sabato 27 febbraio 2010

Le bombe saranno pure intelligenti...

Marjah (provincia centrale di Uruzgan, Afghanistan)27 civili uccisi, tra cui quattro donne e un bambino, e 12 feriti è il bilancio di uno degli ultimi attacchi aerei “democratici” del contingenge Nato in Afghanistan.
L'obiettivo ufficiale era «un gruppo di sospetti insorti che si riteneva fossero in marcia per attaccare una certa unità congiunta di militari afghani e dell'Isaf». “
sospetti” insorti...si riteneva...una certa unità: queste tre affermazioni mi danno da pensare. Mi fanno pensare al pressappochismo delle operazioni del contingente “per la liberazione dal terrorismo” in suolo afghano – e a questo punto anche in suolo iracheno ed in ogni altra zona in cui l'Alleanza Atlantica ha inviato contingenti – perché io credo, stando ai film di guerra che mi capita ogni tanto di guardare, operazioni simili devono essere precise in ogni minimo dettaglio, o forse mi sbaglio?

Ma andiamo avanti: i famosi “ribelli” a cui le forze di pseudo-pace della Nato davano la caccia (con gli aerei poi mi dovranno spiegare come fanno...) si è poi rivelato essere un convoglio composto da tre civilissimi minibus. E questo dovrebbe farci capire ancora una cosa in più sull'idiozia della guerra: neanche la tecnologia più intelligente che possa essere progettata è in grado di capire la differenza tra un terrorista ed un civile, altrimenti – se un missile fosse davvero intelligente quanto dicono – una volta sganciato
compirebbe una rotazione di 180 gradi e non andrebbe a colpire un asilo nido con 3.000 bambini o un villaggio di case di fango e paglia, ma andrebbe a colpire chi ha premuto il pulsante per la fuoriuscita del missile – in realtà mero burattino nel gioco della geopolitica mondiale – oppure andrebbe a colpire direttamente chi quella guerra l'ha voluta, come le banche (le principali sono ai primi posti per il finanziamento delle aziende che producono armi) o i petrolieri, perché sono loro i veri “terroristi”. Tutte le bombe, le testate nucleari, i missili intelligenti dovrebbero essere un po' come
Carmela, la bomba intelligente cantata dal gruppo della 99 Posse e dai Bisca fino a qualche anno fa.

«Un bombardamento aereo» - si legge ancora nel comunicato - «ha causato un certo numero di morti e feriti». Eh già: ai burattinai, a quelli che fanno le guerre perché altrimenti ci sono migliaia e migliaia di armi prodotte ed inutilizzate, a quelli che fanno le guerre perché il petrolio, l'uranio o qualunque altra risorsa naturale costa troppo non interessa se quei civili avevano una famiglia, dei figli, magari erano anche contenti dell'intervento della “forza democratica” che avrebbe sicuramente migliorato il loro modo di vivere, a loro non interessa se con le bombe uccidono non solo migliaia di bambini, ma anche i loro sogni, le speranze loro e quelle dei loro familiari di potere un giorno vivere in un futuro roseo. No, per i burattinai questi sono solo “gli effetti collaterali”, sono le cifre sulle quali poter rifinanziare gli interventi nelle zone di guerra. Numeri, sono solo numeri. E dunque va bene il comunicato di cordoglio: «Ci dispiace, non volevamo. Ma state tranquilli perché apriremo un'inchiesta», dicono. E intanto, mentre l'inchiesta viene aperta i militari possono continuare a fare rastrellamenti casa per casa, rapendo ed arrestando a piacimento gli uomini e violentando donne e bambine, mentre i burattinai continuano a stuprarne i villaggi, le città ed i paesi con l'unico scopo di arraffare il più possibile ed aggiungere biglietti verdi ai loro conti in banca, in attesa di scatenare la prossima crisi, la prossima bolla speculativa o la prossima guerra con il beneplacito dei governi dei paesi invasi. Perché «noi esportiamo la pace, cazzo», come direbbe Gaber.

«
Ho chiarito alle nostre forze che noi siamo qui per proteggere il popolo afghano, e uccidere o ferire inavvertitamente civili mina la fiducia nella nostra missione» dice Stanley McChrystal, di professione generale. Ok, ma da chi devono essere difesi? Dallo spauracchio di Al Quaeda? Cioè da «la base» - questa la traduzione dall'arabo – di un terrorismo che si fa passare per islamico ma che in realtà, libro di storia alla mano, è invenzione degli americani in funzione anti-sovietica? O forse dal Premio Nobel per la Guerra Obama? No, neanche da lui, perché altrimenti i militari dovrebbero tornarsene ai loro paesi di origine e non occupare con la forza un paese straniero. E allora da cosa stiamo difendendo gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri? O forse, con la scusante della “guerra per la pace”, stiamo semplicemente difendendo il nostro diritto di dominio sul resto del mondo?

Finisco questo articolo raccontandovi una storia. Una normale storia di guerra, di quelle che possono capitare – come abbiamo visto – ogni giorno. Per farlo ci spostiamo a Lashkargah, non molto lontano da Marjah.
Maryam ha 5 anni, è nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr e si è trasferita ad Helmand, dove la sua famiglia (padre, madre, un nonno, uno zio, quattro fratelli e due sorelle) cercava fortuna, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. 20 kg è il peso dello scatolone di volantini informativi delle forze di occupazione Nato che la schiacciano, alle tre del mattino del 27 giugno dello scorso anno. Solitamente questi scatoloni si aprono durante la caduta, lasciando cadere i volantini in una pioggia cartacea. Quello, evidentemente, era difettoso. Può succedere, d'altronde chi di noi non si è mai trovato di fronte a qualcosa di difettoso? Per molti giorni la piccola Maryam è stata operata nell'ospedale di Emergency, dove di fatto le è stata ricostruita tutta la parte inferiore del corpo. Ciò ha due risvolti importanti:



  1. Come potrà vivere una bambina, quindi una futura donna, senza organi genitali in un paese come l'Afghanistan?
  2. Cosa potrà rispondere, un giorno, a chi le dirà che quegli uomini che le hanno spaccato in due le ossa, erano lì per difenderla e per “portare la pace”?

Io, al suo posto, risponderei che
una bomba può essere intelligente quanto vi pare, ma se a comandarla è una persona "non intelligente quanto la bomba", gli effetti saranno gli stessi di una bomba “ignorante”.

Articolo di A.Intonti



mercoledì 17 febbraio 2010

Ostaggi



Eccallà, direbbero a Roma. Ci risiamo di nuovo: il leader libico e mad dog della politica internazionale Muhammar Gheddafi lo ha rifatto. Cacciati tutti i cittadini dei paesi appartenenti all'area Schengen. Negli anni '70 – a pochi mesi dal golpe con il quale era salito al potere rovesciando re Idris I – aveva cacciato tutti i cittadini italiani, espropriando tutti i loro averi, per le beghe coloniali della guerra. E fin lì, forse forse, gli si poteva anche dar ragione. «Di colpo fu il caos. Non si capiva più niente. Ci bloccarono i conti corenti; e così non avevamo nemmeno gli spiccioli per fare la spesa. Poi capimmo che non avremmo potuto portare niente. E ricordo le scene umilianti delle perquisizioni prima di farci entrare in ambasciata: temevano che nascondessimo l'oro e lo portassimo al sicuro» dice Giovanna Ortu, presidente dell'associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

Ora ci riprova, rinverdendo una diatriba che dura da circa un anno e mezzo fa, da quando cioè le autorità elvetiche avevano arrestato suo figlio Motassin Bilal (detto “Hannibal”, il perché non oso neanche immaginarlo...) reo di aver maltrattato due domestici in un hotel di Ginevra. Essendo evidentemente molto permaloso ed attaccato alla famiglia, il leader libico per ripicca non solo blocca le esportazioni di petrolio verso il paese della cioccolata, non solo ritira dai suoi conti svizzeri qualcosa come 5 miliardi di euro, ma come ciliegina sulla torta sequestra anche due uomini d'affari elvetici che si trovavano a Tripoli. Naturalmente nessuno dice niente, perché Gheddafi beh...è Gheddafi, e sappiamo tutti com'è fatto no?
Comunque la storia finisce con l'allora Presidente della Confederazione Elvetica Hans-Rudolf Merz costretto a genuflettersi di fronte al leader libico, il cui potere, evidentemente, si espande oltre i confini dell'ex-colonia italiana.

Le acque sembrano tornare quasi tranquille, finché qualche giorno fa la Svizzera crea una «black list», di quelle che vanno tanto di moda nell'epoca del post 11/9 con i cattivi libici: 188 persone, tra cui Gheddafi e famiglia.
È il caos: dalla Libia partono strali contro tutti i paesi dell'area Schengen (cioè praticamente tutti i Paesi europei, ad eccezione di Gran Bretagna e Irlanda, più Islanda, Norvegia e – appunto – Svizzera più Cipro, Bulgaria e Romania che aderiscono in maniera provvisoria), rei di essere solidali con Berna.

Breve passo indietro: gli accordi di Schengen sono stati firmati nel 1985 nella cittadina lussemburghese che ne dà il nome e definiscono la libera circolazione di persone, merci e servizi all'interno dei paesi aderenti, eliminando così le frontiere interne, aumentando i controlli sulle frontiere c.d. “esterne”. Integrato sia nel Trattato di Maastricht che nella Costituzione degli Stati Uniti d'Europa (nota come Trattato di Lisbona), prevede che se uno dei paesi che ne fanno parte adotti – come nel caso di specie – una lista nera, questa si estenda a tutti i paesi aderenti. È una cosa logica: se non ho controlli all'interno dei paesi dell'area, e uno degli stati appartenenti non vuole che circolino persone che definisce “sgradite”, come fa a controllare che quei soggetti non transitino nel suo territorio, se l'unico controllo che poteva fare – quello alle frontiere – non esiste più?

È la fine: scene di panico in tutta Europa, in particolare in Italia, unico paese passato da colonizzatore a colonizzato dalla stessa nazione (cioè la Libia). Perché noi siamo più intelligenti degli altri, e come trattiamo noi i dittatori non li tratta nessuno. Circa 20 anni fa c'erano Mohammed Siad Barre – che allora imperversava in Somalia – e Bettino Craxi. Costruimmo qualcosa come 450 km di nulla che prende il nome di “autostrada” Garowe-Bosaso sulla quale molto è stato detto, tra cui anche di essere cimitero per le scorie nucleari che dai paesi industrializzati vengono gettati nelle discariche del Terzo Mondo con quel fenomeno noto come “navi a perdere” (e di cui anche Ilaria Alpi si occupò prima di essere uccisa nel 1994 proprio in Somalia). Cambiano gli interpreti – oggi abbiamo al di là del Mediterraneo il leader libico ed al di qua Berlusconi – ma il film è sempre lo stesso, autostrada annessa.

Sinceramente dei rapporti Svizzera-Libia poco me ne cale, mi interessa di più notare il servilismo con cui i politici italiani – di destra e sinistra (quando si dice una politica “bipartisan”) - si prostrano nei confronti del leader libico. Su La Stampa di oggi, c'è un'intervista al nostro presunto Ministro degli Esteri (presunto in quanto la politica estera è da sempre fatta nei consigli di amministrazione delle grandi aziende nazionali, basti pensare a quel che fa l'Eni, peraltro ben presente in territorio libico) in cui si dice – cito testualmente – che «la decisione svizzera che equipara Gheddafi a terroristi internazionali poteva essere evitata». Non so voi, ma io mi sento un attimino preso per i fondelli da un'affermazione del genere. Tutti sappiamo il trattamento non certo di favore che la Libia riserva a chi viene colto in flagranza mentre tenta di fuggire dalle sue coste. Dalle mie parti uno così si chiama “terrorista”, così come terroristi sono tutti quegli stati – e quindi quegli uomini e quelle donne, visto che uno stato è fatto “fisicamente” dalle persone che lo abitano – che creano guerre per rubare il petrolio ed altre risorse atte al mantenimento dello status di “mondo ricco” (ma questa è un'altra storia...).

La “perla” dell'intervista però non è questa affermazione. Alla domanda se il blocco dei visti ai cittadini europei sia da considerare come l'ennesima provocazione a Gheddafi, Frattini (per una volta trovato in Italia, visto che di solito è sempre in vacanza alle Maldive quando succede qualcosa...) risponde così: «Agendo in questo modo, la Svizzera prende in ostaggio gli altri Paesi dell'area Schengen». Qui l'apoteosi, la standing ovation della diplomazia di sottomissione al leader libico. Noi che abbiamo permesso a Gheddafi di soggiornare in tenda a villa Pamphili in barba a qualunque divieto che sarebbe invece stato ampiamente rispettato se la tenda fosse appartenuta a qualunque altro disgraziato, straniero o autoctono che fosse; gli abbiamo permesso di fare il “beato tra le donne” mettendogli a disposizione schiere di donne; gli abbiamo permesso di prenderci per le patriottiche terga in tutto il suo soggiorno in Italia; gli diamo navi ed armamenti oltre a 5 miliardi di euro (e la già citata autostrada...) perché gli abbiamo invaso il paese 60 e più anni fa (senza che peraltro lui si sia mai scusato di aver rubato le terre agli italiani che cacciò trent'anni fa) ed è la Svizzera a tenerci tutti in ostaggio?



sabato 13 febbraio 2010

Nuove prove sull’export dei Laogai

Leggiamo tutti i giorni della crescita economica del gigante asiatico. I media ed i politici fanno a gara per chi più alimenta il consenso per la Cina. Sono gli stessi politici che, spesso, si riempiono la bocca di belle parole sul progresso e la democrazia e che condannano il razzismo e la discriminazione. Però non osano criticare il regime di Pechino: una dittatura che perseguita i dissidenti, che discrimina contro le minoranze tibetane e uighure, che uccide fino a 10,000 persone all’anno, che traffica gli organi umani dei condannati a morte, che perseguita tutte le chiese e che gestisce il sistema concentrazionario più grande della storia: i laogai. I più di mille campi di concentramento dove, milioni di persone sono condannate ai lavori forzati per produrre a costo zero per il regime. Infatti, i laogai hanno, spesso, due nomi: uno come impresa commerciale ed uno come prigione. Le condizioni di lavoro sono orribili. Sconosciuti i limiti di orario di lavoro, sicurezza e igiene. Giaciglio, spesso, vicino alla fossa biologica. Pestaggi e torture all’ordine del giorno. Cibo somministrato a seconda della quantità di lavoro eseguito. Religiosi e dissidenti mescolati con i delinquenti comuni. In un rapporto della Laogai Research Foundation (www.laogai.it/?p=16950), pubblicato questo mese, risulta che più di 100 laogai pubblicizzano le proprie attività sui principali siti commerciali internazionali, in inglese ed in altre lingue, incluso l’italiano. Ennesima prova che i Laogai sono molto attivi nell’export. Già nel 2008, tra tutti gli esportatori che appaiono nella banca dati della Dun & Bradstreet, sono stati scoperti ben 314 Laogai. Quindi, fra i mille Laogai conosciuti, almeno 414 sono attivi nell’export. Ma ci vogliamo rendere conto che la tanto decantata “competitività cinese” nasce semplicemente dal lavoro forzato e dallo sfruttamento umano? E che i poteri forti, mediante la stampa ed i politici asserviti, alimentano simpatia per Pechino solo perchè sfruttando i lavoratori cinesi ed i detenuti dei Laogai fanno più soldi! Quei stessi poteri forti che stanno cercando di bloccare la legge che protegge il “made in Italy” al Senato e questo dopo che il Parlamento l’ha approvata con 543 sì, un solo no e due astenuti! Italiani, di qualsiasi tendenza politica voi siate, svegliatevi! È in gioco il futuro dei vostri figli. L’importazione dei prodotti, spesso nocivi alla salute e manufatti dal lavoro forzato non è solamente immorale ma anche molto deleteria per la nostra economia perchè causa bancarotte di impresa e disoccupazione. Gli USA hanno già una legge che vieta l’importazione dei prodotti del lavoro forzato (la 1307). Che aspetta il nostro Parlamento ad introdurre una simile legge in Italia?

Articolo di Toni Brandi
http://www.laogai.it/?p=16961

lunedì 1 febbraio 2010

La fatwa leghista

«E dì alle credenti di abbassare e custodire il loro pudore; e di non mostrare i loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare».
[Corano (24:31)]

«O Profeta, dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso»
[Corano (33:59)]

Dovrebbero essere questi i “versetti malefici”, quelli secondo i quali l'uso del burqa deriverebbe da obbligo religioso. Se solo il burqa avesse qualcosa a che fare con la religione, naturalmente.
Non conosco molto la cultura islamica, tanto meno quella derivante dalla religione, ma informandomi in questi giorni una cosa mi è chiara: l'uso del velo non ha niente a che fare con la religione, ma è – di contro – libera scelta della donna. L'unico limite che viene imposto è quello – come recitano i versetti del Corano su esposti – che la donna abbia un certo pudore di fronte a uomini sconosciuti, o comunque non appartenenti alla famiglia. Io non ci vedo niente di particolarmente folle, anzi. È come se per noi occidentali – sapete no? Quegli strani soggetti che si riempiono la bocca di parole come “libero arbitrio” e cose simili – fosse la cosa più normale del mondo andare a casa di uno sconosciuto e trovare le donne di casa che girano completamente nude anche in presenza di sconosciuti. Credo che chiunque si sentirebbe a disagio e avrebbe qualcosa da ridire. Ma su questo aspetto ci tornerò in seguito.
La materia del contendere nella laicissima Francia – evito di citare il caso italiano, perché come al solito noi ci mostriamo ancora una volta per quel che siamo: l'inutilità fatta identità nazionale – riguarda, appunto, l'aspetto religioso. Ed in Francia ha anche un certo senso un discorso simile, considerando che per essere coerenti con l'idea di eliminare tutti i simboli religiosi sono stati eliminati anche i crocifissi, nonostante il numero di donne musulmane che portano il velo “integrale”, che sia il tanto vituperato burqa o il niqab (il velo con il quale si lasciano scoperti solo gli occhi), sia veramente infimo (un paio di migliaia di persone su un totale di circa 65 milioni di abitanti della République). C'è però una domanda alla quale non riesco a trovare risposta, se accetto l'idea che l'imposizione di questi veli sia di natura religiosa: se questa è un'imposizione che, da quel che ci dicono in tv e sui giornali, per la religione islamica vale come legge inderogabile, perché molte donne credenti non lo portano? Sono tutte peccatrici oppure c'è una diversa spiegazione? Non sarà che la nostra classe dirigente – non solo quella italiota – applica questo connubio solo in funzione islamofoba? Perché se così non fosse io l'unica risposta che riesco a darmi è sempre quella: le donne scelgono sia se coprirsi – cosa che allora mi fa propendere per una certa elasticità del dettame religioso islamico, sconosciuta ad altre religioni – sia come farlo, cioè se coprirsi solo i capelli (con l'hijab) oppure se coprirsi integralmente con burqa o niqab.

Io non sono un esperto di cultura islamica, anzi, non credo di essere esperto neanche della mia, ma siccome sono uno che adora ficcanasare nelle culture altrui, la prima cosa che mi colpisce è sicuramente la possibilità di differire nella scelta del velo:

  1. Hijab: deriva dalla radice araba h-j-b e significa nascondere allo sguardo, celare. Il campo semantico, dunque, è più ampio rispetto alla nostra traduzione di "velo" (un hijab può essere una tenda, una cortina, comunque qualunque cosa che, appunto, nasconda allo sguardo un qualcos'altro). Non è invenzione islamica, in quanto già nel mondo greco si poteva riscontrare l'usanza delle donne di coprirsi per uscire. Situazione familiare a tutta l'area mediterranea (di cui alcune reminiscenze ancora oggi le troviamo qui in Italia, soprattutto nel Sud, altro punto su cui tornerò in seguito...)

  2. Chador: termine che deriva dal persiano ciâdar (velo, mantello) consiste in un velo, generalmente di colore scuro, che lascia scoperti soltanto le mani ed il viso, capelli esclusi. Fu il segno esteriore più evidente della rivoluzione khomeinista in Iran (1978-1979), nonostante non fosse indumento particolarmente in voga, soprattutto negli ambienti della borghesia occidentalizzata. In Iran la sua re-introduzione (lo Scià Reza Pahlavi lo bandì infatti nel 1936 perché considerato incompatibile con l'ammodernamento - da leggersi più come "occidentalizzazione" - del paese) ebbe anche una forte connotazione politica: indossarlo, infatti, significava protestare contro i valori occidentali che lo Scià tentava di introdurre nel paese.
  1. Niqab: caratteristico dei paesi musulmani sunniti (cioè la quasi totalità dei paesi, i cui credenti si considerano l'ortodossia islamica, in quanto - secondo loro - veri depositari della "tradizione" del Profeta) quello "classico", come quello egiziano, è nero e pesante, costituito da un velo che copre la parte alta della testa ed un altro velo che copre i lineamenti del volto.

  2. Burqa: tipico della zona afghana, è costituito da una tunica che copre integralmente il corpo, lasciando la possibilità di intravedere attraverso una retina posizionata all'altezza degli occhi. Sicuramente il velo più controverso, viene introdotto all'inizio del '900 durante il regno di Habibullah, che impose questo particolare indumento per evitare che gli uomini potessero avere tentazioni con le 200 donne del suo harem.

Dovremmo aver capito a questo punto, che il velarsi – oltre a non essere invenzione islamica – è un modo per difendere la donna da possibili “sguardi indiscreti”, e proprio evidenziando questo termine – “sguardo” - si può capire l'utilità della retina sugli occhi: a noi viene detto come si vive dentro un burqa in questi giorni, con patetici tentativi di spiegare una consuetudine di una cultura non nostra senza raccontarci anche il contesto che ha permesso a quella cultura di arrivare a quella particolare tradizione. Evitiamo ipocrisie: a quanti maschi – di quelli che ancora credono alla figura del “macho”, dell'uomo padrone sulla donna – farebbe comodo “burqare” le proprie donne, così da essere gli unici a poterle vedere? Si eviterebbe, ad esempio, di andare in giro e fare scenate di gelosia per uno sguardo scambiato tra lei ed i passanti di sesso maschile. Ed ecco spiegato il motivo della retina: evitare giochi di seduzione attraverso lo sguardo! Vi sembra ancora così “strano”, alla luce di ciò?

Riprendo i due punti lasciati in sospeso fin qui: il concetto stesso di velarsi come forma di rispetto (per le credenti islamiche il rispetto verso Allah) a noi non è così sconosciuto: quante donne, in particolare le signore anziane, hanno la consuetudine di velarsi il capo durante i funerali o le messe per portare rispetto al defunto o al dio in cui credono? Al Nord forse non è più così, ma se come me venite dal meridione ve ne potreste tranquillamente rendere conto. Credo sia qualcosa legato al pudore – verso uno sconosciuto o verso una divinità, qualunque essa sia – questa di mostrare il rispetto attraverso l'atto di coprire il proprio corpo.
Per cui se dobbiamo davvero leggere tutta la diatriba in chiave religiosa, io – non credente – non ci vedo niente di così deplorevole in un atto simile ma, di contro, ci vedo il palesarsi di una forte religiosità, se poi ci si rivolga a Dio, Allah o ad altri è solo una questione puramente geografica.

Il caso.
Lei si chiama Mahinur Öezdemir, è una ragazza islamica come tante altre, una che – come tante altre – porta l' hijab. Ha una particolarità però: è membro del Parlamento Regionale di Bruxelles e si è presentata alla seduta inaugurale della sua assemblea a capo coperto, giurando di rispettare la costituzione (come da prassi) senza che ciò scatenasse interrogazioni parlamentari di alcun tipo. Lo stato belga si dichiara neutrale in ambito religioso, ma naturalmente il dibattito è apertissimo. Non so se le sarebbe stato permesso di entrare con il velo nel Parlamento francese, so per certo che in Italia se ne sarebbe dibattuto perlomeno da un mese prima dell'evento, con le solite bordate del partito dei “filo-parrocchia” - quelli cioè, come la Binetti, che si fanno comandare dal Vaticano anche con quale piede alzarsi la mattina - che non fanno altro che fare esattamente quel che denunciano sia fatto dagli “altri” (da intendersi come “quelli brutti, sporchi, cattivi e stupratori degli arabi”). Forse non ce ne accorgiamo, troppo presi dal capire se i capelli di Berlusconi sono veri o fasulli o intenti a dibattere sull'opportunità di Noemi Letizia di andare in televisione (ma non vi sentite ridicoli ad andare appresso a queste cazzate?), ma questo partito, quello stesso che tempo fa apostrofò come “assassino” Beppino Englaro che chiedeva solo il fine pena per una figlia che soffriva da 17 anni (ma nel paese dell'ergastolo – cioè del fine pena mai - è logico che si applichi il concetto anche in altri ambiti...) è un partito ben più forte di PdL, Pd, Udc messi insieme. Possibile che non ve ne rendiate conto? Non so in Francia, ma conoscendo il mio paese, potrei quasi dar per certo che la questione burqa sia stata utilizzata in chiave ideologica non solo dalla Lega (secondo la quale saremmo di fronte all'inizio di una nuova dominazione islamica...) ma anche, e soprattutto, dal Vaticano, cioè dal vero governo di questo paese.

«È vietato l'uso di qualsiasi mezzo che non renda visibile l'intero volto, in luogo pubblico o aperto al pubblico, inclusi gli indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa». Questo dovrebbe essere il testo della fatwa leghista(per chi non lo sapesse: con il termine fatwa si definisce, nella cultura islamica, il decreto di carattere religioso promulgato dai dotti islamici, che regola questioni di attualità) voluta da Roberto Cota, Manuela Dal Lago e Carolina Lussana della Lega Nord – d'accordo, non proprio dei “dotti” e tantomeno islamici – a modifica dell'art.5 della legge 152 del 1975, che vieta(va?) l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento di una persona senza giustificato motivo.
Secondo Lussana poi, oltre a garantire l'egualitarismo nel rispetto della legge nazionale, questa norma servirà per fronteggiare la minaccia terroristica della jihad islamica. Perché tutti sappiamo che il vero problema del terrorismo di alcuni movimenti arabi (che in occidente viene opportunamente identificato con un fantomatico terrorismo di matrice religiosa) non sono i kamikaze (e chi li rifornisce, solitamente industrie o multinazionali che producono armi qui in Occidente...); nossignore: il vero problema del terrorismo è il velo! Quindi rendendo illegale il velo in Italia e in Francia avremo debellato il problema terroristico! Per cui io invito gentilmente tutte le donne islamiche in questi due paesi a spogliarsi – letteralmente – di questo orpello religioso, così i grandi paesi ricchi potranno far rientrare a casa i militari inviati in Afghanistan ed in Iraq per esportare la democrazia! Quasi me ne dimenticavo: dovrebbero rientrare anche le imprese che sono in quei paesi per rubare risorse come il petrolio o l'oppio, naturalmente.
Una multa che può arrivare fino a 2 mila euro e la carcerazione fino a 2 anni: è questa la pena comminata dal trittico di verde vestito qualora si trovasse qualcuno in flagranza di reato. Come al solito in Italia si mandano in carcere i “poveracci”, i “ladri di galline” e si lasciano liberi i veri criminali (liberi ovviamente di fare i parlamentari, leggasi caso Cosentino).

Come funziona negli altri paesi europei.
In Italia e Francia abbiamo già visto – più o meno – che aria tira in merito al divieto del burqa. E negli altri paesi? InBelgio, come accennato prima, non esistono leggi di carattere nazionale che regolino la questione, ma si fa spesso appello ad ordinanze locali indirizzate spesso lungo la via repressiva. Stesso dicasi per l'Olanda e la Danimarca, improntate però più su un divieto relegato al campo del settore pubblico. Spicca invece la Gran Bretagna che ha affermato di non avere intenzione di legiferare in materia, demandando la decisione ai direttori delle scuole (che ovviamente possono “legiferare” solo per quanto riguarda la vita all'interno degli istituti scolastici che sono chiamati a guidare).

Si calca molto la mano, in Italia, sul problema “sicurezza”, adducendo la tesi che sotto il burqa o il niqab, non riuscendo a vedere, si potrebbe nascondere una bomba o qualche arma. Preoccupazione legittima, se quegli abiti fossero “pelle”, fosse cioè impossibile toglierli. Come ho avuto modo di appurare in questi giorni seguendo vari dibattiti – sia in televisione che sulla carta stampata – il precetto di velarsi impone anche, qualora richiesto da un'autorità, di svelare il proprio viso, per cui nel caso di donna “burqata”, sarebbe semplice appurare se, ad esempio, l'identità dei documenti corrisponda all'identità di chi li presenta: basterebbe chiederglielo! Ma naturalmente fa più comodo far passare l'idea che lì sotto, sotto quei tessuti, ci siano schiere e schiere di donne kamikaze. «Chi me lo dice che c'ha sotto?» si chiede l'uomo della strada dopo aver opportunamente squadrato l'”E.T.”di turno. Domanda che non sarebbe neanche immaginabile se la nostra retriva cultura non fosse fondata sul sospetto verso tutto ciò che è “diverso” (e qui si aprirebbe una questione che non è il caso di aprire in questa sede). Alla luce di quanto ci ha mostrato una giornalista di Repubblica che ha girato per Milano con il burqa io mi chiedo se passi più inosservata una donna vestita alla maniera islamica oppure una donna con minigonna e borsetta (utilizzando lo stesso metro di giudizio di chi chiede cosa c'è sotto al burqa ci si potrebbe chiedere quali armi possa contenere la borsa di una ragazza, che spesso assomiglia più alle tasche senza fondo di Eta Beta).

È tutta una questione culturale. E nell'asserire ciò trovo inaspettata sponda nel think thank di Gianfranco Fini, cioè laFondazione FareFuturo che sul suo magazine qualche giorno fa definiva che è giusto proibire l'utilizzo del burqa – d'altronde stiamo sempre parlando di un organo di destra/centro-destra – ma non è con l'imposizione (o con la repressione) che si risolve un problema che è prima di tutto di natura culturale.
Ammettiamo per un attimo che il velo non sia legato alla sfera del libero arbitrio della donna ma ad un'imposizione puramente culturale che deve essere modernizzata. Con quale modello culturale dovremmo modernizzarlo o – meglio ancora – sostituirlo?
Scriveva bene Lidia Ravera ieri su L'Unità: «(...)se vogliono stare nei nostri civilissimi Paesi che si mettano anche loro minigonna e push-up, mostrino il culo, mostrino il seno, come facciamo noi, che abbiamo conquistato la libertà di farci valutare al primo sguardo. Noi sì che sappiamo come si trattano le donne. Diamo "Pari Opportunità" alle immigrate. Vietiamo loro di essere diverse da noi.(...)Tutte velate, vuole la Legge Coranica. Tutte svelate, vuole la Legge Italica. Le donne immigrate nel nostro Paese (...)non devono passare dalla tutela dei khomeinisti a quella dei Leghisti, dalla persecuzione dell'integralismo islamico a quella della presunta superiorità morale occidentale».

Una giustificazione – a mio parere di pura matrice razzista – in merito al divieto di burqa è che siccome noi, quando andiamo nei loro paesi, dobbiamo coprirci (o comunque sottostare alle loro leggi) quando loro vengono da noi devono sottostare alle nostre. Ma se è così fastidiosa questa imposizione nel dover cambiare abitudini andando in giro “troppo coperte” non sarà il caso di rimanere tranquillamente a casa propria, essendo evidentemente capaci di sottostare esclusivamente alla propria cultura di appartenenza e non ad altre? Se considerassimo anche solo per un istante l'idea che la nostra cultura non è né la cultura dominante nel mondo tantomeno la migliore, potremmo iniziare a considerare l'esperienza di una donna che ci ha raccontato quello stesso mondo islamico osservando con molto rispetto quella cultura senza che eventuali fastidi si evincessero dai servizi che inviava in Italia. Mi riferisco ad Ilaria Alpi, di cui ho una nitidissima immagine – vista in qualche video su internet – di uno dei suoi tanti viaggi in Somalia a parlare con le donne, quelle donne che spesso aveva raccontato al Tg3, con il velo bianco in testa, proprio a testimoniare il grande rispetto che aveva nei confronti di una cultura che magari non condivideva in pieno – penso ai suoi servizi sulle mutilazioni genitali femminili – ma che sicuramente rispettava. Perché a differenza di gran parte di noi lei non aveva quella spocchia imperialista per cui la nostra cultura doveva essere la cultura nella quale non esisteva, e non esiste, uno spazio per una visione diversa.

Ed a proposito di visioni, mi chiedo perché tutte le donne che oggi si dichiarano contrarie al burqa non proferiscano parola di fronte alla nostra, di cultura. Di fronte cioè ad una cultura machista per la quale spesso il concetto di donna è ancora quello di donna-oggetto, per cui ci scandalizziamo se una donna è troppo coperta, ma non diciamo nulla di fronte ad una sfilata di intimo, anche se vediamo sfilare ragazze la cui maggiore età è spesso lontana dal venire.
È questa la libertà che vogliamo dare a queste donne? Vogliamo dar loro la libertà di essere squadrate da testa a piedi, indipendentemente dalle loro abilità intellettive? Vogliamo davvero che l'unica identità sociale, qui nel “buono e giusto” Occidente, derivi loro solo dal mostrare, dall'ostentare ogni minimo particolare del loro corpo? È davvero “libertà” questa? Diciamo spesso che l'imposizione islamica del burqa è una cosa “da bestie” (parola che in questo periodo stiamo iniziando ad utilizzare troppo spesso, forse perché ci sentiamo tali e dobbiamo accusare gli altri per sentirci migliori) ma qual'è la differenza con una cultura – la nostra – nella quale il valore di una ragazza viene misurato solo sul piano fisico, e per questo la si addestra ad una missione che durerà tutta la vita tramite diete e consimili (per non parlare delle modifiche per via chirurgica), cioè piacere agli uomini? Non è anche questo, in qualche modo, imporre un “burqa”, una “divisa” alle donne?

Da questo lato del mondo – agli antipodi del burqa, per citare un'interessante trasmissione di Alessandro Sortinola cittadinanza di un corpo passa sempre e solo per la sua esibizione e quindi coprirlo per scelta, forse, altro non è che il tentativo di farsi giudicare non per il proprio fisico, ma solo per la propria interiorità. Cosa che anche noi, qui nel giusto mondo occidentale dovremmo imparare a fare.