lunedì 16 agosto 2010

La Legge del Dragone

16 Agosto 2010, la Cina supera il Giappone nel ranking delle potenze economiche e si va a collocare al secondo posto dietro gli Stati Uniti. Il “paese dragone” come piace chiamarlo ad alcune testate giornalistiche, volendo mostrare forse un’assurda nobiltà ferina di un paese che invece è solo l’espressione di una violenza animale, si trova sempre più nella posizione di dettare la propria legge anche fuori dai propri confini territoriali. La Cina ad oggi è il primo esportatore mondiale, grazie al lavoro coatto prodotto nei Laogai e al miliardo e 300 milioni di individui costretti in condizioni di povertà e di disagio (popolazione totale: 1.336.920.000 persone) che permettono all’élite governativa crescite da 10 punti percentuali di PIL.

Il denaro dell’esportazioni poi va ad essere nuovamente investito con il proposito di alterare o congelare equilibri internazionali anche a dispetto di evidenti violazioni dei diritti umani. Non è segreto infatti l’appoggio cinese ad Omar al Bashir responsabile delle stragi in Darfur, in virtù del legame economico che lega la Cina all’acquisto di circa due terzi del petrolio sudanese.

Oggi come mai dobbiamo trovarci a fare i conti con il modello cinese, non solo dobbiamo avere il coraggio di controllarlo e non permettergli che attraverso l’accettazione passiva possa dilagare in Europa e in Italia, ma è nostro dovere anche contrapporre a questo un modello alternativo non basato sulla discriminazione di censo e sul puro interesse economico.

Il modello non solo finanziario ma anche culturale attualmente dominante un po’ ovunque, ha portato alla nascita della realtà aberrante della Cina e porterà inevitabilmente per costituzione intrinseca alla venuta al mondo di nuovi mostri; non vi sono altre plausibili evoluzioni.

E’ necessario un cambiamento drastico, un moto d’orgoglio che si opponga all’accettazione dello status quo, peraltro imposto da un’entità straniera e disumana, e che ridefinisca l’azione economica, politica ed umana.

5 commenti:

AlessandroStefano ha detto...
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AlessandroStefano ha detto...

Questa è una realtà tanto cruda e violenta quanto vicina a noi. Nel nostro stesso paese (ormai un pò ovunque) siamo circondati da stanzoni dove proprio loro lavorano senza soste, sottopagati e costretti a vivere in condizioni miserevoli. E tutto ciò contribuisce al ranking della Cina tra le potenze mondiali. Si dovrebbe trovare una soluzione ma non solo come singoli individui, ma come stato/i.

AlessandroStefano ha detto...

Dimenticavo, complimenti per l'articolo! Ormai ci hai abituati bene! ;)

Ele ha detto...

Leggendo questo articolo mi sembrava di percorrere i miei pensieri: purtroppo si tratta di qualcosa che abbiamo tutti sotto gli occhi, ma che fatichiamo ad accettare. Ciò che più mi sconforta è l'atteggiamento degli altri stati, che, mi duole dirlo, mi ricorda quello che fu tenuto nei confronti della Germania hitleriana. Cosa possiamo fare per contribuire a fermare questo scempio?!
Ad ogni modo complimenti per l'articolo, fantastico come al solito ;D

Loris ha detto...

Niente di strano che accada questo, il capitalismo ha già vissuto fasi identiche in diverse epoche. L'Inghilterra della prima metà dell'ottocento, poi gli stati uniti d'America e la Germania, poi la Francia e il Giappone, oggi la Cina e l'India e il Brasile, e domani il sudafrica, le nazioni arabe, il centroamerica. L'imperialismo economico è un fattore connaturato al sistema di produzione globale. Ma prospettare una soluzione che parta dalle nazioni attaccate nel loro dominio (USA e UE) significa di fatto ragionare in termini altrettanto bestiali.