martedì 27 aprile 2010

Due pesi due misure (atomiche)

A me piace molto Maurizio Crozza. Lo trovo uno dei pochi professionisti (definirlo comico mi sembra decisamente riduttivo) che, con la satira – che sto iniziando a considerare come la miglior arma per smuovere le coscienze sociali di un popolo – prova a darci degli stimoli per tenere allenate le sinapsi.
Da un paio d'anni – o almeno dalla scorsa stagione – al termine di ogni puntata del suo programma, insieme agli ospiti, prova a tirare le somme di quel che è stato detto e della più stretta attualità. Ma non trova mai le connessioni.

Ieri più o meno ho avuto una sensazione simile durante il pranzo, mentre al tg mandavano il servizio sugli accordi tra Italia e Russia in merito all'energia nucleare.
Ma per capire questa storia dobbiamo partire da due date: l'8 e il 9 novembre del 1987 ed il 14 agosto 2002. Date che, apparentemente, non hanno alcuna connessione – come probabilmente non l'hanno nei fatti – ma che almeno a me danno più di uno spunto per parlare della questione del nucleare: quello iraniano, quello italiano e tutti gli altri.

Innanzitutto ancora un passo indietro.

26 aprile 1986: a Černobyl, a 100 km a nord di Kiev (Ucraina) esplode, per errore o dolo umano non è fondamentale saperlo, un reattore della locale centrale nucleare. È probabilmente il più grave incidente di questo tipo nella storia europea e del mondo.
Sull'onda di quell'”incidente”, il popolo italiano è chiamato – l'8 ed il 9 novembre dell'anno successivo – ad esprimersi sulla produzione nucleare italiana e, naturalmente, il popolo dice che no, una Černobyl italiana non la vuole vedere. Per cui il governo è costretto ad abbandonare la ricerca sull'atomo, ripresa in seguito all'estero affidando gli studi al settore privato (leggasi Enel).
Tutto questo fino a qualche mese fa, quando il nostro Governo annuncia che i tempi sono maturi per far rientrare il nucleare tra le fonti energetiche italiane.
Ieri l'annuncio: «Entro tre anni partiranno i lavori per la prima centrale nucleare» a patto, però, di convincere prima l'opinione pubblica su quanto è bello, buono e giusto l'atomo. Per questo – nel solco dei migliori regimi di stampo sovietico – è stato già dato mandato ai pubblicitari di creare uno spot da mandare sulle reti Rai.

A sentire queste parole mi è venuta, d'istinto, una domanda: perché l'Italia vuole il nucleare e nessuno dice niente e per l'Iran l'Occidente sta facendo tutto questo casino?
D'accordo: l'Italia sullo scacchiere geopolitico mondiale vale più o meno quanto una banconota da un euro e cinquanta, ma sempre di nucleare si tratta, no? Vuoi vedere che esiste energia nucleare “buona” - solitamente filo-americana – ed energia nucleare “cattiva”, che sicuramente sarà quella iraniana?

Ma parafrasando il De André de “La mia ora di libertà” potremmo dire che non ci sono nucleari buoni.
Oppure, letta al contrario, se è cattivo quello iraniano deve essere cattivo anche il nostro. O no?

E veniamo così alla seconda data che presentavo all'inizio: il 14 agosto del 2002.
Anche in questo caso, però, dobbiamo partire un po' prima. Più o meno mezzo secolo prima.
Tra il 1951 ed il 1953 l'Iran è governato dal democratico Mohammad Mossadeq, il quale fa una cosa che a “certe persone” non piace: così come Omar Torrijos voleva che Panama tornasse ai panamensi (e per questo fu ucciso con un incidente aereo nel 1981), il Primo Ministro iraniano aveva un'unica idea in testa: che il petrolio, di cui l'Iran è sempre stato ricco, portasse vantaggi agli iraniani e non alle multinazionali petrolifere occidentali (si pensi alla nazionalizzazione dell'Anglo-Iranian Oil Company). Per questo fu destituito dalle forze anglo-americane ed al suo posto venne messo lo Scià Mohammad Reza Palhavi grazie ad un'operazione coperta dai servizi segreti americani e britannici (la c.d. “Operazione Ajax”).

Con il ritorno di Teheran sotto l'influenza a stelle e strisce però, gli americani non trovano solo il petrolio, perché da quel momento in poi in Iran iniziò a circolare anche il nucleare. Sono sempre stati così gli Stati Uniti: prima creano dei gruppi per resistere ad un nemico e poi, quando quell'amico non gli serve più, iniziano a definirlo “terrorista”. Un po' quello che successe con Saddam Hussein, che in gioventù aveva anche collaborato con la CIA.
E veniamo alla stretta attualità (più o meno...).

Siamo nel 2002, ed in quel 14 agosto, a Washington, c'è una conferenza stampa in cui il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (l'autoproclamato Parlamento in esilio) capeggiato dai Mujahadeen-e-Khalq (MEK) annuncia che l'Iran si sta munendo della bomba atomica.
Fin qui niente di strano ed eccezionale. Però...

Però poi, facendo una piccola ricerca su quello che per gli americani rimane ancora ufficialmente un gruppo terroristico (il MEK, appunto), si scopre che prima a dirigerlo c'erano i servizi segreti dell'ex leader iracheno che, con la sua morte, sono passati direttamente sotto la tutela della Central Intelligence Agency (la CIA).
Ricordiamoci che questo è un gruppo dissidente, cioè un gruppo contrario all'attuale regime iraniano: è solo un caso, dunque, che – stando ai maggiori esperti – il prossimo fronte della “guerra al terrore” si aprirà proprio tra le strade che videro, negli anni '70, la rivoluzione verde?  

E se, come può apparire ovvio ad una lettura geopolitica più esperta, la guerra in Iraq – che tutti noi crediamo sia fatta per il petrolio – non sia solo un'azione di disturbo su vasta scala, utile a dislocare tutto il necessario (uomini e mezzi) per portare alla luce un conflitto che gli Stati Uniti portano segretamente avanti dal 2002 (proprio grazie al MEK ed ai velivoli aerei senza pilota)?

Daniel Pipes, firma del New York Post e tra le principali figure del neoconservatorismo americano (uno che ha lavorato sotto l'amministrazione Bush padre e che si schierò a favore dell'intervento americano in Vietnam, quindi non esattamente il tipo di fonte “politicamente” a me più vicina), scrive:

«Il MEK non è il tipico gruppo ostile all'Occidente, ma un'organizzazione con una forte presenza politica nelle capitali occidentali, con oltre 3.000 soldati di base in Iraq, e che è dedita a un solo obiettivo: abbattere il suo “arcinemico”, la Repubblica islamica dell'Iran».

Non so a voi, ma a me – alla fine – rimangono ancora delle domande, su connessioni che non riesco a trovare:

  1. Se le informazioni principali sull'atomica iraniana sono state fornite da un gruppo dichiaratamente ostile al suo regime, quanto di quel che viene riportato in esse contenuto è attendibile ed obiettivo e quanto derivante dalla posizione politica contraria al regime degli ayatollah?
  2. Perché gli Stati Uniti, prima di occuparsi del nucleare iraniano, non si occupano di quello – ben più pericoloso perché attivo da molto più tempo – di Israele?
  3. La differenza tra il nucleare iraniano e quello israeliano ed italiano, è dunque di natura politica, per cui gli alleati estadounidensi dispongono di un nucleare “democratico” ed i nemici di uno “dittatoriale”?
Arrivati alla fine, a ben vedere, mi sa che qualche connessione inizio a trovarla...

1 commento:

Matteo ha detto...

Ottimo post. Anche perché se l'Iran costruisce un'arma nucleare è per difesa, per difendersi da Israele che lo possiede da molto prima.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che la corsa agli armamenti di Israele (e l'utilizzo criminale che ne ha fatto) ha destabilizzato tutta l'area.