovati ad operare i ricercatori – difficoltà di comunicazione dovute al cinese dialettale degli abitanti dei villaggi, sepolture affrettate che non hanno reso possibile alcuna autopsia e le precipitazioni estremamente abbondanti del periodo – questi erano comunque riusciti a restringere il campo.
La maggior parte delle vittime della Yunnan Sudden Death Syndrome” avevano bevuto acqua di superficie, erano andati incontro a stress emotivo ed avevano mangiato funghi (La Provincia è infatti celebre per la sua varietà di funghi, alcuni dei quali vengono esportati a prezzi elevati costituendo l’unica fonte di sostentamento delle famiglie dei villaggi rurali.
Quelli che non sono oggetto di vendita o scambio vengono consumati come alimento durante la stagione della raccolta, la quale copre proprio i mesi delle morti sospette).

L'attenzione dei ricercatori si è spostata dunque proprio verso questi ultimi fino a che, nel 2008, viene ritrovato un fungo relativamente sconosciuto battezzato con il nome di “Little White”.Esso non veniva commercializzato poiché troppo piccolo e dallo scarso valore economico, perciò andava a costituire la dieta di queste famiglie.
Il “Piccolo Bianco” appartiene al genere Trogia e ha tre amino-acidi tossici, e nonostante il divieto imposto all’uso di questo fungo abbia drasticamente ridotto i casi della Yunnan Sudden Death Syndrome” il mistero è lontano dall’essere risolto.
Le tossine presenti nel fungo, infatti, non sono mortali e tutt’ora non è dimostrato che siano in grado di innescare arresti cardiaci.
C’è poi un altro particolare: tutte le vittime colpite dalla sindrome presentavano alti livelli di bario.

Il bario è un elemento chimico (Ba) che fa parte dei metalli alcalino-terrosi, una delle sue peculiarità, oltre la tossicità, è la sua capacità di diffondersi dal suolo nei funghi. Piccole quantità di bario solubile in acqua possono indurre in una persona difficoltà di respirazione, aumento della pressione sanguigna, variazione del ritmo cardiaco, irritazione dello stomaco, debolezza muscolare, cambiamenti nei riflessi nervosi, gonfiamento di cervello e fegato, danni a cuore e reni.
Nonostante non sia certo che il bario nelle vittime sia stato assunto per mezzo dei funghi, è utile fare alcune constatazioni per capire come questo possa essere venuto a contatto con gli abitanti dello Yunnan.
Viene fatto utilizzo di bario nelle industrie di gas e petrolio per la creazione di “fango perforante”. Proprio negli scorsi giorni è stato raggiunto l’accordo fra Cina e Myanmar sul fissaggio di 2.000 km di gasdotto che passa per Ruili Kunming e nelle province cinesi di Yunnan e Guizhou, oltre il comune di Chongqing. Inoltre per evitare lo stretto di Malacca e gli atti di pirateria alle proprie imbarcazioni-cargo di idrocarburi, il governo di Pechino ha deciso di dislocare il proprio traffico petrolifero sul fiume Mekong, il quale prima di attraversare Laos, Thailandia, Cambogia e la parte più meridionale del Vietnam, passa proprio dalla regione cinese dello Yunnan.
Purtroppo al momento con i mezzi a mia disposizione non è stato possibile sapere se i progetti citati fossero già in parte in atto o meno prima di oggi, tuttavia paiono essere dei buoni candidati, tenendo a mente le norme di sicurezza sul lavoro della Repubblica Popolare Cinese, come responsabili della Yunnan Sudden Death Syndrome”, o almeno dell’anomala quantità di bario nelle vittime.

martedì 27 aprile 2010

Due pesi due misure (atomiche)

A me piace molto Maurizio Crozza. Lo trovo uno dei pochi professionisti (definirlo comico mi sembra decisamente riduttivo) che, con la satira – che sto iniziando a considerare come la miglior arma per smuovere le coscienze sociali di un popolo – prova a darci degli stimoli per tenere allenate le sinapsi.
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.

Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.

Innanzitutto ancora un passo indietro.

26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.

A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no? Vuoi vedere che esiste energia nucleare “buona” - solitamente filo-americana – ed energia nucleare “cattiva”, che sicuramente sarà quella iraniana?

Ma parafrasando il De André de “La mia ora di libertà” potremmo dire che non ci sono nucleari buoni.
Oppure, letta al contrario, se è cattivo quello iraniano deve essere cattivo anche il nostro. O no?

E veniamo così alla seconda data che presentavo all'inizio: il 14 agosto del 2002.
Anche in questo caso, però, dobbiamo partire un po' prima. Più o meno mezzo secolo prima.
Tra il 1951 ed il 1953 l'Iran è governato dal democratico Mohammad Mossadeq, il quale fa una cosa che a “certe persone” non piace: così come Omar Torrijos voleva che Panama tornasse ai panamensi (e per questo fu ucciso con un incidente aereo nel 1981), il Primo Ministro iraniano aveva un'unica idea in testa: che il petrolio, di cui l'Iran è sempre stato ricco, portasse vantaggi agli iraniani e non alle multinazionali petrolifere occidentali (si pensi alla nazionalizzazione dell'Anglo-Iranian Oil Company). Per questo fu destituito dalle forze anglo-americane ed al suo posto venne messo lo Scià Mohammad Reza Palhavi grazie ad un'operazione coperta dai servizi segreti americani e britannici (la c.d. “Operazione Ajax”).

Con il ritorno di Teheran sotto l'influenza a stelle e strisce però, gli americani non trovano solo il petrolio, perché da quel momento in poi in Iran iniziò a circolare anche il nucleare. Sono sempre stati così gli Stati Uniti: prima creano dei gruppi per resistere ad un nemico e poi, quando quell'amico non gli serve più, iniziano a definirlo “terrorista”. Un po' quello che successe con Saddam Hussein, che in gioventù aveva anche collaborato con la CIA.
E veniamo alla stretta attualità (più o meno...).

Siamo nel 2002, ed in quel 14 agosto, a Washington, c'è una conferenza stampa in cui il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (l'autoproclamato Parlamento in esilio) capeggiato dai Mujahadeen-e-Khalq (MEK) annuncia che l'Iran si sta munendo della bomba atomica.
Fin qui niente di strano ed eccezionale. Però...

Però poi, facendo una piccola ricerca su quello che per gli americani rimane ancora ufficialmente un gruppo terroristico (il MEK, appunto), si scopre che prima a dirigerlo c'erano i servizi segreti dell'ex leader iracheno che, con la sua morte, sono passati direttamente sotto la tutela della Central Intelligence Agency (la CIA).
Ricordiamoci che questo è un gruppo dissidente, cioè un gruppo contrario all'attuale regime iraniano: è solo un caso, dunque, che – stando ai maggiori esperti – il prossimo fronte della “guerra al terrore” si aprirà proprio tra le strade che videro, negli anni '70, la rivoluzione verde?  

E se, come può apparire ovvio ad una lettura geopolitica più esperta, la guerra in Iraq – che tutti noi crediamo sia fatta per il petrolio – non sia solo un'azione di disturbo su vasta scala, utile a dislocare tutto il necessario (uomini e mezzi) per portare alla luce un conflitto che gli Stati Uniti portano segretamente avanti dal 2002 (proprio grazie al MEK ed ai velivoli aerei senza pilota)?

Daniel Pipes, firma del New York Post e tra le principali figure del neoconservatorismo americano (uno che ha lavorato sotto l'amministrazione Bush padre e che si schierò a favore dell'intervento americano in Vietnam, quindi non esattamente il tipo di fonte “politicamente” a me più vicina), scrive:

«Il MEK non è il tipico gruppo ostile all'Occidente, ma un'organizzazione con una forte presenza politica nelle capitali occidentali, con oltre 3.000 soldati di base in Iraq, e che è dedita a un solo obiettivo: abbattere il suo “arcinemico”, la Repubblica islamica dell'Iran».

Non so a voi, ma a me – alla fine – rimangono ancora delle domande, su connessioni che non riesco a trovare:

  1. Se le informazioni principali sull'atomica iraniana sono state fornite da un gruppo dichiaratamente ostile al suo regime, quanto di quel che viene riportato in esse contenuto è attendibile ed obiettivo e quanto derivante dalla posizione politica contraria al regime degli ayatollah?
  2. Perché gli Stati Uniti, prima di occuparsi del nucleare iraniano, non si occupano di quello – ben più pericoloso perché attivo da molto più tempo – di Israele?
  3. La differenza tra il nucleare iraniano e quello israeliano ed italiano, è dunque di natura politica, per cui gli alleati estadounidensi dispongono di un nucleare “democratico” ed i nemici di uno “dittatoriale”?
Arrivati alla fine, a ben vedere, mi sa che qualche connessione inizio a trovarla...

sabato 24 aprile 2010

Chi vuole la morte di Joy?





Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi”.

È questo lo scarno comunicato con cui Massimiliano D'Alessio ed Eugenio Losco, gli avvocati di Joy, la ragazza nigeriana che da circa un anno – come più volte scritto anche su questo blog – passa la propria vita trasferita da un Cie all'altro.
Arrivata in Italia nel 2002 per fare la parrucchiera (lavoro che svolgeva già in Nigeria) ma costretta fin da subito a prostituirsi, il 12 aprile avrebbe dovuto finalmente lasciare questi lager del XXI secolo per tornare a godere di quella condizione che il governo italiano vuole togliere a tutti coloro che non hanno la (s)fortuna di avere il marchio “di pura razza italiana”, cioè la libertà.
«Se l'è cavata» - dice – l'avvocato Losco ad Apcom «ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano». A cosa si riferisce l'avvocato?

Innanzitutto si riferisce al fatto che sabato 17 aprile Joy ha tentato di togliersi la vita ingerendo un intero flacone di sapone (è stata trasportata in ospedale per una lavanda gastrica) ed alla morte – avvenuta lo scorso gennaio nel carcere di San Vittore – di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna di primo grado nel processo per direttissima a seguito della “rivolta” nel lager di Ponte Galeria nella quale è stata coinvolta anche Joy.
Quello di Joy non è un tentato suicidio. È il tentativo, da parte (diretta od indiretta) degli apparati repressivi dello Stato di tapparle la bocca. Così, come una certa parte deviata della nostra società fa con le persone "scomode", e Joy - che è diventata il simbolo di tutt* i rinchiusi nei Cie - lo è senza ombra di dubbio.

In merito agli “altri fatti”, quelli che riguardano il tentato stupro da parte dell'ispettore capo Vittorio Addesso, il Gip Guido Salvini ha fissato per l'8 giugno l'incidente probatorio per l'audizione di Joy.


Comunque andranno a finire queste due storie rimane un'unica, costante, questione: i Cie devono chiudere, senza se e senza ma.

p.s. Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome [chi volesse saperne di più su Joy può cliccare qui: http://noinonsiamocomplici.noblogs.org/post/2010/04/23/chi-vuole-la-morte-di-joy].

martedì 20 aprile 2010

Dove non arriva la legge arriva la comunità

Troppe volte siamo stati costretti a constatare l’indicente prevalere della logica dell’interesse nella politica e nelle istituzioni. Provvedimenti necessari ed ispirati al comune senso di giustizia e umanità vengono prorogati all’infinito invocando il nome dell’equilibrio nazionale ed internazionale, si glissa sulle atrocità e le aberrazioni che in alcuni paesi vengono compiute e perpetrate, quasi come se succedendo lontano, alle volte neanche troppo, fossero giustificatamente ignorabili, dimenticando di come quei diritti universali sanciti nel dicembre del 1948 siano il fondamento stesso della vita dell’uomo su questo pianeta.
Nel momento in cui il Parlamento eletto dai cittadini si astiene dal legiferare contrapponendo, a volte neanche alla luce del sole, la politica dell’interesse, prevalentemente economico, giunge il tempo per le coscienze intorpidite dal disinteresse di riappropriarsi del potere concesso per propria sovranità. Le leggi vengono fatte dal Parlamento, in virtù di un potere che non è dei parlamentari (in quanto tali), ma è del popolo italiano, il quale serba in seno la potenzialità di legiferare senza l’ausilio di vesti istituzionali e di palazzi.
Il popolo si autodetermina a prescindere dalle leggi che lo regolano.
Tenendo bene a mente questo principio ogni cittadino può giungere là dove la legge non può o non vuole arrivare. Noi della Foresta di Sherwood più volte abbiamo sottolineato la necessità di un cambiamento in questo senso, soprattutto nei confronti di un nuovo atteggiamento verso la nazione cinese per le plurime violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo, già trattate ampiamente nel blog e alla cui lettura vi rimando. I provvedimenti che il nostro governo non vuole prendere li prenderemo noi, inficiando ciò che realmente trattiene i nostri politici da prendere un’iniziativa decisa e che ottura le orecchie dei capi di stato in questione, l’interesse economico.

Non comprate prodotti provenienti dalla Cina!
Non abbiate sulla coscienza morte e sofferenza!

Image and video hosting by TinyPic

Ps: tanto per ricordarvi di quali violazioni stia parlando…


martedì 2 marzo 2010

De la gente che se scanna per un matto che commanna

«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare. Per guardare in alcuni aspetti del futuro non occorrono proiezioni di supercomputer. Molto del millennio che sta per iniziare può essere visto dal modo in cui ci prendiamo cura oggi dei nostri bambini. Il mondo di domani sarà influenzato dalla scienza e dalla tecnologia, ma soprattutto sta già prendendo forma nei corpi e nelle menti dei nostri figli».

Sono le parole pronunciate da Kofi Annan, l'ex Segretario generale delle Nazioni Unite, nel 1997.
«Il genere umano deve ai bambini il meglio che può dare», una gran bella frase, ma solo questo. Solo una frase. Basta guardarsi un po' in giro per capire questo: bambini obesi che passano le giornate davanti alla televisione in America, bambini costretti a prostituirsi e vivere per strada in Brasile, in Africa ed in gran parte del mondo. Tutti accomunati da un unico particolare: non aver voluto la vita che stanno vivendo.

Mogbwemo (Sierra Leone) - «Maniche corte o maniche lunghe?» no, non è la richiesta di una mamma di fronte ai capricci del figlio incapace di scegliere come vestirsi. È la richiesta degli uomini del RUF, il Fronte Rivoluzionario Unito che, al grido di “Non più schiavi, non più padroni. Potere e prosperità al popolo” imperversò in Sierra Leone tra gli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Ciò che succedeva dopo la domanda era sempre la stessa, identica, cosa: l'amputazione. Delle braccia nel primo caso o delle sole mani nel secondo. Quando in questa situazione si trovavano – come si trovano tutt'ora – dei bambini, l'amputazione non era solo una mera questione fisica, era anche – e soprattutto – amputazione dell'infanzia.

Il rapporto tra i bambini e la guerra nasce nella notte dei tempi: che siano esse vittime o complici dei carnefici fa poca differenza. Il trauma è lo stesso. Ai tempi delle campagne napoleoniche li chiamavano “enfants perdus”, bambini perduti. Erano tamburini che davano il ritmo ai soldati in prima linea e, come tali, i più esposti al fuoco di artiglieria. Poi la guerra si evolve, e i compiti dei bambini in guerra mutano: gli appartenenti alla Hitlerjugend, ad esempio, archetipi del moderno kamikaze, avevano il compito di saltare sui carri armati nemici cercando di infilare le bombe a mano nelle feritoie; le immagini dei bambini palestinesi che sfidano i carri armati sionisti armati di sole pietre sono ben presenti nella memoria di ciascuno di noi.
Secondo il Rapporto Globale sui bambini soldato del 2008 sono più di 250.000 i minori che prendono parte ai combattimenti in giro per il mondo. Che siano soldati o semplici “assistenti”, francamente, credo faccia poca differenza.

Come si evolve la “carriera” di un bambino soldato.
Spesso i bambini – e le bambine, visto che la guerra non ha mai fatto problemi di genere – vengono presi durante le razzie dell'esercito o delle truppe ribelli, la cui differenza è spesso impercettibile, nei loro villaggi. I più piccoli – dai 4 ai 6 anni – svolgono tipicamente il ruolo di sentinelle: completamente nudi vengono lasciati nelle foreste o nei campi, con il compito di strillare, correre o far finta di giocare, ed avvisare l'esercito di appartenenza alle prime avvisaglie di presenza nemica nelle vicinanze. Non è difficile immaginarlo: questo stesso metodo è utilizzato anche dalla criminalità organizzata nostrana. Cambiano le latitudini, ma le abitudini in guerra rimangono sempre le stesse evidentemente.
Arrivati all'età massima per ricoprire tale ruolo, se si è ancora in vita si diventa militari a tutti gli effetti. L'iniziazione arriva, per tutti, tra i 7 e gli 11 anni.
Per le ragazze è un po' diverso, perché – salvo alcuni non proprio eccezionali casi – le femmine non sono buone per fare la guerra e quindi, a partire dai 10 anni, vengono sfruttate come manovalanza nelle retrovie (cucinare, lavare le divise) e, nella quasi totalità dei casi vengono utilizzate per soddisfare i desideri sessuali delle truppe “adulte”.
Non fa alcuna differenza se fai parte degli eserciti ribelli o dell'esercito regolare: è questo quel che ti aspetta.

Quando non vengono rapiti, può anche capitare che alcuni bambini decidano di arruolarsi volontariamente, anche se in una scelta del genere non c'è nulla di volontario:

«Presero mio padre e lo misero in cella. Poi mi chiesero se volevo andare con loro. Ho detto di sì, perché volevo proteggere mio padre, ero sicuro che altrimenti lo avrebbero ucciso. Avevo 6 anni. Mi presero e portarono via assieme a molti altri bambini. Eravamo circa 175 e l'addestramento durò tre mesi, poi ci mandarono al fronte».
Sono le parole di John, uno dei ragazzi “riabilitati” dai programmi specifici dell'Unicef o delle tante Ong che si adoperano per restituire agli ex bambini soldato la vita che gli è stata portata via da una guerra in cui – vittime o carnefici – si sono ritrovati senza volerlo.
Come John ce ne sono tanti, tantissimi. Come Kalami, che dai 9 ai 15 anni ha combattuto in uno dei gruppi armati che si massacrano nella Repubblica Democratica del Congo: «Ci veniva ordinato di uccidere persone costringendole a restare all'interno delle loro case mentre noi le bruciavamo. Abbiamo persino dovuto sotterrarne alcune vive. Un giorno, io ed i miei amici siamo stati costretti dal nostro comandante ad uccidere tutti i componenti di una famiglia, tagliarne i corpi e mangiarli».

Vengono plagiati dai comandanti, i quali puntano sulla sete di vendetta dei bambini verso chi gli ha sterminato la famiglia e distrutto tutto ciò che avevano (in Africa, per esempio, l'80% dei bambini soldato ha assistito ad un'azione armata intorno alla propria casa ed il 60% ha perso la propria famiglia a causa del conflitto). Difficilmente, quando vengono rapiti, i genitori si ribellano: è scegliere tra la vita e la morte dei propri figli, e tutti i genitori, a qualunque latitudine e da qualunque classe sociale provengano, sceglieranno sempre per la vita. Un esercito di bambini, poi, è decisamente più conveniente di uno di militari esperti: non vengono pagati, sono facilmente indottrinabili (e quindi più fedeli), e quando muoiono è più facile trovarne validi ricambi. I bambini poi, è risaputo, si adattano subito alle situazioni e, non avendo alternative con le quali fare comparazioni, dopo non molto tempo inizieranno a considerare la guerra come la situazione “normale” e non è raro sentire, nelle parole dei "reduci", la soddisfazione che avevano, quando erano al fronte, per essere parte di una situazione simile.
Per questi motivi vengono utilizzati spesso in fasi pericolose delle missioni, quali l'attraversamento dei campi minati o l'intrufolarsi nei territori nemici per spiarli. La creazione delle armi automatiche (un bambino di 10 anni può tranquillamente essere equipaggiato con un AK-47), nonché il mercato occidentale del genere guerrafondaio dei film, si dimostra sempre più alleato dei signori della guerra africani: come dice Ishmael Beah - un ex bambino soldato autore di un meraviglioso, seppur difficile libro come "Memorie di un soldato bambino" - quando era ancora arruolato nell'esercito della Sierra Leone passava le serate a guardare film di Rambo o dello stesso genere, sperando di poter applicare quelle stesse tecniche il prima possibile.

La “geografia” dei bambini soldato.
È sicuramente l'Africa la “patria” dei bambini soldato: escludendo il caso limite dell'LRA, l'Esercito di Resistenza del Signore di stanza tra il nord dell'Uganda e in alcune parti del Sudan, composto per intero da bambini soldato, negli altri conflitti il numero di bambini utilizzati nei vari ambiti della guerra ha percentuali sempre a due cifre. Così come ruolo fondamentale ricoprono in molte zone del Medio Oriente (con punte del 70% nell'Intifada palestinese), dell'Asia e dell'America Latina (dove per lo più vengono arruolati nelle fila dei movimenti di liberazione nazionale). È quasi una costante, nei paesi poveri in cui si creano situazioni di guerra, trovare tra le truppe anche bambini piccolissimi, bambini che nel resto del mondo la guerra la giocano, non la fanno.
Uso regolare ne veniva fatto dai Khmer rossi di Pol Pot in Cambogia o dalle Tigri Tamil cingalesi, ma non è difficile vederli immolarsi nei mercati afghani od iracheni, disposti per somme che a noi paiono irrisorie a trasportare bombe o a divenirlo essi stessi (10 dollari per posizionare un IED, un Improvised Explosive Devices, in Afghanistan sono visti come una fortuna, là dove la popolazione vive con meno di un dollaro al giorno).

Questa pratica, però, non è da legare all'arretratezza culturale con cui il circuito dei media mainstream ci presenta le popolazioni non occidentali: Canada, Stati Uniti, Australia, Olanda e Gran Bretagna vedono di buon occhio militari “under 18”. Naturalmente non si parla di reclute di 6-7 anni, ma come spiegare le 4.991 unità non maggiorenni dell'esercito di sua maestà se non con quelle stesse parole che si userebbero – e che si usano – quando queste notizie vengono dai “terroristi” afghani, arabi o di qualunque altra etnia/popolazione/religione “barbara”?

Le bambine soldato.
Nascere femmina, in Africa, ha sempre significato avere davanti una vita più difficile, ma d'altronde è così in tutte le società maschiliste, in cui la donna è vista ancora come mera proprietà dell'uomo. Le bambine soldato non fanno eccezione, anzi. Non solo vengono impiegate in ruoli di retroguardia, ma spesso sono utilizzate in prima linea come spie (circa il 30% degli eserciti mondiali ha delle bambine tra i propri componenti). Si arruolano per scappare dalla vita di strada, che incontrano però sotto le armi, costrette come sono a diventare le “mogli” dei comandanti ed a subire ripetute violenze sessuali da parte dei maschi. Ciò le espone a due rischi: contrarre l'HIV/AIDS od altre malattie a trasmissione sessuale, cosa che le fa relegare ai margini delle società cui appartengono (in particolare in quell'Africa in cui la donna è vista spesso solo nella sua funzione riproduttrice) o rimanere incinte, andando così incontro all'espulsione dalle loro comunità, perché non solo queste ragazze si uniscono ai ribelli, ma fanno anche figli con i comandanti. Anche questo, come nel caso delle sentinelle, non è un concetto tanto difficile da comprendere: ancora oggi, nelle società che si dicono evolute come la nostra, non è difficile incontrare chi sostiene la correità delle ragazze stuprate.

Jasmine, 16enne al tempo della “reintroduzione in società” (dodicenne al tempo dell'arruolamento da parte di un gruppo armato mayi-mayi del Kivu meridionale, Repubblica Democratica del Congo) e madre di un bambino di 4 mesi, ha raccontato ai ricercatori di Amnesty International:

«Quando i mayi-mayi attaccarono il mio villaggio, scappammo tutti via. Durante la fuga, i soldati catturarono alcune ragazze, anche quelle molto giovani. Una volta che sei nelle loro mani, sei costretta a “sposare” uno di loro, non importa se è vecchio come tuo padre o se è giovane, se è bello o brutto...sei costretta ad accettare. Se ti rifiuti, ti uccidono. È accaduto a una delle mie amiche. Ti sgozzano come galline e neanche seppelliscono i corpi».
Questo aspetto non fa altro che aggiungersi a tutta quella violenza – fisica e psicologica – che bambini e bambine subiscono in guerra. Non solo devono accettare di vedersi mutilati, marchiati a fuoco, di aver passato un infanzia all'insegna della violenza e sotto l'effetto di droghe (come la “brown brown”, cocaina tagliata con polvere da sparo), ma devono sottostare per anni, anche una volta lontani da scenari bellici, a traumi psicologici ed incubi continui. Tutto questo si riversa poi sulla loro vita sociale: la difficoltà di risocializzazione è talmente alta che, spesso, i ragazzi non riescono a farsi quella vita "normale" che non hanno mai avuto. Per le ragazze, anche in questo caso, è peggio: non solo devono sottostare ad atrocità ben peggiori dei maschi, ma non vengono neanche adeguatamente aiutate nella difficilissima opera di ricostruzione del proprio Io, interiore e sociale, e spesso finiscono col diventare prostitute.

Anche quando il recupero sembra terminato, non è detto che questi ragazzi tornino – o in molti casi, facciano ingresso per la prima volta – in una vita che si può considerare “normale”: nei centri di recupero – nei quali spesso si fanno disegnare o rappresentare con armi giocattolo le scene di guerra a cui hanno preso parte realmente – il tempo massimo di transizione è di due mesi. Poi i ragazzi vengono inviati nuovamente alle loro comunità di origine (spesso inesistenti) che in alcuni casi equivale a rimetterli nelle mani delle milizie, oppure vengono adottati o da altri parenti, come nel caso di Ishmael, adottato da uno zio prima del trasferimento nella vita “normale” negli Stati Uniti, oppure vengono direttamente sradicati dalle loro comunità ed inviati, per adozione, a famiglie in luoghi lontani dalla guerra anche se, come abbiamo visto, i fantasmi del loro passato non hanno problemi ad attraversare oceani o a farsi trasvolate da una parte all'altra del mondo.

Il diritto internazionale.
Nonostante, come abbiamo visto in precedenza, il problema dei bambini soldato sia un problema antico, la sua risoluzione normativa è una questione di cui ci si occupa da non tantissimo tempo. Il primo documento internazionale in cui si inizia a parlare di questo problema sono le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949, anche se queste si limitavano a stabilire (artt. 23 e 24 della IV Convenzione) norme a tutela dei minori sotto i 15 anni, senza entrare nello specifico della questione “minori e guerra”. Per farlo ci vorranno circa 30 anni: i Protocolli Supplementari a tali convenzioni indicano chiaramente i 15 anni come l'età minima per l'arruolamento e l'uso dei bambini in situazione di conflitto armato, sia che i minori siano impiegati da eserciti regolari che da “insorti”. Siamo nel 1977, e forse molto si deve alla spinta dei movimenti pacifisti. L'art. 77 del Protocollo Supplementare I recita:

«Le parti in conflitto porranno in essere tutte le misure attuabili affinché i bambini che non hanno raggiunto l'età di 15 anni non prendano direttamente parte nelle ostilità e, in particolare, si asterranno dal loro reclutamento nelle forze armate. Nel reclutamento fra quelle persone che hanno raggiunto l'etè di 15 anni, ma che non hanno raggiunto l'età di 18 anni, le parti in conflitto cercheranno di dare la priorità a coloro che sono più grandi (comma 2). Se, in casi eccezionali, malgrado le disposizioni del comma 2, i bambini che non hanno raggiunto l'età di 15 anni prendono direttamente parte nelle ostilità e vengono catturati dalla parte avversa, continueranno a trarre beneficio dalla protezione speciale prevista da questo articolo, e non sono prigionieri di guerra (comma 3)». Per quanto riguarda i conflitti non internazionali, quindi la maggior parte delle guerre attuali (guerre inter-etniche, inter-religiose et alia) è fatto divieto alle parti in conflitto di reclutare bambini al di sotto dei 15 anni, sia che essi svolgano un ruolo attivo (come soldati) sia che il loro ruolo sia passivo (come cuochi, sentinelle e simili). Ma, come sappiamo, le convenzioni internazionali rimangono spesso solo pezzi di carta, e non solo per il volere dei “terroristi barbari” ma anche, e soprattutto, per l'ostracismo delle forze “pacifiche e democratiche” dell'Occidente che, in molti casi, hanno più di un interesse nei conflitti in corso.

Una svolta si è avuta nel 1997, quando le principali Ong impegnate nella tutela e nella protezione dei diritti dell'infanzia nei conflitti armati e l'Unicef si riunirono a Città del Capo per creare gli omonimi principi, nei quali si ridefinisce il ruolo di “bambino soldato”, che da quel momento si riferisce a tutte le bambine ed i bambini al di sotto dei 18 anni che hanno preso parte in qualsiasi modo in un conflitto armato, inserendo anche coloro che hanno subito un reclutamento forzato per motivi sessuali e/o per matrimoni forzati.
Tale cambiamento è stato fondamentale per l'accesso ai programmi di riabilitazione anche per quei bambini che sono impegnati nei conflitti con ruoli diversi da quello del “combattente”.

Dieci anni dopo, a Parigi, l'Unicef ed il Governo francese organizzano la conferenza internazionale “Free children from war – liberiamo i bambini dalla guerra”, dove i 58 Paesi presenti si sono impegnati formulando ben due documenti:

  • Gli impegni di Parigi”: un insieme di principi legali ed operativi necessari agli Stati per proteggere i bambini dal reclutamento o dall'uso nei conflitti armati e che vanno ad implementare e completare l'apparato normativo esistente;
  • I principi di Parigi”: un dettagliato documento comprendente principi in merito a: protezione dal reclutamento o dall'uso nei conflitti armati, rilascio e reintegro nella vita “civile”; in tale documento è anche evidenziata chiaramente l'esigenza di creare una politica di lungo periodo per la prevenzione del reclutamento e per la definitiva cessazione della partecipazione dei bambini ai conflitti armati.
Oggi l'opera di divulgazione affidata agli ex bambini soldato è fondamentale per far comprendere all'Occidente, quello stesso Occidente che si riempie la bocca di parole come “pace”, “libertà”, “democrazia” le sue responsabilità in quanto correo di signori della guerra e governi-fantoccio necessari per mantenere lo status di “paese ricco” di cui i paesi occidentali si fregiano. Se poi questo status è mantenuto sulla pelle dei bambini beh...forse, dopo aver integrato la definizione di “bambino soldato”, alla prossima conferenza internazionale ci sarà da aggiornare anche quella di “terrorista”, aggiungendo alla lista di gruppi quali Al Quaeda, Sendero Luminoso, Pkk anche i nomi di quei paesi che permettono – sia perché coinvolti, sia perché “distratti” - tutto questo. Ma solitamente le colpe dei paesi occidentali passano sotto il nome di “missione di pace”.

sabato 27 febbraio 2010

Le bombe saranno pure intelligenti...

Marjah (provincia centrale di Uruzgan, Afghanistan)27 civili uccisi, tra cui quattro donne e un bambino, e 12 feriti è il bilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.
L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “
sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?

Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato
compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come
Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.

«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collaterali”, sono le cifre sulle quali poter rifinanziare gli interventi nelle zone di guerra. Numeri, sono solo numeri. E dunque va bene il comunicato di cordoglio: «Ci dispiace, non volevamo. Ma state tranquilli perché apriremo un'inchiesta», dicono. E intanto, mentre l'inchiesta viene aperta i militari possono continuare a fare rastrellamenti casa per casa, rapendo ed arrestando a piacimento gli uomini e violentando donne e bambine, mentre i burattinai continuano a stuprarne i villaggi, le città ed i paesi con l'unico scopo di arraffare il più possibile ed aggiungere biglietti verdi ai loro conti in banca, in attesa di scatenare la prossima crisi, la prossima bolla speculativa o la prossima guerra con il beneplacito dei governi dei paesi invasi. Perché «noi esportiamo la pace, cazzo», come direbbe Gaber.

«
Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?

Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando cadere i volantini in una pioggia cartacea. Quello, evidentemente, era difettoso. Può succedere, d'altronde chi di noi non si è mai trovato di fronte a qualcosa di difettoso? Per molti giorni la piccola Maryam è stata operata nell'ospedale di Emergency, dove di fatto le è stata ricostruita tutta la parte inferiore del corpo. Ciò ha due risvolti importanti:



  1. Come potrà vivere una bambina, quindi una futura donna, senza organi genitali in un paese come l'Afghanistan?
  2. Cosa potrà rispondere, un giorno, a chi le dirà che quegli uomini che le hanno spaccato in due le ossa, erano lì per difenderla e per “portare la pace”?

Io, al suo posto, risponderei che
una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.

Articolo di A.Intonti



mercoledì 17 febbraio 2010

Ostaggi



Eccallà, direbbero a Roma. Ci risiamo di nuovo: il leader libico e mad dog della politica internazionale Muhammar Gheddafi lo ha rifatto. Cacciati tutti i cittadini dei paesi appartenenti all'area Schengen. Negli anni '70 – a pochi mesi dal golpe con il quale era salito al potere rovesciando re Idris I – aveva cacciato tutti i cittadini italiani, espropriando tutti i loro averi, per le beghe coloniali della guerra. E fin lì, forse forse, gli si poteva anche dar ragione. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti corenti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro» dice Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

Ora ci riprova, rinverdendo una diatriba che dura da circa un anno e mezzo fa, da quando cioè le autorità elvetiche avevano arrestato suo figlio Motassin Bilal (detto “Hannibal”, il perché non oso neanche immaginarlo...) reo di aver maltrattato due domestici in un hotel di Ginevra. Essendo evidentemente molto permaloso ed attaccato alla famiglia, il leader libico per ripicca non solo blocca le esportazioni di petrolio verso il paese della cioccolata, non solo ritira dai suoi conti svizzeri qualcosa come 5 miliardi di euro, ma come ciliegina sulla torta sequestra anche due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Naturalmente nessuno dice niente, perché Gheddafi beh...è Gheddafi, e sappiamo tutti com'è fatto no?
Comunque la storia finisce con l'allora Presidente della Confederazione Elvetica Hans-Rudolf Merz costretto a genuflettersi di fronte al leader libico, il cui potere, evidentemente, si espande oltre i confini dell'ex-colonia italiana.

Le acque sembrano tornare quasi tranquille, finché qualche giorno fa la Svizzera crea una «black list», di quelle che vanno tanto di moda nell'epoca del post 11/9 con i cattivi libici: 188 persone, tra cui Gheddafi e famiglia.
È il caos: dalla Libia partono strali contro tutti i paesi dell'area Schengen (cioè praticamente tutti i Paesi europei, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda, più Islanda, Norvegia e – appunto – Svizzera più Cipro, Bulgaria e Romania che aderiscono in maniera provvisoria), rei di essere solidali con Berna.

Breve passo indietro: gli accordi di Schengen sono stati firmati nel 1985 nella cittadina lussemburghese che ne dà il nome e definiscono la libera circolazione di persone, merci e servizi all'interno dei paesi aderenti, eliminando così le frontiere interne, aumentando i controlli sulle frontiere c.d. “esterne”. Integrato sia nel Trattato di Maastricht che nella Costituzione degli Stati Uniti d'Europa (nota come Trattato di Lisbona), prevede che se uno dei paesi che ne fanno parte adotti – come nel caso di specie – una lista nera, questa si estenda a tutti i paesi aderenti. È una cosa logica: se non ho controlli all'interno dei paesi dell'area, e uno degli stati appartenenti non vuole che circolino persone che definisce “sgradite”, come fa a controllare che quei soggetti non transitino nel suo territorio, se l'unico controllo che poteva fare – quello alle frontiere – non esiste più?

È la fine: scene di panico in tutta Europa, in particolare in Italia, unico paese passato da colonizzatore a colonizzato dalla stessa nazione (cioè la Libia). Perché noi siamo più intelligenti degli altri, e come trattiamo noi i dittatori non li tratta nessuno. Circa 20 anni fa c'erano Mohammed Siad Barre – che allora imperversava in Somalia – e Bettino Craxi. Costruimmo qualcosa come 450 km di nulla che prende il nome di “autostrada” Garowe-Bosaso sulla quale molto è stato detto, tra cui anche di essere cimitero per le scorie nucleari che dai paesi industrializzati vengono gettati nelle discariche del Terzo Mondo con quel fenomeno noto come “navi a perdere” (e di cui anche Ilaria Alpi si occupò prima di essere uccisa nel 1994 proprio in Somalia). Cambiano gli interpreti – oggi abbiamo al di là del Mediterraneo il leader libico ed al di qua Berlusconi – ma il film è sempre lo stesso, autostrada annessa.

Sinceramente dei rapporti Svizzera-Libia poco me ne cale, mi interessa di più notare il servilismo con cui i politici italiani – di destra e sinistra (quando si dice una politica “bipartisan”) - si prostrano nei confronti del leader libico. Su La Stampa di oggi, c'è un'intervista al nostro presunto Ministro degli Esteri (presunto in quanto la politica estera è da sempre fatta nei consigli di amministrazione delle grandi aziende nazionali, basti pensare a quel che fa l'Eni, peraltro ben presente in territorio libico) in cui si dice – cito testualmente – che «la decisione svizzera che equipara Gheddafi a terroristi internazionali poteva essere evitata». Non so voi, ma io mi sento un attimino preso per i fondelli da un'affermazione del genere. Tutti sappiamo il trattamento non certo di favore che la Libia riserva a chi viene colto in flagranza mentre tenta di fuggire dalle sue coste. Dalle mie parti uno così si chiama “terrorista”, così come terroristi sono tutti quegli stati – e quindi quegli uomini e quelle donne, visto che uno stato è fatto “fisicamente” dalle persone che lo abitano – che creano guerre per rubare il petrolio ed altre risorse atte al mantenimento dello status di “mondo ricco” (ma questa è un'altra storia...).

La “perla” dell'intervista però non è questa affermazione. Alla domanda se il blocco dei visti ai cittadini europei sia da considerare come l'ennesima provocazione a Gheddafi, Frattini (per una volta trovato in Italia, visto che di solito è sempre in vacanza alle Maldive quando succede qualcosa...) risponde così: «Agendo in questo modo, la Svizzera prende in ostaggio gli altri Paesi dell'area Schengen». Qui l'apoteosi, la standing ovation della diplomazia di sottomissione al leader libico. Noi che abbiamo permesso a Gheddafi di soggiornare in tenda a villa Pamphili in barba a qualunque divieto che sarebbe invece stato ampiamente rispettato se la tenda fosse appartenuta a qualunque altro disgraziato, straniero o autoctono che fosse; gli abbiamo permesso di fare il “beato tra le donne” mettendogli a disposizione schiere di donne; gli abbiamo permesso di prenderci per le patriottiche terga in tutto il suo soggiorno in Italia; gli diamo navi ed armamenti oltre a 5 miliardi di euro (e la già citata autostrada...) perché gli abbiamo invaso il paese 60 e più anni fa (senza che peraltro lui si sia mai scusato di aver rubato le terre agli italiani che cacciò trent'anni fa) ed è la Svizzera a tenerci tutti in ostaggio?



sabato 13 febbraio 2010

Nuove prove sull’export dei Laogai

Leggiamo tutti i giorni della crescita economica del gigante asiatico. I media ed i politici fanno a gara per chi più alimenta il consenso per la Cina. Sono gli stessi politici che, spesso, si riempiono la bocca di belle parole sul progresso e la democrazia e che condannano il razzismo e la discriminazione. Però non osano criticare il regime di Pechino: una dittatura che perseguita i dissidenti, che discrimina contro le minoranze tibetane e uighure, che uccide fino a 10,000 persone all’anno, che traffica gli organi umani dei condannati a morte, che perseguita tutte le chiese e che gestisce il sistema concentrazionario più grande della storia: i laogai. I più di mille campi di concentramento dove, milioni di persone sono condannate ai lavori forzati per produrre a costo zero per il regime. Infatti, i laogai hanno, spesso, due nomi: uno come impresa commerciale ed uno come prigione. Le condizioni di lavoro sono orribili. Sconosciuti i limiti di orario di lavoro, sicurezza e igiene. Giaciglio, spesso, vicino alla fossa biologica. Pestaggi e torture all’ordine del giorno. Cibo somministrato a seconda della quantità di lavoro eseguito. Religiosi e dissidenti mescolati con i delinquenti comuni. In un rapporto della Laogai Research Foundation (www.laogai.it/?p=16950), pubblicato questo mese, risulta che più di 100 laogai pubblicizzano le proprie attività sui principali siti commerciali internazionali, in inglese ed in altre lingue, incluso l’italiano. Ennesima prova che i Laogai sono molto attivi nell’export. Già nel 2008, tra tutti gli esportatori che appaiono nella banca dati della Dun & Bradstreet, sono stati scoperti ben 314 Laogai. Quindi, fra i mille Laogai conosciuti, almeno 414 sono attivi nell’export. Ma ci vogliamo rendere conto che la tanto decantata “competitività cinese” nasce semplicemente dal lavoro forzato e dallo sfruttamento umano? E che i poteri forti, mediante la stampa ed i politici asserviti, alimentano simpatia per Pechino solo perchè sfruttando i lavoratori cinesi ed i detenuti dei Laogai fanno più soldi! Quei stessi poteri forti che stanno cercando di bloccare la legge che protegge il “made in Italy” al Senato e questo dopo che il Parlamento l’ha approvata con 543 sì, un solo no e due astenuti! Italiani, di qualsiasi tendenza politica voi siate, svegliatevi! È in gioco il futuro dei vostri figli. L’importazione dei prodotti, spesso nocivi alla salute e manufatti dal lavoro forzato non è solamente immorale ma anche molto deleteria per la nostra economia perchè causa bancarotte di impresa e disoccupazione. Gli USA hanno già una legge che vieta l’importazione dei prodotti del lavoro forzato (la 1307). Che aspetta il nostro Parlamento ad introdurre una simile legge in Italia?

Articolo di Toni Brandi
http://www.laogai.it/?p=16961

lunedì 1 febbraio 2010

La fatwa leghista

«E dì alle credenti di abbassare e custodire il loro pudore; e di non mostrare i loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare».
[Corano (24:31)]

«O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso»
[Corano (33:59)]

Dovrebbero essere questi i “versetti malefici”, quelli secondo i quali l'uso del burqa deriverebbe da obbligo religioso. Se solo il burqa avesse qualcosa a che fare con la religione, naturalmente.
Non conosco molto la cultura islamica, tanto meno quella derivante dalla religione, ma informandomi in questi giorni una cosa mi è chiara: l'uso del velo non ha niente a che fare con la religione, ma è – di contro – libera scelta della donna. L'unico limite che viene imposto è quello – come recitano i versetti del Corano su esposti – che la donna abbia un certo pudore di fronte a uomini sconosciuti, o comunque non appartenenti alla famiglia. Io non ci vedo niente di particolarmente folle, anzi. È come se per noi occidentali – sapete no? Quegli strani soggetti che si riempiono la bocca di parole come “libero arbitrio” e cose simili – fosse la cosa più normale del mondo andare a casa di uno sconosciuto e trovare le donne di casa che girano completamente nude anche in presenza di sconosciuti. Credo che chiunque si sentirebbe a disagio e avrebbe qualcosa da ridire. Ma su questo aspetto ci tornerò in seguito.
La materia del contendere nella laicissima Francia – evito di citare il caso italiano, perché come al solito noi ci mostriamo ancora una volta per quel che siamo: l'inutilità fatta identità nazionale – riguarda, appunto, l'aspetto religioso. Ed in Francia ha anche un certo senso un discorso simile, considerando che per essere coerenti con l'idea di eliminare tutti i simboli religiosi sono stati eliminati anche i crocifissi, nonostante il numero di donne musulmane che portano il velo “integrale”, che sia il tanto vituperato burqa o il niqab (il velo con il quale si lasciano scoperti solo gli occhi), sia veramente infimo (un paio di migliaia di persone su un totale di circa 65 milioni di abitanti della République). C'è però una domanda alla quale non riesco a trovare risposta, se accetto l'idea che l'imposizione di questi veli sia di natura religiosa: se questa è un'imposizione che, da quel che ci dicono in tv e sui giornali, per la religione islamica vale come legge inderogabile, perché molte donne credenti non lo portano? Sono tutte peccatrici oppure c'è una diversa spiegazione? Non sarà che la nostra classe dirigente – non solo quella italiota – applica questo connubio solo in funzione islamofoba? Perché se così non fosse io l'unica risposta che riesco a darmi è sempre quella: le donne scelgono sia se coprirsi – cosa che allora mi fa propendere per una certa elasticità del dettame religioso islamico, sconosciuta ad altre religioni – sia come farlo, cioè se coprirsi solo i capelli (con l'hijab) oppure se coprirsi integralmente con burqa o niqab.

Io non sono un esperto di cultura islamica, anzi, non credo di essere esperto neanche della mia, ma siccome sono uno che adora ficcanasare nelle culture altrui, la prima cosa che mi colpisce è sicuramente la possibilità di differire nella scelta del velo:

  1. Hijab: deriva dalla radice araba h-j-b e significa nascondere allo sguardo, celare. Il campo semantico, dunque, è più ampio rispetto alla nostra traduzione di "velo" (un hijab può essere una tenda, una cortina, comunque qualunque cosa che, appunto, nasconda allo sguardo un qualcos'altro). Non è invenzione islamica, in quanto già nel mondo greco si poteva riscontrare l'usanza delle donne di coprirsi per uscire. Situazione familiare a tutta l'area mediterranea (di cui alcune reminiscenze ancora oggi le troviamo qui in Italia, soprattutto nel Sud, altro punto su cui tornerò in seguito...)

  2. Chador: termine che deriva dal persiano ciâdar (velo, mantello) consiste in un velo, generalmente di colore scuro, che lascia scoperti soltanto le mani ed il viso, capelli esclusi. Fu il segno esteriore più evidente della rivoluzione khomeinista in Iran (1978-1979), nonostante non fosse indumento particolarmente in voga, soprattutto negli ambienti della borghesia occidentalizzata. In Iran la sua re-introduzione (lo Scià Reza Pahlavi lo bandì infatti nel 1936 perché considerato incompatibile con l'ammodernamento - da leggersi più come "occidentalizzazione" - del paese) ebbe anche una forte connotazione politica: indossarlo, infatti, significava protestare contro i valori occidentali che lo Scià tentava di introdurre nel paese.
  1. Niqab: caratteristico dei paesi musulmani sunniti (cioè la quasi totalità dei paesi, i cui credenti si considerano l'ortodossia islamica, in quanto - secondo loro - veri depositari della "tradizione" del Profeta) quello "classico", come quello egiziano, è nero e pesante, costituito da un velo che copre la parte alta della testa ed un altro velo che copre i lineamenti del volto.

  2. Burqa: tipico della zona afghana, è costituito da una tunica che copre integralmente il corpo, lasciando la possibilità di intravedere attraverso una retina posizionata all'altezza degli occhi. Sicuramente il velo più controverso, viene introdotto all'inizio del '900 durante il regno di Habibullah, che impose questo particolare indumento per evitare che gli uomini potessero avere tentazioni con le 200 donne del suo harem.

Dovremmo aver capito a questo punto, che il velarsi – oltre a non essere invenzione islamica – è un modo per difendere la donna da possibili “sguardi indiscreti”, e proprio evidenziando questo termine – “sguardo” - si può capire l'utilità della retina sugli occhi: a noi viene detto come si vive dentro un burqa in questi giorni, con patetici tentativi di spiegare una consuetudine di una cultura non nostra senza raccontarci anche il contesto che ha permesso a quella cultura di arrivare a quella particolare tradizione. Evitiamo ipocrisie: a quanti maschi – di quelli che ancora credono alla figura del “macho”, dell'uomo padrone sulla donna – farebbe comodo “burqare” le proprie donne, così da essere gli unici a poterle vedere? Si eviterebbe, ad esempio, di andare in giro e fare scenate di gelosia per uno sguardo scambiato tra lei ed i passanti di sesso maschile. Ed ecco spiegato il motivo della retina: evitare giochi di seduzione attraverso lo sguardo! Vi sembra ancora così “strano”, alla luce di ciò?

Riprendo i due punti lasciati in sospeso fin qui: il concetto stesso di velarsi come forma di rispetto (per le credenti islamiche il rispetto verso Allah) a noi non è così sconosciuto: quante donne, in particolare le signore anziane, hanno la consuetudine di velarsi il capo durante i funerali o le messe per portare rispetto al defunto o al dio in cui credono? Al Nord forse non è più così, ma se come me venite dal meridione ve ne potreste tranquillamente rendere conto. Credo sia qualcosa legato al pudore – verso uno sconosciuto o verso una divinità, qualunque essa sia – questa di mostrare il rispetto attraverso l'atto di coprire il proprio corpo.
Per cui se dobbiamo davvero leggere tutta la diatriba in chiave religiosa, io – non credente – non ci vedo niente di così deplorevole in un atto simile ma, di contro, ci vedo il palesarsi di una forte religiosità, se poi ci si rivolga a Dio, Allah o ad altri è solo una questione puramente geografica.

Il caso.
Lei si chiama Mahinur Öezdemir, è una ragazza islamica come tante altre, una che – come tante altre – porta l' hijab. Ha una particolarità però: è membro del Parlamento Regionale di Bruxelles e si è presentata alla seduta inaugurale della sua assemblea a capo coperto, giurando di rispettare la costituzione (come da prassi) senza che ciò scatenasse interrogazioni parlamentari di alcun tipo. Lo stato belga si dichiara neutrale in ambito religioso, ma naturalmente il dibattito è apertissimo. Non so se le sarebbe stato permesso di entrare con il velo nel Parlamento francese, so per certo che in Italia se ne sarebbe dibattuto perlomeno da un mese prima dell'evento, con le solite bordate del partito dei “filo-parrocchia” - quelli cioè, come la Binetti, che si fanno comandare dal Vaticano anche con quale piede alzarsi la mattina - che non fanno altro che fare esattamente quel che denunciano sia fatto dagli “altri” (da intendersi come “quelli brutti, sporchi, cattivi e stupratori degli arabi”). Forse non ce ne accorgiamo, troppo presi dal capire se i capelli di Berlusconi sono veri o fasulli o intenti a dibattere sull'opportunità di Noemi Letizia di andare in televisione (ma non vi sentite ridicoli ad andare appresso a queste cazzate?), ma questo partito, quello stesso che tempo fa apostrofò come “assassino” Beppino Englaro che chiedeva solo il fine pena per una figlia che soffriva da 17 anni (ma nel paese dell'ergastolo – cioè del fine pena mai - è logico che si applichi il concetto anche in altri ambiti...) è un partito ben più forte di PdL, Pd, Udc messi insieme. Possibile che non ve ne rendiate conto? Non so in Francia, ma conoscendo il mio paese, potrei quasi dar per certo che la questione burqa sia stata utilizzata in chiave ideologica non solo dalla Lega (secondo la quale saremmo di fronte all'inizio di una nuova dominazione islamica...) ma anche, e soprattutto, dal Vaticano, cioè dal vero governo di questo paese.

«È vietato l'uso di qualsiasi mezzo che non renda visibile l'intero volto, in luogo pubblico o aperto al pubblico, inclusi gli indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa». Questo dovrebbe essere il testo della fatwa leghista(per chi non lo sapesse: con il termine fatwa si definisce, nella cultura islamica, il decreto di carattere religioso promulgato dai dotti islamici, che regola questioni di attualità) voluta da Roberto Cota, Manuela Dal Lago e Carolina Lussana della Lega Nord – d'accordo, non proprio dei “dotti” e tantomeno islamici – a modifica dell'art.5 della legge 152 del 1975, che vieta(va?) l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento di una persona senza giustificato motivo.
Secondo Lussana poi, oltre a garantire l'egualitarismo nel rispetto della legge nazionale, questa norma servirà per fronteggiare la minaccia terroristica della jihad islamica. Perché tutti sappiamo che il vero problema del terrorismo di alcuni movimenti arabi (che in occidente viene opportunamente identificato con un fantomatico terrorismo di matrice religiosa) non sono i kamikaze (e chi li rifornisce, solitamente industrie o multinazionali che producono armi qui in Occidente...); nossignore: il vero problema del terrorismo è il velo! Quindi rendendo illegale il velo in Italia e in Francia avremo debellato il problema terroristico! Per cui io invito gentilmente tutte le donne islamiche in questi due paesi a spogliarsi – letteralmente – di questo orpello religioso, così i grandi paesi ricchi potranno far rientrare a casa i militari inviati in Afghanistan ed in Iraq per esportare la democrazia! Quasi me ne dimenticavo: dovrebbero rientrare anche le imprese che sono in quei paesi per rubare risorse come il petrolio o l'oppio, naturalmente.
Una multa che può arrivare fino a 2 mila euro e la carcerazione fino a 2 anni: è questa la pena comminata dal trittico di verde vestito qualora si trovasse qualcuno in flagranza di reato. Come al solito in Italia si mandano in carcere i “poveracci”, i “ladri di galline” e si lasciano liberi i veri criminali (liberi ovviamente di fare i parlamentari, leggasi caso Cosentino).

Come funziona negli altri paesi europei.
In Italia e Francia abbiamo già visto – più o meno – che aria tira in merito al divieto del burqa. E negli altri paesi? InBelgio, come accennato prima, non esistono leggi di carattere nazionale che regolino la questione, ma si fa spesso appello ad ordinanze locali indirizzate spesso lungo la via repressiva. Stesso dicasi per l'Olanda e la Danimarca, improntate però più su un divieto relegato al campo del settore pubblico. Spicca invece la Gran Bretagna che ha affermato di non avere intenzione di legiferare in materia, demandando la decisione ai direttori delle scuole (che ovviamente possono “legiferare” solo per quanto riguarda la vita all'interno degli istituti scolastici che sono chiamati a guidare).

Si calca molto la mano, in Italia, sul problema “sicurezza”, adducendo la tesi che sotto il burqa o il niqab, non riuscendo a vedere, si potrebbe nascondere una bomba o qualche arma. Preoccupazione legittima, se quegli abiti fossero “pelle”, fosse cioè impossibile toglierli. Come ho avuto modo di appurare in questi giorni seguendo vari dibattiti – sia in televisione che sulla carta stampata – il precetto di velarsi impone anche, qualora richiesto da un'autorità, di svelare il proprio viso, per cui nel caso di donna “burqata”, sarebbe semplice appurare se, ad esempio, l'identità dei documenti corrisponda all'identità di chi li presenta: basterebbe chiederglielo! Ma naturalmente fa più comodo far passare l'idea che lì sotto, sotto quei tessuti, ci siano schiere e schiere di donne kamikaze. «Chi me lo dice che c'ha sotto?» si chiede l'uomo della strada dopo aver opportunamente squadrato l'”E.T.”di turno. Domanda che non sarebbe neanche immaginabile se la nostra retriva cultura non fosse fondata sul sospetto verso tutto ciò che è “diverso” (e qui si aprirebbe una questione che non è il caso di aprire in questa sede). Alla luce di quanto ci ha mostrato una giornalista di Repubblica che ha girato per Milano con il burqa io mi chiedo se passi più inosservata una donna vestita alla maniera islamica oppure una donna con minigonna e borsetta (utilizzando lo stesso metro di giudizio di chi chiede cosa c'è sotto al burqa ci si potrebbe chiedere quali armi possa contenere la borsa di una ragazza, che spesso assomiglia più alle tasche senza fondo di Eta Beta).

È tutta una questione culturale. E nell'asserire ciò trovo inaspettata sponda nel think thank di Gianfranco Fini, cioè laFondazione FareFuturo che sul suo magazine qualche giorno fa definiva che è giusto proibire l'utilizzo del burqa – d'altronde stiamo sempre parlando di un organo di destra/centro-destra – ma non è con l'imposizione (o con la repressione) che si risolve un problema che è prima di tutto di natura culturale.
Ammettiamo per un attimo che il velo non sia legato alla sfera del libero arbitrio della donna ma ad un'imposizione puramente culturale che deve essere modernizzata. Con quale modello culturale dovremmo modernizzarlo o – meglio ancora – sostituirlo?
Scriveva bene Lidia Ravera ieri su L'Unità: «(...)se vogliono stare nei nostri civilissimi Paesi che si mettano anche loro minigonna e push-up, mostrino il culo, mostrino il seno, come facciamo noi, che abbiamo conquistato la libertà di farci valutare al primo sguardo. Noi sì che sappiamo come si trattano le donne. Diamo "Pari Opportunità" alle immigrate. Vietiamo loro di essere diverse da noi.(...)Tutte velate, vuole la Legge Coranica. Tutte svelate, vuole la Legge Italica. Le donne immigrate nel nostro Paese (...)non devono passare dalla tutela dei khomeinisti a quella dei Leghisti, dalla persecuzione dell'integralismo islamico a quella della presunta superiorità morale occidentale».

Una giustificazione – a mio parere di pura matrice razzista – in merito al divieto di burqa è che siccome noi, quando andiamo nei loro paesi, dobbiamo coprirci (o comunque sottostare alle loro leggi) quando loro vengono da noi devono sottostare alle nostre. Ma se è così fastidiosa questa imposizione nel dover cambiare abitudini andando in giro “troppo coperte” non sarà il caso di rimanere tranquillamente a casa propria, essendo evidentemente capaci di sottostare esclusivamente alla propria cultura di appartenenza e non ad altre? Se considerassimo anche solo per un istante l'idea che la nostra cultura non è né la cultura dominante nel mondo tantomeno la migliore, potremmo iniziare a considerare l'esperienza di una donna che ci ha raccontato quello stesso mondo islamico osservando con molto rispetto quella cultura senza che eventuali fastidi si evincessero dai servizi che inviava in Italia. Mi riferisco ad Ilaria Alpi, di cui ho una nitidissima immagine – vista in qualche video su internet – di uno dei suoi tanti viaggi in Somalia a parlare con le donne, quelle donne che spesso aveva raccontato al Tg3, con il velo bianco in testa, proprio a testimoniare il grande rispetto che aveva nei confronti di una cultura che magari non condivideva in pieno – penso ai suoi servizi sulle mutilazioni genitali femminili – ma che sicuramente rispettava. Perché a differenza di gran parte di noi lei non aveva quella spocchia imperialista per cui la nostra cultura doveva essere la cultura nella quale non esisteva, e non esiste, uno spazio per una visione diversa.

Ed a proposito di visioni, mi chiedo perché tutte le donne che oggi si dichiarano contrarie al burqa non proferiscano parola di fronte alla nostra, di cultura. Di fronte cioè ad una cultura machista per la quale spesso il concetto di donna è ancora quello di donna-oggetto, per cui ci scandalizziamo se una donna è troppo coperta, ma non diciamo nulla di fronte ad una sfilata di intimo, anche se vediamo sfilare ragazze la cui maggiore età è spesso lontana dal venire.
È questa la libertà che vogliamo dare a queste donne? Vogliamo dar loro la libertà di essere squadrate da testa a piedi, indipendentemente dalle loro abilità intellettive? Vogliamo davvero che l'unica identità sociale, qui nel “buono e giusto” Occidente, derivi loro solo dal mostrare, dall'ostentare ogni minimo particolare del loro corpo? È davvero “libertà” questa? Diciamo spesso che l'imposizione islamica del burqa è una cosa “da bestie” (parola che in questo periodo stiamo iniziando ad utilizzare troppo spesso, forse perché ci sentiamo tali e dobbiamo accusare gli altri per sentirci migliori) ma qual'è la differenza con una cultura – la nostra – nella quale il valore di una ragazza viene misurato solo sul piano fisico, e per questo la si addestra ad una missione che durerà tutta la vita tramite diete e consimili (per non parlare delle modifiche per via chirurgica), cioè piacere agli uomini? Non è anche questo, in qualche modo, imporre un “burqa”, una “divisa” alle donne?

Da questo lato del mondo – agli antipodi del burqa, per citare un'interessante trasmissione di Alessandro Sortinola cittadinanza di un corpo passa sempre e solo per la sua esibizione e quindi coprirlo per scelta, forse, altro non è che il tentativo di farsi giudicare non per il proprio fisico, ma solo per la propria interiorità. Cosa che anche noi, qui nel giusto mondo occidentale dovremmo imparare a fare.